
“Chi ha diritto alla sicurezza?”
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Negli ultimi decenni abbiamo assistito a una trasformazione profonda e inquietante del concetto di sicurezza. Ciò che nel secondo dopoguerra era pensato come sicurezza sociale — cioè tutela collettiva dai rischi della vita, riduzione delle disuguaglianze, garanzia dei diritti — è stato progressivamente sostituito da una sicurezza penale, fondata sull’ordine pubblico, sull’emergenza e sulla repressione. Questo slittamento non è neutro: è una scelta politica che ha prodotto un mutamento culturale radicale, ridisegnando i confini del dicibile, del tollerabile e del legittimo nello spazio pubblico.
Il securitarismo contemporaneo non nasce nel vuoto. È figlio della crisi del welfare, della disaffezione politica, della frammentazione sociale e di una crescente propensione al decisionismo. In una società impoverita di legami e di strumenti di partecipazione, la paura diventa il collante più facile. E così si costruisce il nemico: il migrante, il povero, il marginale, il dissenziente. Figure eccedenti, rese simbolicamente pericolose perché portatrici di una diversità che il sistema non sa — o non vuole — includere.
Assistiamo così a un vero e proprio capovolgimento semantico: la sicurezza non è più la condizione per l’esercizio dei diritti, ma diventa essa stessa il fine ultimo dell’azione politica. Una sicurezza intesa come incolumità individuale, come difesa da un pericolo costruito e amplificato, che giustifica misure eccezionali e permanenti insieme. Il ricorso sistematico alla decretazione d’urgenza in materia di sicurezza ne è una rappresentazione plastica: l’emergenza come norma, la sospensione del conflitto democratico come prassi.
Contro la militarizzazione dello spazio sociale
Tre sono gli assi portanti di questa deriva, purtroppo spesso trasversale agli schieramenti politici.
Il primo è la colpevolizzazione della povertà. Il disagio sociale viene letto come fallimento individuale, mai come prodotto di contesti strutturali. L’idea neoliberale dell’imprenditore di sé stesso trasforma la vulnerabilità in colpa e legittima l’abbandono: chi resta indietro è responsabile del proprio destino.
Il secondo asse è la disumanizzazione dello straniero. Il diritto dell’immigrazione, concepito fin dall’origine come diritto speciale ed emergenziale, ha funzionato come laboratorio securitario. Politiche sperimentate sui migranti — controlli, detenzione amministrativa, limitazione dei diritti — vengono progressivamente estese al resto della popolazione. Il migrante diventa così il nemico perfetto: privo di piena cittadinanza, facilmente sacrificabile.
Il terzo asse è la criminalizzazione del dissenso. Attraverso una legislazione d’urgenza e un discorso pubblico sempre più moralizzante, il conflitto sociale viene delegittimato e spinto ai margini dell’indicibile. Il dissenso non è più una risorsa democratica, ma un problema di ordine pubblico.
In questo quadro si collocano strumenti come il Daspo urbano, le zone rosse, il divieto di blocco stradale: misure che producono una vera e propria sterilizzazione dello spazio pubblico. Lo spazio urbano viene ripulito non per essere reso più vivibile, ma per essere reso più controllabile. Il disagio sociale e il dissenso vengono allontanati dallo sguardo, espulsi simbolicamente e materialmente dalla città politica.
La logica che sorregge queste politiche è quella amico-nemico, una logica bellica che disumanizza l’altro e rende impensabile ogni forma di riconoscimento. La guerra — reale o simbolica — irrigidisce le dicotomie, legittima la violenza istituzionale e normalizza la violazione dei diritti. Non è un caso che oggi assistiamo, con crescente disinvoltura, alla rivendicazione pubblica della compressione dei diritti fondamentali in nome della sicurezza.
La centralità della vittima, spesso evocata in modo strumentale, gioca in questo contesto un ruolo cruciale. In nome delle vittime — reali o potenziali — si giustificano politiche repressive e preventive, ma si costruiscono anche comunità fondate sulla paura. Come ha mostrato Tamar Pitch, queste “comunità di vittime” rischiano di trasformarsi in comunità escludenti, legate non dalla solidarietà ma dal sospetto. La cosiddetta cittadinanza attiva, quando nasce contro qualcuno, finisce per rafforzare la logica del nemico.

Uno Stato che non fornisce più welfare ma “sicurezza”
Con l’attacco al welfare, si è prodotto un passaggio decisivo: dalle cause sociali della devianza alla difesa preventiva delle vittime. In questo slittamento si perdono il contesto, la storia, le condizioni materiali che rendono possibile l’azione deviante. Restano solo i buoni e i cattivi. Una semplificazione che deresponsabilizza la collettività e attribuisce al penale il compito di governare problemi che sono, prima di tutto, sociali.
La sicurezza diventa così un discorso moralizzante e vendicativo. Alla neutralizzazione dei cattivi si affianca l’idea di risarcire simbolicamente i buoni. La pena assume i tratti della vendetta, privata e collettiva insieme. I rimpatri a tappeto, l’espulsione degli indesiderabili, la rimozione forzata della marginalità rispondono alla stessa esigenza: togliere dallo spazio visibile ciò che disturba.
Ma i muri — fisici o simbolici — non risolvono nulla. Servono a non vedere. Come quelli eretti ai confini del mondo, anche le zone rosse e le politiche di esclusione urbana producono effetti soprattutto all’interno: costruiscono soggettività passive, paranoiche, xenofobe. Producono, per dirla ancora con Pitch, homines muniti: cittadini chiusi, armati di paura.
Le carceri, del resto, ci insegnano che senza dignità e senza un dopo, la recidiva è inevitabile. Chiudere dentro o tenere fuori sono due facce della stessa rinuncia politica: non affrontare la povertà, la marginalità, il conflitto. Così si producono discariche sociali, non sicurezza.

La “sicurezza” ridefinisce il diritto di cittadinanza
La domanda allora è inevitabile: sicurezza per chi? Le politiche securitarie separano i perbene dai permale, costruendo un legame tra i primi fondato sulla paura dei secondi. È questa la vera sconfitta: una società che rinuncia a interrogarsi sulle cause del male e preferisce amministrarlo con la forza.
Eppure, alternative esistono. Le buone pratiche di sicurezza sociale — rigenerazione urbana partecipata, giustizia di comunità, spazi culturali e sportivi aperti, politiche di inclusione — mostrano che la sicurezza cresce dove crescono le relazioni. Dove c’è fiducia, diminuisce la paura. Dove c’è partecipazione, il controllo diventa superfluo.
Resistere al securitarismo non è un esercizio teorico: è una scelta etica e politica. Significa rimettere al centro i diritti, il pluralismo, la responsabilità collettiva. Significa restituire allo spazio pubblico la sua funzione politica, contro ogni tentazione di sterilizzazione.
Perché una società è davvero sicura non quando punisce di più, ma quando lascia meno persone sole. Proviamo a cambiare insieme il pensiero, le pratiche e il racconto.
Sono manager del sociale con una lunga esperienza nella gestione e nel coordinamento di servizi socio-educativi complessi, in particolare nell’ambito delle migrazioni, del lavoro con i minori e le famiglie e delle politiche sociali territoriali.
Cresciuta al confine tra scienze sociali e scienze politiche, ho maturato una competenza sull’immigrazione fondata sul lavoro professionale nei servizi e sull’analisi critica delle politiche pubbliche.
Femminista e pacifista, sono impegnata da anni nella critica delle derive securitarie e penali delle politiche di welfare, nella difesa dei diritti umani e nella promozione di modelli alternativi fondati su giustizia sociale, responsabilità collettiva e partecipazione, contraria alle derive securitarie, in prima linea nella difesa del popolo palestinese e critica verso i paradigmi economici liberali e liberisti che hanno prodotto e continuano a produrre disuguaglianze e marginalità
Per me inevitabile anche un impegno politico diretto, consigliera comunale a Udine dal maggio 2023, componente della Direzione Nazionale del PD.


