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Bici sulla Pedemontana

Mobilità e turismo per la Pedemontana e il Friuli


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Vorrei partire da un vecchio dépliant pubblicato nel 2012, quindi prima della frana che ha chiuso la ferrovia Pedemontana. All’epoca le ciclabili non erano ancora di moda e non si parlava di “bicicletta che salva l’economia”. Eppure, quel dépliant aveva un titolo visionario: Bici, binari e bengodi. Da un lato, mostrava la ferrovia Pedemontana, dall’altro, una serie di luoghi e feste paesane raggiungibili in treno o in bici. Riportava orari di andata e ritorno, e gli eventi collegati.

L’iniziativa era stata promossa da Trenitalia, i Comuni, la Regione Friuli-Venezia Giulia e la Comunità montana: una rete di soggetti che aveva intuito il valore di collegare le tradizioni locali, la mobilità dolce e l’accessibilità ferroviaria.

La ferrovia, lunga 74 km, è una linea a binario unico, non elettrificata, ma con scartamento ordinario – un dettaglio tecnico importante, perché consente la circolazione di tutti i treni e facilita l’integrazione tra reti diverse. Come ricorda il dottor Vecchiet nel suo splendido volume dedicato alla Pedemontana, questa linea è anche un patrimonio ingegneristico che rappresenta un periodo epico della nostra ingegneria dei trasporti, dove anche le opere infrastrutturali – i ponti sul Cellina e sul Meduna, i viadotti del Valone Gercia o i due ponti a travi metalliche sui rami del Tagliamento – sono vere e proprie opere d’arte, capaci di fondersi armoniosamente con il paesaggio. La linea conta 14 stazioni ed era nata dall’unione di due tronchi ferroviari con origini e obiettivi diversi. Nel 2012, però, una frana nei pressi di Meduno ne ha sospeso il servizio. 

Le amministrazioni parlano attraverso i loro atti: comitati e cittadini possono certamente sollecitarli, ma quel che resta è ciò che viene scritto e sottoscritto. E allora vediamo quali sono gli atti e i protocolli che in questi anni hanno impegnato i diversi soggetti istituzionali a mantenere viva la ferrovia Pedemontana e sono ancora vigenti. 

Il primo passo è stato un protocollo d’intesa tra Regione, Comunità montane, Fondazione Cassa di Risparmio di Udine e Pordenone e la Ferrovia Udine-Cividale: soggetti diversi che cercano di capire che cosa si può fare di fronte a questa chiusura, per non decretare la fine della ferrovia, tra cui c’è anche un’altra ferrovia, la FUC, di proprietà della Regione. 

Il secondo passo è un corposo studio di fattibilità che analizza non solo caratteristiche e costi, ma anche criticità e potenzialità, e arriva a ipotizzare la riapertura della linea.

Il Patto di Pinzano

Nel febbraio 2016 viene firmato un importante accordo quadro tra Regione e Rete Ferroviaria Italiana (RFI), che riconosce la Sacile-Gemona come linea di trasporto pubblico locale e dunque sancisce la sua importanza dal punto di vista del traffico delle persone. È un momento altissimo per questo territorio, perché a seguire viene firmato il cosiddetto Patto di Pinzano. Si tratta di un documento snello, molto semplice ma denso, in cui i Comuni si impegnano a sostenere la riattivazione della ferrovia come priorità per lo sviluppo territoriale, integrandola con le politiche locali e la gestione delle stazioni. La questione del collegamento tra centri abitati e stazioni creerà qualche ruggine nel meccanismo, ma in ogni caso il patto sostiene con forza l’azione dell’assessore regionale e gli dà mandato di agire nei confronti di RFI e di ogni altro ente competente per poter giungere al ripristino della circolazione. 

Il patto mostra l’importanza di disporre di uno strumento quadro che identifichi in maniera unitaria azioni e strumenti affinché la Sacile-Gemona rappresenti un reale investimento per lo sviluppo. Da quello stesso patto prende poi forma un altro progetto territoriale, portato avanti dal GAL Montagna Leader: il Cammino di San Cristoforo, che è oggi uno dei percorsi più suggestivi del Friuli, percorribile a piedi o in bicicletta. I suoi 150 km di percorso nascono da lì.

Grazie a quel mandato, nel maggio 2016 la Regione si presenta a Roma e chiede di inserire la Sacile-Gemona nella legge sulle ferrovie turistiche. La richiesta va a buon fine e in effetti dal 2017 la Sacile-Gemona assume una doppia valenza: infrastruttura di mobilità locale e risorsa per il turismo. Ma dato che resta inclusa nel TPL, può ricevere finanziamenti a livello regionale. 

Con il protocollo d’intesa per lo sviluppo delle infrastrutture tra Regione e Rete Ferroviaria, quindi, RFI si impegna al ripristino della Sacile-Gemona e la Regione inserisce gli elementi di valorizzazione dei progetti dei finanziamenti europei. Nel 2018 viene siglato una sorta di addendum al protocollo Regione-RFI per il monitoraggio e il finanziamento dei lavori.

L’ultimo atto che ho ritrovato è di dicembre 2024: una convenzione tra la Regione e RFI, affinché la rete ferroviaria faccia uno studio di fattibilità sulla Sacile-Gemona. Oggi, nel piano commerciale di RFI 2025, è inserita anche la riapertura della Sacile-Gemona, mentre la fase ulteriore, fino a Pinzano, è prevista per il 2026. Segno che la prospettiva non è abbandonata, ma attende una spinta politica e territoriale.

Costruire una risorsa territoriale

Guardando avanti, possiamo immaginare un sistema ferroviario metropolitano leggero, dove i problemi di interferenza con le strade vengono risolte con dei semafori, in modo molto efficace ed efficiente: basta copiare dai paesi del Nord Europa. Questo tipo di funzionamento eleverebbe di tantissimo la qualità del trasporto pubblico ferroviario nella nostra regione. Perché abbiamo certamente il programma dei treni storici che vediamo in anteprima sul sito di Promoturismo FVG, ma non possiamo fermarci lì.

Una ferrovia come metropolitana leggera permetterebbe di collegare Gemona, Udine, Sacile e Maniago, integrando il trasporto su gomma verso le valli interne o la pianura, e la rete ciclabile. Le stazioni, in quest’ottica, diventerebbero nodi di interscambio tra treno, bus e bici – una rete coerente e sostenibile per l’intero Friuli.

Serve però un lavoro di coordinamento: mettere ordine nei tanti Biciplan comunali e regionali, costruendo una visione unitaria che valorizzi davvero la ferrovia come dorsale della mobilità dolce. Si tratta di costruire una rete coerente di continuità dei percorsi ciclabili che abbiano come supporto la ferrovia e di stabilire i soggetti che devono occuparsi della manutenzione. Ma su questo c’è una legge sulla ciclabilità regionale che fissa esattamente di chi è la competenza di cosa.

RFI sembra crederci, ma la domanda ora è: che cosa chiede la comunità regionale? Non uno studio sulla redditività, ma un impegno concreto a realizzare ciò che i protocolli hanno già sancito.

Perché la Pedemontana friulana non è solo una ferrovia: è un progetto di futuro, capace di unire memoria, territorio e sostenibilità.

 

Leggi anche: 

Il contesto del territorio e delle connessioni, di Walter Coletto

Ferrovia e ciclovia: un binomio vincente, di Romano Vecchiet

Un treno per il futuro, un progetto di sviluppo locale, di Alberto Durì
 

Santoro
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Architetto, già assessora regionale alle Infrastrutture e territorio

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