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alternanza scuola lavoro

Tra istruzione e lavoro, un equilibrio impossibile


Non è bastato lo slittamento dei termini per le iscrizioni e la gigantesca pressione esercitata dai vertici ministeriali e amministrativi regionali verso i Dirigenti Scolastici: i numeri bassi delle iscrizioni ai corsi 4+2, con la prevista riduzione di un anno rispetto ai 5 anni ordinamentali, certificano i dubbi delle istituzioni scolastiche, delle famiglie e smentiscono le rutilanti percentuali comunicate dal Ministero. 

Per dirla con una parola abusata, il “territorio”, ovvero scuole e famiglie, ha sostanzialmente bocciato la proposta. D’altronde, il mantra su cui si è basata l’azione di “orientamento”, ovvero “il curricolo non viene accorciato, né accelerato, ma diventa rimodulato” ha valicato il confine della razionalità e alla fine, nessuno ci ha capito niente. 

Come con un anno di studi in meno possano gli studenti apprendere in pari misura, o addirittura di più, diminuendo le ore di apprendimento in aula, senza che il taglio di un anno non possa peraltro causare la riduzione degli organici dei docenti e del personale ATA, resta materia per investigatori esperti.

La filiera formativa tecnologica-professionale (4+2) così non va

Per l’anno 2025/’26 in FVG, per il secondo anno consecutivo, si è registrato lo scarso interesse del sistema scolastico: la sperimentazione avrebbe potuto coinvolgere 36 fra istituti tecnici e professionali, ma solo 9 di essi hanno chiesto e ottenuto di sperimentare il 4+2, per un totale di 13 progetti, a fronte degli oltre 170 curricoli già esistenti su cui si sarebbero potute realizzare le modifiche progettuali sperimentali. 

La direzione dell’Ufficio Scolastico Regionale, con minore entusiasmo del Ministro, ha annunciato che sarebbero solo quattro le classi autorizzabili in tutta la regione, che apparirebbero però in deroga ai parametri minimi, visto che la consistenza numerica media delle classi ipotizzate è di 15 studenti, con punte di pochissime o zero unità di iscritti nei restanti casi, e dunque tutte fuori dai limiti autorizzativi ordinari. Stiamo parlando di poco più 100 iscrizioni, su circa 4.000 iscritti alle classi prime degli indirizzi tecnici e professionali per l’a.s.2025/’26 in tutta la regione: un clamoroso insuccesso.

Fa riflettere inoltre il dato che mentre il territorio della ex provincia di Udine si è mostrato permeabile alla proposta di sperimentazione caratterizzandosi con ben 8 istituti sui 9 totali aderenti, nei territori delle ex province di Trieste e Gorizia, pur contraddistinti da una diffusa dinamicità progettuale già presente nelle scuole, nessuna abbia ritenuto di aderire alla sperimentazione. Evidentemente la valutazione lì condotta, forse emancipata dagli interessi politici, amministrativi e datoriali in gioco, è stata maggiormente laica e di “sistema”. Non va infatti trascurata la possibilità che alcuni dirigenti scolastici, promuovendo la sperimentazione, abbiano invece perseguito la logica del “marketing scolastico”, nell’illusione di potersi accaparrare qualche nuovo iscritto; i numeri scarsi registrati presentano loro il conto, così come è sbagliato il ragionamento: il taglio di un anno scolastico – da 5 a 4 – comporterà in ogni caso una riduzione dell’organico docenti che non potrà essere compensato dalla costituzione delle “nuove” classi prime.

Sappiamo bene che il “flop” delle iscrizioni al percorso abbreviato, non il primo se si pensa che già la precedente sperimentazione di riduzione a 4 anni (ex DM 344/’21) vede ora confermati solo la misera cifra di 98 istituti in tutta Italia, sarà insufficiente per innescare un riesame dell’intero percorso, intrapreso per volontà politica e datoriale “dall’alto in basso” e privato del ruolo attivo delle comunità educanti. La posta in palio è troppo alta per rinunciarvi e mira a disequilibrare il rapporto virtuoso, che postuliamo debba esservi, tra istruzione e lavoro.

Il ritorno delle scuole di “avviamento professionale”

I nuovi percorsi eliminano il primo biennio a funzione orientativa e realizzano la canalizzazione precoce degli studenti, la limitazione dell’autonomia delle scuole, la frantumazione del sistema nazionale di istruzione tecnica. È ciò che si assume dai documenti programmatici da cui spicca ad esempio l’anticipo e l’incremento delle ore di alternanza scuola lavoro (PCTO) già dal II anno di studio. Sul punto, va ricordato che l’aver reso obbligatorie le attività di PCTO negli ordinamenti tradizionali, ha già costretto le scuole a scelte non sempre valide sia sul piano formativo che su quello della sicurezza.

La prevista co-progettazione dei percorsi con soggetti privati, aventi l’obiettivo di “soddisfare i bisogni formativi dell’impresa locale” rivela il vero disegno strategico messo in atto; è un percorso iniziato nei primi anni 2000 quando il binomio Moratti – Gelmini, ministri pro tempore, volturò di fatto alle aziende le ore di laboratorio previste dagli ordinamenti, dimezzandole, realizzando così anche concreti risparmi ai conti pubblici (i laboratori evidentemente costano). Il sistema di istruzione pubblico, così appiattito sugli interessi produttivi locali, pur in presenza di realtà virtuose, realizzerebbe una filiera asfittica oltreché “corta”, in cui a guadagnarci non saranno i futuri cittadini e cittadine del nostro paese: le imprese potrebbero infatti introdurre nel sistema istruzione logiche di mercato e competitività che per quanto ci riguarda devono restare del tutto estranee ai processi di apprendimento. Se realizzata questa idea, ovvero la resurrezione di una sorta di “avviamento professionale in salsa 5.0” il valore dell’istruzione ne uscirebbe definitivamente depresso.

Non ultimo, il nostro paese, in cui ben oltre il 30% delle matricole degli atenei proviene dagli istituti tecnici e professionali e dove nel contempo si registra un numero di laureati già parecchio inferiore alla media dei paesi OCSE, corre evidente il rischio di perdere anche questi “nuovi” studenti, ai quali la sperimentazione 4+2 in pratica suggerisce di “lasciare il banco per recarsi nel capannone”, poco rileva per quale profilo professionale.

Quella che viene proposta col 4+2 è a nostro avviso una formazione che fa torto ai bisogni degli studenti, contraddice i dettati costituzionali definiti dagli articoli 33 e 34 della Costituzione e persegue invece le finalità definite nell’articolo 35, inserito non a caso nella sezione dei rapporti economici, destinate cioè alla “elevazione professionale dei lavoratori”. 

Gli studenti però, soggetti in apprendimento evolutivo, sono un’altra cosa. Di qui l’urgenza di evitare loro di essere appiattiti dalla torsione lavoristica del sistema di istruzione che si intende realizzare.

Massimo Gargiulo
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Docente scuola secondaria secondo grado, Esperto in Studi Turistici
segretario generale regionale Federazione Lavoratori della Conoscenza CGIL, ha esercitato incarichi di responsabilità e partecipativi nelle istituzioni scolastiche e svolto attività politico-amministrativa nel territorio.

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