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Numero 49 | 30 gennaio 2026

Trieste - Palazzo della Giunta

Politica regionale: si chiude un’epoca e si apre il vuoto


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L’istituzione del “governatore”, ovvero del presidente della regione eletto direttamente dai cittadini, si è rivelata una iattura. Le cinque ultime legislature regionali (Illy 2003-2008; Tondo 2008-2013; Serracchiani 2013-2018 e Fedriga 2018-2023 e 2023-in corso), si possono definire fallimentari per quanto riguarda la tenuta del tessuto sociale, demografico e, in ultima analisi, politico, del Friuli. Non è una questione di qualità delle persone che hanno ricoperto quel ruolo, tutte con ottimo curriculum, ma di esercizio reale dei grandi poteri messi a loro disposizione da una legge elettorale che ha mancato i suoi obiettivi e che va superata. 

Ci permettiamo questa lettura e questo giudizio tranchant perché, in questi anni, non siamo stati osservatori qualunque. Nell’interesse comune, alcuni di noi hanno sempre offerto idee e suggerimenti a tutti. A Illy e Tondo (con le politiche territoriali, infrastrutturali, linguistiche e identitarie), a Serracchiani (con incontri, alla Camera di Commercio di Udine, sul sistema degli enti locali, sulla logistica, sul porto di Trieste, sui trasporti europei e globali e anche sulla devastazione finanziaria della Regione) e a Fedriga (nelle riunioni convocate dal senatore Ferruccio Saro prima delle elezioni regionali del 2018, sostenevamo la necessità-opportunità di rinegoziare con lo Stato le trattenute fiscali). 

Oggi dobbiamo prendere atto che siamo davanti a un fallimento ventennale e alla necessità di una svolta radicale.

Quattro bilanci tra regionale e globale

Illy

La legislatura Illy si colloca nel mezzo dell’espansione della globalizzazione e la visione di Illy è, in questo contesto, preparata, chiara ed esplicita: il primato è dato all’innovazione tecnologica, alle grandi reti infrastrutturali, all’efficienza di governo ed alla centralità del ruolo di Trieste. La Regione deve essere uno strumento non tanto per regolare quanto per favorire le economie esterne delle grandi imprese regionali ed i loro processi di globalizzazione. La terza corsia dell’autostrada A4 e l’alta velocità/alta capacità delle direttrici ferroviarie padane verso Trieste e poi sempre più verso Est, sono gli obiettivi simbolo. La terza corsia si farà ma a spese della Regione mentre l’alta velocità finirà per cozzare sia contro i limiti politici e tecnico-economici dell’alta velocità italiana sia contro le modalità di realizzazione della stessa in territorio regionale: il previsto grande tunnel ferroviario sotto il Carso susciterà conflitti e problemi a non finire. Paradossalmente, sarà invece la assai meno enfatizzata ciclovia Alpe Adria a rappresentare la vera innovazione, dal punto di vista infrastrutturale (e, in particolare, nel turismo e nella mobilità lenta), della legislatura Illy. 

Tondo

Con Tondo, invece, si attraversano gli anni della grande crisi finanziaria del 2008, poi dei debiti sovrani e degli interventi della “troika” sui pigs, i paesi più indebitati dell’EU, affinché procedano a drastici tagli di spesa pubblica. In questo contesto, Tondo ha la sfortuna di dover stringere un patto scellerato, tra la Regione e lo Stato, per “partecipare al suo risanamento finanziario” e inizia così a fare i conti con un bilancio regionale in contrazione. Le tre legislature successive stanno a cavallo di una svolta storica che finisce per modificare totalmente, nel nuovo mondo emergente, il ruolo delle regioni e dei territori, privandoli ulteriormente di forza e di autonomia. 

Serraccchiani

Quella di Serracchiani, si colloca ancora dentro una globalizzazione galoppante ma ferita mortalmente dalla crisi finanziaria del 2008. Dall’Europa dei grandi “corridoi” transcontinentali -che, ai tempi di Illy, avevano promesso sviluppo e crescita nella dimensione espansiva delle grandi reti globali-, si passa alla crisi dei debiti sovrani e poi, alla risposta del whatever it takes di Draghi. L’anti politica ed il populismo, tuttavia, cominciano a emergere come reazioni ad una globalizzazione quasi esclusivamente finanziaria. Serracchiani interpreta a modo suo la fase e si dimostra sensibile sia ai richiami delle politiche europee neoliberali (promuove, a livello nazionale, una legge di riforma della portualità che porta a Trieste una rinnovata e dinamica Autorità portuale) ma anche a quelli dell’anti-politica (dominanza dell’economia sulla politica; massicci tagli alla spesa pubblica con chiusura, in FVG, delle Province).

Fedriga

Le due legislature di Fedriga, infine, si collocano dentro la fase pandemica e post-pandemica che include l’aggressione della Russia all’Ucraina, la crisi energetica e l’esplosione dei sovranismi fino ed arrivare, oggi, al neoimperialismo di Trump. Il declino del sogno europeo e, non solo nel territorio italiano, una perdurante stagnazione economica con la connessa contrazione delle reti sociali e demografiche, ne sono i tratti dominanti. Fedriga, però, mette a frutto le lezioni imparate negli incontri promossi dal senatore Saro e, nonostante il ristagno macroeconomico e la risposta europea di rilancio anticiclico (Next generation, Pnrr), riesce comunque ad ottenere, dallo Stato, minori prelievi e ad incrementare le entrate fiscali di competenza regionale (pur in assenza di crescita economica). Ma interpreta lo sviluppo e la resilienza regionali in modo superficiale ed inadeguato. La sua congiuntura, pertanto, si caratterizza per l’enorme disponibilità di risorse ma anche per le debolissime idee sul dove e come spendere mentre, nel frattempo, i nuovi miti della sicurezza sui confini fanno perdere peso internazionale alla regione (cfr. debole cooperazione transfrontaliera; sospensione dei Trattati di Shengen). 

Come leggere, quindi, nel suo insieme, la politica regionale in questo ventennio? C’è, sicuramente, un denominatore comune nell’appiattimento, di ambedue le diverse maggioranze (centrosinistra e centrodestra), su condizioni esterne fortemente influenzate da eventi globali (e si può anche capire) a cui si risponde con una debole autonomia e capacità d’azione regionale (e si capisce molto meno). Qualche guizzo è anche giusto ricordarlo come, per esempio, la già ricordata ciclovia Alpe Adria, nel caso di Illy, e il rilancio del porto di Trieste, nel caso di Serracchiani, anche se, tale rilancio, non compensato da uno sguardo altrettanto lungimirante verso l’interno della regione, ha portato al fallimento delle UTI (le unioni di comuni) e alla chiusura delle Province (pur trasversalmente intese, in quel periodo, come il peggiore dei mali). Sulle questioni territoriali e di rappresentatività identitaria, sia Illy che Tondo, nonostante i loro programmi efficientisti, si erano dimostrati molto più cauti. Nel caso di Fedriga, c’è stata sicuramente l’intuizione del possibile recupero di maggiori entrate fiscali anche se, il loro successivo impiego, per mancanza di visione e di progetto di regione (anche dal punto di vista tecnico), non ha dato i frutti sperati. Inoltre, ogni vera nuova politica -che non fosse meramente la gestione dell’esistente o la distribuzione di quattrini- o falliva (come nel caso dell’acciaieria Danieli-Metinvest, prevista erroneamente in laguna) o si incagliava (le opere di sicurezza idraulica sul Tagliamento). 

Cambiano le maggioranze ma peggiorano i segni di crisi

Sono state cinque legislature con governatori di volta in volta appartenenti a maggioranze diverse (con l’esclusione delle ultime due), dotati di grande autorità e poteri (anche nei confronti di un Consiglio regionale ridotto all’impotenza), ma che hanno generato un’alternanza molto conflittuale, non cumulativa, in fondo sterile! Altro che alternanza a beneficio del cittadino! Quel meccanismo elettorale si è rivelato nefasto perché in vent’anni si sono esplorate, sulla pelle dei cittadini, una cosa e il suo contrario ma senza alcuno spirito critico, sperimentale, costruttivo. Tutti sicuri di possedere la verità, sono andati avanti a testa bassa, nelle loro convinzioni, senza riuscire a scalfire alcuno dei problemi strutturali della regione (da quelli diventati endemici come il declino macroeconomico, lento ma costante (Maranzano, Romano, 2025) e la crisi della sanità regionale, a quelli nuovi come la contrazione delle comunità territoriali e delle istituzioni locali e la grave fuga dei giovani. E’ vero che, in tutti i casi, si tratta di problemi che riguardano anche altre regioni. Ma noi avevamo gli strumenti per fronteggiarli meglio: la specialità regionale e, da alcuni anni, anche grandi risorse a disposizione! Perché non si è riusciti a fare di meglio? La nostra conclusione è che la personalizzazione assoluta del governo regionale ha contratto la democrazia senza produrre, in cambio, i risultati promessi. 

Non migliori appaiono le prospettive future. Nei loro programmi per la prossima fase, gli schieramenti oggi in campo, pur da fronti diversi, guardano decisamente all’indietro: la Serracchiani ripropone, più o meno, il programma neo-liberale di tredici anni fa (Messaggero Veneto 04/01/2026) autocertificando, di fatto, anche il fallimento di quella sua legislatura. Fedriga, per assicurarsi invece qualche utile poltrona, ripropone le vecchie Provincie (Messaggero Veneto 31/12/2025) così com’erano prima della loro chiusura. In ambedue i casi si guarda alla pura rendita politica senza alcuno sforzo autocritico sul passato né progettuale per un futuro che si preannuncia molto turbolento! Nessuno dei due, in ogni caso, anche se per ragioni diverse, sembra credere molto al futuro della regione e finisce per accucciarsi nella comfort zone del già conosciuto e delle aspettative romane.    

Un doppio vincolo micidiale

Siamo presi in una morsa. Un doppio vincolo micidiale per cui ci ritroviamo oggi, allo stesso tempo, con un sistema elettorale perverso e problemi socio-economici, territoriali, demografici crescenti. E, se si leggono gli articoli usciti sul MV dal 31 dicembre in poi e dedicati alle posizioni delle forze politiche regionali per il futuro, si legge il vuoto della sola propaganda! Nessuna analisi dei problemi, nessuna autocritica, nessuno che si ponga seriamente le domande cruciali. Solo sicumera e baldanza! Nei programmi, i soliti e rituali richiami alla “innovazione”, da una parte, o alla “sicurezza”, dall’altra! Ma quale innovazione? E quale sicurezza nell’epoca del rischio globale? Nessuno che si chieda se non vi sia un “diritto” dei territori alla resilienza di fronte ai rischi globali. E quanta resilienza servirebbe, per esempio, per fronteggiare la vera insicurezza che ci minaccia e cioè quella generata dalla incertezza del futuro e che sta montando, giorno dopo giorno, come un cielo turbinoso all’orizzonte? E ancora: è giusto perdere pezzi di resilienza di cui si è dotati (come acqua, energia rinnovabile, suolo agricolo e naturale, infrastrutture primarie, cibo), per fare un piacere alle grandi compagnie esterne nell’utilizzo privatistico di tali risorse? E’ giusto rassegnarci, in ultima analisi, alla lenta ma inesorabile perdita degli asset di base? Su queste domande, da Illy a Tondo, da Serracchiani a Fedriga, tutti si sono girati dall’altra parte. Perché mai dovremmo pensare che i loro epigoni -o qualche “coniglio” tirato fuori da qualche magico cappello-, possa fare di meglio? E magari con meno idee, meno dibattito pubblico, forse, domani, meno risorse e magari anche con meno capacità? 

Senza visione politica e obiettivi a lungo termine, la Regione dei contributi si piega su sé stessa

Il territorio e la società regionale sono nel frattempo invecchiate e si contraggono: sono ormai da ripensare i sistemi infrastrutturali nati per l’impiego delle energie fossili. Sono spesso vecchi, perché concepiti in altre condizioni storiche, gli insediamenti produttivi (industriali, turistici, commerciali). E vent’anni di governo regionale ci lasciano pochi nuovi asset (forse solo la ciclovia Alpe Adria e la terza corsia dell’A4, pagata però dalla Regione per dare un servizio ad un sistema interregionale e internazionale molto più ampio). E’ invecchiato il capitale territoriale e ciò si traduce, cosa peggiore di tutte, in invecchiamento e impoverimento del capitale umano e sociale: si aggravano, infatti, in misura ben superiore alla media nazionale, criticità quali la contrazione della crescita economica, l’invecchiamento demografico, la fuga di giovani (secondo il Rapporto CNEL 2025, più di mille giovani all’anno lasciano la regione e se ne vanno all’estero), l’abbandono di zone -non solo marginali- del territorio. 

Ma negli ultimi tre anni, in Regione, c’è stata una disponibilità di risorse pari a più di 20 miliardi di euro! E nessuno che abbia proposto un piano di investimenti adeguato! La politica regionale è rimasta, da questo punto di vista, cieca e sorda ai problemi strutturali mentre le scelte dei partiti si sono concentrate solo sulle questioni di pura sopravvivenza elettorale. Dovremmo invece certificare la fine di un ciclo politico-istituzionale la cui agonia fa male a tutta la regione!

Abbiamo bisogno di: a. una nuova visione del nostro bene comune; b. una nuova classe dirigente; c. una nuova legge elettorale. Soprattutto i più giovani di noi hanno grande bisogno di queste cose. E non abbiamo tempo perché si deve correre subito a “piantare i semi” altrimenti non si invertiranno i trend negativi e non si avranno frutti da cogliere tra dieci, venti o trent’anni (ammesso che esistiamo ancora come “regione speciale”). 

Servono nuove idee di regione e nuove leadership condivise che, probabilmente, non potranno uscire tanto dai ranghi dei partiti che abbiamo conosciuto in queste legislature quanto piuttosto dalle capacità rigenerative (sempre più deboli, tuttavia) di ambiti dell’amministrazione locale e della società civile. Tra le diverse tesi e antitesi delle ultime legislature, la “sintesi” dovrebbe spettare ora alla società friulana migliore e cioè a quella che, nonostante tutto, mantiene solidi valori e profonde radici (la quale, forse, esiste ancora!).

Sandro Fabbro
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Presidente Associazione Terza Ricostruzione

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