
Quanto è in salute l’Autonomia speciale?
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Per diversi mesi il dibattito sull’esercizio dell’autonomia speciale del Friuli Venezia Giulia è incredibilmente ruotato attorno all’ipotesi del terzo mandato per il Presidente della Giunta Regionale e per la sua corte di Assessori: sarebbe stato difficile scegliere una questione più distante dalla vita quotidiana delle persone. Poi, per un frangente legato al passaggio in Aula del bilancio regionale, a tenere brevemente banco è stata la trattativa fiscale con lo Stato. Tema questo sì potenzialmente di forte impatto, rispetto al quale è opportuno ricordare che, dal momento che gran parte dell’aumento degli introiti degli ultimi anni deriva dal gettito IVA, legato all’aumento dei prezzi al consumo, tali risorse dovrebbero essere destinate soprattutto a misure redistributive e, ancor più, a interventi strutturali capaci di contrastare la stagflazione, ossia la combinazione di stagnazione economica e salariale e crescita dei prezzi. Cose che sistematicamente non avvengono, con la dispersione della “potenza di fuoco” della spesa pubblica regionale nei mille rivoli di bonus a pioggia e elargizioni con nome e cognome.
È però l’annuncio di un’inaugurazione, nell’ultimo scampolo dell’anno 2025, a dare l’occasione di riportare con i piedi per terra il dibattito su cosa sia e a cosa possa servire l’autonomia speciale nel 2026. Il 29 dicembre ha infatti aperto le porte la prima Casa della Comunità di Trieste. Secondo il Direttore Poggiana, «con l’inaugurazione della Casa della Comunità Hub dell’Ospedale Maggiore, ASUGI compie un passo significativo verso un modello di sanità territoriale più vicino ai cittadini, capace di rispondere in modo integrato, continuativo e appropriato ai bisogni di salute della comunità».
Case di Comunità: un lifting alla sanità territoriale?
Torneremo in seguito sulle parole di Poggiana, perché serve innanzitutto ricordare da dove arriva il modello delle Case di Comunità che è stato calato anche nella nostra Regione e in particolare sul territorio triestino. Secondo il DM 77/2022, il decreto che ha ridefinito modelli e standard per lo sviluppo dell’assistenza territoriale nel Servizio Sanitario Nazionale, le Case della Comunità sarebbero dovute essere luoghi fisici, facilmente identificabili e accessibili, nei quali i cittadini avrebbero potuto recarsi per bisogni di assistenza sanitaria, socio-sanitaria e di integrazione tra salute e sociale; luoghi strutturati secondo le esigenze di assistenza di prossimità e di presa in carico globale delle persone.
Per chi legge queste poche righe con un po’ di conoscenza diretta relativa al recente passato del sistema sanitario regionale, sia che essa derivi dall’esperienza professionale sia che derivi da quella di utente dei servizi, risulta lampante come questo modello fosse incarnato dall’articolazione territoriale di ASUGI in quattro Distretti con i relativi servizi, come ad esempio i Consultori Familiari – entrambi, Distretti e Consultori, oggi non a caso dimezzati. La conseguenza diretta di questa osservazione è che se in alcuni territori del Paese, come ad esempio le aree interne, quanto previsto dal DM 77/22 con il superamento dell’impostazione ospedalocentrica del Servizio Sanitario Nazionale può aver costituito una spinta ad aprire il Sistema sanitario verso una prospettiva territoriale, di prossimità, di prevenzione e presa in carico globale della persona, in altri territori, come quello triestino, sta invece paradossalmente alimentando e in qualche modo coprendo, come un paravento, la spinta accentratrice, con notevoli passi indietro rispetto all’assetto di pochi anni fa.
A ulteriore riprova di questa tendenza, la Casa della Comunità inaugurata a dicembre ha aperto i battenti in una struttura ospedaliera già attiva, a pochi passi dal Pronto Soccorso dell’Ospedale Maggiore, con l’ambizione involontariamente ironica di ridurre gli accessi impropri al Pronto Soccorso, ovvero di trasferirli di qualche metro. Un esperimento già fallito con i CAP (Centri di Assistenza Primari) nella precedente stagione di riforma sanitaria regionale.
Tra il dire e il fare…
Dietro la pompa magna inaugurale, però, la realtà è ancora più grave: a uscire ancora più indeboliti dall’avvio delle attività della Casa della Comunità sono proprio i dispositivi più “territoriali” sviluppati negli ultimi vent’anni da ASUGI, insieme al Comune e ad ATER, ovvero le Microaree. È stato proprio il personale sanitario impiegato solitamente nelle Microaree ad aver consentito l’apertura della CdC del Maggiore, determinando inevitabilmente la chiusura di alcune delle Microaree stesse. Il tutto senza uno straccio di comunicazione ufficiale agli utenti, che hanno trovato diverse porte chiuse, a causa dell’intento aziendale di garantirne una nuova aperta.
Torniamo dunque alle dichiarazioni di Poggiana: in che direzione è stato compiuto il “passo significativo” determinato dall’apertura della Casa della Comunità? Verso il territorio, o contro di esso? Quello compiuto da Regione e ASUGI con il trasferimento del personale “a somma zero” rispetto ai servizi già presenti sul territorio sembra essere un gioco delle tre carte, forse efficace per strappare un titolo sul giornale, ma sicuramente dannoso per la continuità dei servizi stessi e la loro tanto decantata “territorialità”. Sul futuro delle Microaree, alla luce di quest’apertura e del recente rinnovo del Protocollo che le regola, si sono registrate le solite parole di circostanza da parte di Poggiana e l’altrettanto prevedibile silenzio dell’Assessore Riccardi e del Comune di Trieste, silenzi che come opposizione stiamo provando a squarciare con diverse iniziative su più piani.
Nel frattempo diamo nuovamente un’occhiata all’esperimento ventennale delle Microaree: una storia di innovazione nata sfruttando i margini di autonomia organizzativa di tre istituzioni locali – Azienda sanitaria, Comune e Azienda territoriale per l’Edilizia Residenziale – che rischia di vedere la fine proprio a causa del mancato esercizio della – spesso vituperata, sicuramente mal gestita – autonomia speciale in materia sanitaria. Sarebbe bastato poco per recepire i contenuti del DM 77/22 adattando e potenziando ciò che sul territorio è già stato sperimentato e implementato da tempo e con successo; lo hanno fatto addirittura Regioni a Statuto ordinario come la Toscana, dove le preesistenti Case della Salute hanno rappresentato la base per un rilancio verso le Case della Comunità.
Autonomia, ovvero scelte su misura e non “in serie”
Questa vicenda ci ricorda ancora una volta che l’autonomia non ha a che fare soltanto con la gestione di ingenti risorse, ma anche – soprattutto? – con le scelte, sempre politiche, di natura organizzativa e gestionale. L’implementazione acritica e top-down di quanto previsto dal DM 77/22 e finanziato dal PNRR in materia di sanità territoriale sta dunque diventando, a Trieste, un ottimo pretesto per completare lo smantellamento del sistema territoriale di cui i Distretti e le Microaree costituiscono – o costituivano? – la ramificazione più direttamente a contatto con la cittadinanza. Con il testo sottotraccia “Ce lo chiede Roma (e ce lo finanzia l’Europa)”.
Dentro e al di sopra di questa vicenda si innestano certamente tanti altri temi più generali, dalla difficoltà nel reclutamento del personale sanitario, all’assenza di una vera coprogettazione tra settore sanitario e settore sociale, alla questione ancora irrisolta del reinquadramento dei medici di medicina generale, che è impossibile trattare in poche righe. Resta però, sullo sfondo, la rinuncia totale da parte della Giunta Fedriga all’esercizio dell’autonomia – intesa non come egoismo economico o chiusura identitaria, ma come possibilità di declinare indicazioni nazionali sperimentando modelli organizzativi realmente aderenti ai bisogni espressi dalle persone nei propri contesti di vita. Una rinuncia che fa compiere ulteriori passi indietro a un settore cruciale come quello sanitario.
Il cambio di rotta, nelle pieghe di quanto previsto dalle leggi nazionali e nella loro flessibilità di applicazione a livello locale, è certamente ancora possibile, perché più degli investimenti “hard” finanziati dal PNRR e difficilmente reversibili contano le scelte “soft” in materia di gestione, formazione, assunzione e valorizzazione del personale. Il tutto però dovrebbe passare per un cambio di volontà politica da parte di una classe dirigente che tuttavia, come evidenziato in premessa, è sempre più incagliata nel cercare di capire come trovare un accordo al suo interno per volgere la potestà normativa regionale a proprio diretto vantaggio, anziché nell’interesse delle comunità regionali.
Dottore in Scienze e Tecniche Psicologiche e laureando al corso di Psicologia cognitiva applicata. Ha lavorato nell’ambito del programma Habitat-Microaree, per il quale è stato anche Referente, e nello sviluppo del Centro di Documentazione “Oltre il Giardino” nel Parco di San Giovanni. Partecipa attivamente nell’associazionismo nell’ambito della salute mentale, orientando il suo impegno alla promozione del benessere nelle comunità.
Medico, ha lavorato per 40 anni in ospedale, in reparti di emergenza, medicina interna e presso la struttura complessa di ematologia che ha contribuito a fondare e di cui è stato poi direttore. Ha sempre seguito con attenzione i problemi relativi al sistema sanitario territoriale di Trieste. Da anni è membro del consiglio direttivo del Coordinamento per la difesa della salute pubblica di Trieste con cui ha organizzato numerosi incontri divulgativi e di confronto con la popolazione. E’ volontario di Donk Humanitarian medicine che svolge attività di assistenza rivolta principalmente ai richiedenti asilo privi di assistenza sanitaria. Fa parte del Coordinamento di Adesso Trieste ed è consigliere circoscrizionale.
Triestino, laureato in Urban Planning & Policy Design, lavora come ricercatore nell’ambito di processi di sviluppo locale, pianificazione strategica e resilienza territoriale. Fin dalle scuole superiori è stato attivo nelle organizzazioni studentesche. Nel 2016 è stato tra i promotori di Tryeste, appello rivolto da 100 giovani triestine/i ai candidati Sindaco, e nel 2019 ha contribuito a dare il via a TS4 trieste secolo quarto. È tra i fondatori di Adesso Trieste, di cui è stato Portavoce nel primo anno di attività e candidato Sindaco nelle elezioni del 2021. Dal 2021 è Consigliere Comunale a Trieste.
- Riccardo Laterza
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