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Foto di Tommaso Vaccarezza

Lavoro e/è cittadinanza: segnali di futuro tra Monfalcone e Trieste


Chi scrive ha potuto osservare gli ultimissimi eventi dai quali traggono spunto queste riflessioni solo a distanza, essendo stato altrove a Natale. Tuttavia l’augurio è che il contributo, messo nero su bianco relativamente a caldo, possa essere di stimolo alla prosecuzione di un dibattito su questioni tanto rilevanti quanto urgenti per il futuro del nostro territorio.

È stata una Vigilia di Natale particolare, quella vissuta quest’anno tra Trieste e Monfalcone. In un periodo dell’anno in cui solitamente il trascorrere del tempo con la famiglia e gli affetti è un buon pretesto per distrarsi, almeno per un attimo, dai problemi esterni alla sfera privata, hanno fatto irruzione questioni capitali spesso espulse dal dibattito pubblico anche nel resto dell’anno: il lavoro e la cittadinanza.

 

Il 23 dicembre una marea umana di etnie, età, generi differenti ha attraversato le strade di Monfalcone, città dei cantieri e motore economico dell’ex Provincia di Gorizia, dietro lo striscione “Siamo tutti monfalconesi”. Il giorno successivo le lavoratrici e i lavoratori di Wärtsilä si sono dati appuntamento in Piazza Unità a Trieste, nel cuore del “salotto buono” del capoluogo giuliano. Due eventi che ha senso mettere in dialogo per comprendere cosa sta accadendo, ma soprattutto cosa potrebbe succedere in un futuro immediato, nel mondo del lavoro in questo angolo d’Europa.

 

Fincantieri cercava braccia, sono arrivati uomini

A Monfalcone si è verificato un evento a suo modo epocale, la cui potenza difficilmente può essere rimossa o banalizzata dalla propaganda della destra xenofoba: migliaia di persone, soggetti migranti e appartenenti alle seconde generazioni si sono – semplicemente, eppure dirompentemente – rese visibili. Non che prima di questo corteo la loro presenza non fosse evidente, tanto frequentando gli spazi pubblici o le aziende della città, quanto guardando alle statistiche demografiche che stanno facendo correre Monfalcone verso il sorpasso su Gorizia. Più di qualcuno, tuttavia, ha pensato, parlato e agito come se queste persone potessero essere trattate meramente come numeri, come una presenza sullo sfondo della vita quotidiana rispetto al quale fare finta di nulla, o come un “problema” da “risolvere”.

La questione del diritto delle musulmane e dei musulmani di Monfalcone di poter praticare liberamente la propria religione, diritto che la Giunta Cisint sta ostacolando utilizzando sotterfugi tanto odiosi quanto tristemente noti alle cronache locali di molte altre città, è solo l’ultima in ordine di tempo che ha palesato la continua compressione dei diritti di cittadinanza di migliaia di persone a Monfalcone e nell’area della Bisiacaria. Un altro caso noto è quello dell’espulsione, de facto, di bambine e dei bambini di origine straniera dalle scuole dell’infanzia della città della Rocca, peraltro con ricadute dirompenti sui Comuni del circondario. Ancora, aveva fatto notizia il sostanziale divieto, per la comunità bengalese, di poter praticare lo sport nazionale, il cricket, con l’abbandono di ogni previsione di realizzazione di aree dedicate a quella disciplina.

Sport, istruzione, religione: tutti ambiti della vita che è ragionevole considerare accessori solo se si concepisce la presenza di migliaia di persone sul proprio territorio come esclusivamente funzionale alla sfera della produzione. Il che si traduce, a Monfalcone, soprattutto con la prosecuzione del modello Fincantieri.

Negli ultimi decenni, infatti, dietro al “miracolo” economico del mantenimento della cantieristica navale a Monfalcone si è celato, in maniera niente affatto discreta, l’esternalizzazione selvaggia e la creazione di una vera e propria giungla di subappalti. L’espulsione di migliaia di posizioni lavorative fuori dalla fabbrica “novecentesca” ha permesso nei fatti a Fincantieri di comprimere il costo del lavoro, sfruttando nella maniera più flessibile e deresponsabilizzante la disponibilità di manodopera, prevalentemente migrante, a bassissimi salari e con tutele minime.

Questo meccanismo è stato oliato anche grazie alla compressione, o in alcuni casi negazione assoluta, di diritti e prerogative che sono associati a una piena partecipazione alla vita sociale, diritti rispetto ai quali i padri e le madri costituenti avevano chiaramente identificato il lavoro quale vettore fondamentale di riconoscimento sostanziale. A Monfalcone l’intreccio tra lavoro e diritti di cittadinanza è stato deliberatamente sciolto dal management di Fincantieri. La tendenza a ridurre le persone migranti di Monfalcone a mera “forza lavoro” non nasce di certo con l’”era” Cisint, ma è evidente che, a dispetto della retorica battagliera utilizzata a tratti dalla Sindaca nei confronti di Fincantieri, questa si è ulteriormente rafforzata negli ultimi anni, garantendo dunque ulteriore continuità e legittimità al modello produttivo scelto dall’azienda.

La manifestazione del 23 dicembre ha dimostrato che Fincantieri cercava braccia, ma sono arrivati uomini, citando Max Frisch. È stata la reazione all’esperimento di marginalizzazione, tanto perverso quanto fragile, che si gioca dentro e intorno al modello produttivo della cantieristica navale. Se in futuro quel modello verrà effettivamente scosso e trasformato dalle sue fondamenta, questo ce lo dirà solo il tempo: quel che è sicuro è che le sue tensioni e contraddizioni sono state rese politicamente visibili da chi è sceso in piazza e ha preso parola.

 

Per gettare ponti servono due sponde

Tra i commenti del giorno dopo, qualcuno ha osservato che la presenza “autoctona” nel corteo monfalconese è stata limitata; questo dato è stato letto negativamente, in termini di assenza di una solidarietà larga nei confronti della richiesta, da parte delle persone straniere, di riconoscimento pieno della propria cittadinanza. L’osservazione è stata sollevata, in maniera strumentale, anche da chi alimenta la narrazione contrappositiva del “corteo integralista islamico” contro i “difensori del Presepe”, ovvero quel pugno di persone che ha risposto “Presente” al comizio prenatalizio di Cisint indetto, non casualmente, in contemporanea con la manifestazione.

Il fatto che una parte di città finora non visibile dal punto di vista politico abbia scelto di organizzarsi e mobilitarsi è in ogni caso un’ottima notizia, almeno per chi crede che il futuro del nostro territorio passi necessariamente attraverso l’universalizzazione dei diritti di cittadinanza. E questo a prescindere da modalità, slogan, tempi scelti per la manifestazione. Anzi, proprio uno degli elementi più controversi, da una prospettiva locale, cioè la scelta del Tricolore quale unico simbolo ammesso all’interno del corteo insieme alla bandiera europea, è stata forse la decisione più azzeccata e beffarda nei confronti della retorica della destra sulla volontà di non integrazione della popolazione straniera di Monfalcone. Un cortocircuito totale, al punto che l’unica risposta di Cisint a questa immagine è stata che quei simboli, in mani a suo dire “sbagliate”, non valgono alcunché; ovvero, ancora una volta, negare anche solo la possibilità che le persone straniere possano esprimere una soggettività politica.

Chi scrive è particolarmente convinto dalla visione di convivenza interetnica elaborata e praticata da Alex Langer, quando parlava della necessità di “mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera”: «Accanto all’identità ed ai confini più o meno netti delle diverse aggregazioni etniche è di fondamentale rilevanza che qualcuno si dedichi all’esplorazione ed al superamento dei confini: attività che magari in situazioni di tensione e conflitto assomiglierà al contrabbando, ma è decisiva per ammorbidire le rigidità, relativizzare le frontiere, favorire l’inter-azione».

Fino ad oggi tuttavia questo intento, per quanto nobile, era reso molto complicato dal fatto che una delle due sponde sulle quali i ponti dovrebbero auspicabilmente poggiare era, almeno politicamente, abbastanza fragile. Resa instabile anche da atteggiamenti, come quelli descritti in precedenza, che considerano la presenza straniera a Monfalcone come un “male transitorio”, sia esso inevitabile o da debellare. In questo clima, le persone migranti stabilitesi a Monfalcone ormai anche da lungo tempo si sono tendenzialmente organizzate in ambiti aggregativi, culturali o religiosi, forse volutamente poco politicizzati.

La depoliticizzazione della vita in comune è un tipico tentativo di adattamento, una tattica di sopravvivenza messa in atto da chi, all’interno di una comunità più ampia, vive una condizione di subalternità. Tuttavia genera un circolo vizioso, per cui i pregiudizi e gli stereotipi su quella parte di comunità si rafforzano proprio come conseguenza della loro marginalizzazione, alimentando dunque ulteriormente il rapporto di subordinazione degli “stranieri” rispetto agli “autoctoni”.

Con il corteo del 23 dicembre, alcuni dei pregiudizi e degli stereotipi più forti sono stati incrinati: quello relativo al disinteresse della comunità bengalese per la vita politica della città, ma anche quello sulla cultura di quel popolo che prevederebbe la sottomissione della donna nei confronti dell’uomo. Pregiudizio, questo, infranto dalla stessa voce di una di loro, Laura Khan, che è intervenuta al termine della manifestazione raccontando una realtà ben diversa da quella diffusa come verità assoluta e totale dalla propaganda della destra.

Se l’auspicio resta dunque quello di evitare la contrapposizione tra etnie, religioni, tradizioni, identità diverse – cioè fare in modo che la scommessa politica sulla quale hanno molto puntato i partiti xenofobi alla fine dei conti si riveli perdente – l’obiettivo potrà essere raggiunto solo attraverso una politicizzazione di quel pezzo di società che finora ha perlopiù subito, per imposizione altrui, le vicende della vita in comune di Monfalcone. Da questo punto di vista, il corteo dell’Antivigilia è un importantissimo passo avanti.

 

Un Pubblico rinnovato per un modello economico al servizio della società e del territorio

Anche lo stabilimento di Bagnoli della Rosandra, come quello di Fincantieri a Monfalcone, nasce da una storia di impresa di Stato: la fabbrica entra in funzione nel 1971 come Grandi Motori Trieste per iniziativa pubblica, parzialmente compensativa della chiusura dei Cantieri Navali e in continuità con la Fabbrica Macchine di Sant’Andrea. La differenza rispetto alla traiettoria dei cantieri monfalconesi è che l’attuale Wärtsilä Italia, dopo essere stata per un periodo incorporata nella stessa Fincantieri, venne ceduta alla multinazionale finlandese tra il 1996 e il 1997.

Si può dire dunque che i due principali modelli di impresa pubblica in questo angolo di Paese si siano ammalati, nel corso del tempo, di due mali diversi, eppure complementari: da un lato, con Fincantieri, l’involucro di Stato è stato conservato, ma svuotandolo progressivamente del nocciolo produttivo tramite il subappalto selvaggio, esternalizzando così costi e comprimendo diritti con l’obiettivo di competere sul mercato giocando sul ribasso del costo del lavoro; dall’altro, con GMT, poi Wärtsilä Italia, la traiettoria strategica impressa dal management pubblico è stata considerata esaurita, nella convinzione che un operatore privato avrebbe garantito in maniera più efficiente la continuità della produzione sul territorio.

Non è andata così: dopo aver assorbito know-how, licenze e portafoglio clienti dello stabilimento triestino, a luglio 2022 Wärtsilä ha deciso che era giunto il momento di trasferire tutta la produzione in Finlandia. Da quel tentativo di licenziamento in tronco di 451 lavoratori, stoppato dal ricorso giudiziario dei sindacati, fino alle numerose promesse disattese nella trattativa che si è aperta in seguito, Wärtsilä ha ampiamente dimostrato di muoversi con spregiudicatezza, arroganza e totale disinteresse nei confronti del territorio nel quale aveva goduto per anni di aiuti economici e supporto politico incondizionato.

A fronte dell’inaffidabilità della multinazionale finlandese, della particolarità del mercato dei grandi motori che lo rende strategico per gli interessi territoriali e nazionali, oltre ovviamente del rilevante impatto occupazionale della produzione e del suo indotto, da tempo c’è chi ha indicato in un rinnovato intervento pubblico diretto una via d’uscita non solo necessaria, ma anche auspicabile alla “crisi” di Wärtsilä. Una crisi da mettere doverosamente solo tra virgolette, perché nell’ottica dell’economia reale è insensato parlare di crisi per uno stabilimento che non soffriva in termini produttivi.

Con un certo ritardo – il cui prezzo viene purtroppo pagato dalle lavoratrici e dai lavoratori – anche i più scettici, peraltro per le stesse ragioni meramente ideologiche che avevano portato alla privatizzazione negli anni ‘90, si sono ora accodati alla prospettiva dell’intervento pubblico per il salvataggio dello stabilimento di Bagnoli. Ed è a questo punto, con l’ipotesi di impegno di Ansaldo Energia che prende corpo, che è opportuno fare un passo avanti. Serve pensare a “che pubblico” vogliamo per il futuro industriale a Trieste: questo passaggio per certi versi storico è un’occasione fondamentale per tracciare, con coraggio e visione, nuove rotte.

La scommessa dev’essere quella di un nuovo impegno pubblico nell’economia che sia capace di giocare con regole diverse da quelle che hanno portato da un lato alla degenerazione del modello Fincantieri, dall’altro all’auto-estinzione della spinta trasformatrice del pubblico stesso. Il ritorno del pubblico non può assumere solo l’obiettivo di conservare quantitativamente i posti di lavoro nell’industria – e in prospettiva di farli crescere, in una città come Trieste che è ormai strutturalmente sotto il 10% di contributo dell’industria all’economia – ma deve focalizzare anche l’obiettivo di indirizzare l’intero modello produttivo nella direzione di una vera sostenibilità sociale e ambientale.

Una nuova GMT a guida pubblica, un polo industriale all’avanguardia che potrebbe rilanciare altre iniziative imprenditoriali anche grazie alla connessione con il sistema della formazione e della ricerca e con i vantaggi del regime di Porto Franco Internazionale, è una prospettiva concreta e desiderabile, che si può realizzare avendo il coraggio di abbandonare le lenti ideologiche con le quali è stata quasi univocamente letta la realtà economica negli ultimi decenni. L’obiettivo è ambizioso, ma all’altezza dei desideri e le aspettative che la piazza di Trieste, e in un certo senso anche quella di Monfalcone, hanno rappresentato in maniera plastica: mettere l’economia al servizio delle persone e del territorio, e non viceversa.

Riccardo Laterza

Consigliere comunale di Adesso Trieste.

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