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Epic installazione

Un museo per due città


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L’allestimento museale “Epic”, nel vecchio magazzino ferroviario accanto alla stazione di Nova Gorica, vuole rappresentare l’identità complessa di un territorio al cui interno per secoli si sono parlate diverse lingue: italiano, friulano, sloveno e tedesco. Nel 1947 il confine ha diviso la popolazione e la storia di sloveni ed italiani non sempre è conosciuta in tutti i suoi aspetti. Il museo vuole colmare queste lacune. 

Il progetto espositivo unisce una parte più propriamente scientifica –  con la ricostruzione della storia di Gorizia a partire dalla fondazione nell’anno 1001, sino all’entrata della Slovenia nell’Unione europea nel 2004 e al Trattato di Schengen del 2007 che sancisce la libera circolazione delle persone e la fine dei controlli di frontiera (purtroppo oggi ripristinati con la motivazione di impedire la rotta balcanica e fermare i migranti) – a una parte riguardante una raccolta di testimonianze e di fonti orali.

Il museo delle due città è un simbolo importante ed è un riconoscimento del lavoro collettivo di uomini e donne di buona volontà che hanno fortemente voluto l’abbattimento fisico, umano e culturale che il confine ha rappresentato. Dobbiamo ringraziare i curatori e in particolare Kaja Širok, che con tenacia e determinazione ha coinvolto anche studiosi e storici italiani nella realizzazione del progetto.

Descrivere la ricca raccolta di documenti richiederebbe molto spazio. Mi soffermo su alcune questioni che forse sono meno conosciute al pubblico italiano. 

Nell’Impero e dopo, Gorizia tra 800 e primo 900

Esilarante è leggere come i conflitti nazionali siano stati presenti anche all’interno dell’impero. La dimostrazione è la doppia versione della canzone “Marameo” della fine dell’800. In quella italiana gli sloveni sono descritti come elementi estranei a Gorizia che devono essere espulsi. Andrej Gabršček, direttore della rivista slovena Soča, scrive in risposta” Pojdite že nekam/Andatevene già via”, una parodia della versione italiana che afferma che i “maccaroni” italiani hanno paura di Salcano e devono andarsene a Milano.

Interessanti sono i dati dell’emigrazione nel periodo 1820-1920. 4,1 milioni di persone, il 10% delle partenze dall’Europa, provengono dai territori dell’ex impero. Gran parte sono sloveni in fuga per motivi economici e politici. Tra gli emigranti uno spazio particolare lo hanno le 8.000 donne che si recano in Egitto a fare le balie dopo l’apertura del canale di Suez e negli anni successivi. Sono le cosiddette Aleksandrinke che hanno contribuito in maniera determinante alla sopravvivenza delle loro famiglie.

L’Italia e il fascismo

Gli eventi bellici successivi estremizzano i conflitti e semplificano il tessuto sociale. I tedeschi se ne vanno nel 1918 e il fascismo tenta con ogni mezzo la assimilazione e la snazionalizzazione degli sloveni, prima e durante il secondo conflitto condotto con i metodi brutali della guerra ai civili teorizzata dal generale Mario Roatta. Ma la livella delle guerre e del fascismo non cancella del tutto una realtà linguistica, economica ed affettiva che esiste da secoli. Le persone continuano i loro scambi, attraverso il contrabbando e si incontrano con amici e parenti vicino alla rete che divide la due comunità.

Del fascismo e della sua politica di repressione antislava gli italiani conoscono l’esproprio forzato del Trgovski dom, trasformato nella Casa del Fascio, e sanno della terribile morte del compositore e musicista Lojze Bratuž, che viene ricordato ogni anno dalle associazioni antifasciste italiane e slovene. 

Meno nota è la sorte dei cinque giovani che fondano negli anni Trenta l’organizzazione segreta Črni bratje (Fratelli neri) e che affiggono manifesti con scritte contro Mussolini, espongono bandiere e distribuiscono volantini. Scoperti dalla polizia fascista sono arrestati e subiscono terribili violenze. Mirko Brezavšček, un ragazzino di appena 13 anni, è picchiato e torturato, scaricato davanti alla sua abitazione dove muore per le torture subite. Della fine di Mirko pochi goriziani sanno qualcosa e la sua terribile fine non viene adeguatamente celebrata.

Gorizia in guerra conosce la repressione violenta del movimento partigiano, la detenzione di centinaia di antifascisti, la deportazione in Germania e la presenza di truppe collaborazioniste in città. Si tratta di domobranci sloveni, cetnici serbi, cosacchi, mongoli, autori di violenze e distruzioni. Le truppe collaborazioniste dei nazisti che occupano il territorio contribuiscono a sedimentare la paura della popolazione contro “lo slavo”. Talvolta nella memoria goriziana è difficile distinguere chi era da una parte e combatteva contro il nazifascismo e chi era dall’altra a fianco dei dominatori. Non va dimenticato che alle dirette dipendenze del Terzo Reich combattono formazioni della Decima mas, specialiste nella repressione antipartigiana, cacciate da Gorizia dagli stessi tedeschi perché provocano incidenti e disordini ai danni degli sloveni.

Il secondo dopoguerra e le due Gorizia

Al termine della guerra, nei 40 giorni di amministrazione jugoslava, inizia una fase drammatica della vita cittadina che ne ha condizionato i decenni successivi. E’ il periodo delle deportazioni di collaborazionisti, ex militari, ma anche civili ostili agli jugoslavi, taluni vittime di vendette personali. Si scatena la violenza dei vincitori dopo la lunga e difficile resistenza all’invasione italiana e tedesca della Jugoslavia, che ha prodotto, oltre ai danni economici, la morte di circa un milione di persone. “Città di chi?” si chiede la popolazione passata sotto il Governo Militare Alleato quando la commissione alleata arriva in città nel 1946 per studiare la delimitazione del confine e le opposte fazioni, pro o contro l’annessione alla Jugoslavia come Settima repubblica, scendono in piazza e si picchiano per le strade.

Infine il lungo dopoguerra, con le violenze del 1947, quando la componente italiana si prende la rivincita e distrugge le proprietà slovene, l’arrivo degli esuli, la lentissima ripresa economica di Gorizia che ha perso oltre il 90% dei suoi territori, la guerra fredda che esercita un ferreo controllo contro le “quinte colonne” che hanno” intelligenza” con la repubblica di Tito e gonfia il numero degli “infoibati”.

La nascita di Nova Gorica si avvale del progetto dell’architetto Raunikar ma soprattutto dello straordinario lavoro delle brigate volontarie di donne e uomini che costruiscono la nuova città socialista. 

Intanto nel 1955 vengono stabiliti i primi accordi commerciali a Udine. Il percorso di avvicinamento è lento e difficile, costruito con coraggio da politici, giornalisti, scrittori ed artisti che hanno per anni cercato di mantenere relazioni con gli amici al di là del confine. 

A metà degli anni ‘60 i sindaci Martina e Strukelj si incontrano di nascosto per tessere un nuovo dialogo e risolvere i problemi delle due città. Una legge statale di tutela della minoranza sarà ottenuta appena nel 2001, derivando le misure di tutela già vigenti e precedenti dal Memorandum di Londra del 1954 e dagli accordi di Osimo tra Italia e Jugoslavia del 1975.

Un museo per il futuro, un museo di tutti per tutti

I rapporti tra le due comunità, non sempre lineari e tranquilli, culminano alcuni decenni dopo con la nomina di Nova Gorica e Gorizia capitale europea della cultura.

All’inaugurazione del museo si è detto che si tratta di un lavoro che deve continuare. Sarebbe davvero bello che i goriziani portassero documenti, foto, ricordi e testimoniassero sugli avvenimenti del passato. L’obiettivo di rappresentare la storia delle due città deve essere arricchito per creare uno sguardo il più possibile articolato e complesso. 

E’ oggi necessario superare alcuni ostacoli che incrinano le relazioni tra le due comunità: bisogna togliere la cittadinanza onoraria a Mussolini, come richiesto più volte in questi anni. E’ inoltre inaccettabile che l’autorità comunale riceva con la fascia tricolore i reduci della Decima mas, vecchi arnesi di un passato che deve essere ricordato nei musei e non nei luoghi pubblici di Gorizia.

Sarebbe veramente bello se nelle scuole italiane si potesse introdurre, almeno in modo facoltativo, l’insegnamento della lingua slovena. L’amicizia vuol dire anche parlare e comprendere la lingua dell’altro.

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Le fotografie sono tratte dal sito trilingue https://www.go-epic.eu/it/ che presenta uno dei progetti di punta della Capitale Europea della Cultura 2025.

anna di gianantonio
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Anna Di Gianantonio è presidente ANPI di Gorizia e ricercatrice storica presso l'Istituto Regionale di Storia della Resistenza e dell'Età Contemporanea di Trieste.

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