
Avviata anche per il Trentino-Sud Tirolo una revisione statutaria.
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La Riforma dello Statuto di Autonomia del Trentino-Alto Adige/Südtirol sta procedendo in Parlamento, accompagnata da un largo consenso.
Si tratta di una Riforma “storica”, come sostengono i vertici delle Province Autonome di Trento e di Bolzano e come dice il Ministro Calderoli? No. Niente affatto.
Si tratta piuttosto di una manutenzione ordinaria, che certamente può migliorare la nostra Autonomia, ma non apre nessuna fase veramente innovativa.
Se ne può dare una valutazione cautamente positiva, certo, ma il testo in via di approvazione è largamente al di sotto delle attese iniziali.
Del resto, esso è il frutto di un negoziato sostanzialmente esclusivo tra i due Presidenti (principalmente quello di Bolzano, per la verità, anche sulla base del supporto di Fratelli d’Italia, che fa parte per la prima volta della sua maggioranza di giunta) ed il Governo Meloni.
Nessun dibattito pubblico – a livello politico e sociale – ha preceduto questo negoziato.

Una contrattazione verticistica senza dibattito reale
Un certo dibattito c’era stato nel recente passato, subito dopo la approvazione della riforma costituzionale promossa dal Governo Renzi. Si erano allora anche costituite delle Commissioni Speciali, molto partecipate, per elaborare una modifica dello Statuto più avanzata e significativa. Ma tutto è finito nel nulla dopo la bocciatura referendaria di quella riforma costituzionale.
La verità, a mio parere, è che i mutamenti strutturali intervenuti nella società negli ultimi decenni avrebbero richiesto e richiedono una Riforma dello Statuto organica e più di prospettiva. Ma questo può avvenire solo a seguito di una larga partecipazione sociale. Perché dietro agli Statuti Speciali vi è una idea di Comunità, non solo una serie di congetture giuridiche.
Il testo attuale interviene invece su alcuni aspetti, sicuramente significativi, ma non tali, appunto, da segnare un cambiamento di ciclo.
Il punto centrale (e comunque positivo) di questa manutenzione è costituito dallo sforzo di ripristinare la pienezza delle competenze autonomistiche che, dopo la Riforma del Titolo V della Costituzione, era stata messa in discussione anche con numerose sentenze della Consulta. Questo obiettivo si basa sulle condizioni concordate in occasione del rilascio della famosa “Quietanza Liberatoria” che, nel 1992, l’Austria aveva rilasciato per porre definitivamente fine al contenzioso internazionale sollevato a proposito della piena attuazione dell’Accordo di Parigi sottoscritto, nel 1946, da Alcide Degasperi e Karl Gruber.
I nodi attuali e strutturali rimasti fuori
Vi sarebbero stati – e rimangono – molti altri punti strutturali da esaminare.
In particolare, cito un nuovo assetto dei poteri pubblici, secondo il principio di “Autonomia diffusa”, in grado di valorizzare il ruolo dei Comuni e degli Enti Intermedi tra Comuni e Province Autonome; una ridefinizione del ruolo e della configurazione dell’Ente Regione, alla luce della ormai consolidata centralità istituzionale delle due Province Autonome; una nuova, più coraggiosa disciplina delle cosiddette “competenze trasversali” (vale a dire: come l’Autonomia Speciale può applicare, in coerenza con le esigenze peculiari del territorio, le norme generali dell’ordinamento europeo e nazionale che, appunto, attraversano e spesso mortificano le competenze formalmente attribuite alle due Province Autonome); una nuova idea di autonomia fiscale; il rilancio della cooperazione transfrontaliera con il Tirolo, oltre la pur positiva esperienza del Gect attuale, nella prospettiva di una vera “Regione Europea”.

Per le modifiche non garantisce un “parere” aggirabile
Resta non risolto, poi, un punto chiave: la previsione che lo Statuto può essere modificato solo previa Intesa tra le Istituzioni Autonomistiche ed il Parlamento, in forza del principio “pattizio” del nostro particolare assetto istituzionale.
Questa, peraltro, era una richiesta contenuta nella proposta avanzata a suo tempo da tutte le Regioni a Statuto Speciale.
Nel testo in approvazione non vi è traccia di questo punto. Ci si limita a ribadire la procedura del previsto “parere” da parte dei Consigli Provinciali e Regionale. Parere che – ove negativo – può essere superato dal Parlamento con un voto “a maggioranza assoluta”. Previsione ovvia, posto che nessuna Legge Costituzionale può essere approvata senza questo tipo di maggioranza.
Si aggiunge, é vero, una condizione in più: le modifiche non potranno diminuire “i livelli di autonomia esistenti”. Buon principio, ma assolutamente generico, tutto da interpretare e perciò poco idoneo ad essere una vera garanzia esigibile nei futuri eventuali contenziosi presso la Consulta.
Ricostruire un clima autonomistico all’altezza di questi tempi
In conclusione, credo che la partita vera – in prospettiva – sia quella di un percorso tutto da costruire per arrivare ad una vera Riforma Statutaria, organica e significativa.
Ma per fare questo occorre molto di più di qualche accordo contingente tra i Palazzi.
Occorre una nuova cultura della Specialità; una più forte condivisione della Comunità; una sua più marcata e responsabile partecipazione; idee nuove che tengano conto degli scenari inediti che il nostro tempo ci mette di fronte.
Già Sindaco di Trento, Presidente della Provincia Autonoma di Trento e Deputato.
- Lorenzo Dellai


