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Brazzano di Cormons

Brazzano di Cormòns, dopo l’alluvione la gestione dell’emergenza. Una storia


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Da osservatore direttamente coinvolto ma esterno alle dinamiche delle pubbliche amministrazioni, e dunque non informato dei progetti, delle priorità e delle finalità, oltre che dei meccanismi operanti negli enti pubblici, sto vivendo con grande disagio gli interventi dell’emergenza relativi alla frana di Brazzano. La sensazione, per me che abitavo l’area coinvolta per il tempo di lavoro, è d’essere ritenuto insieme ai beni che m’appartengono un intralcio, una vera scocciatura piuttosto che il destinatario degli interventi riparatori. A me civile, proprietario di strutture civili, la Protezione Civile, così come nelle prime fasi i Vigili del Fuoco, appaiono piuttosto come la controparte cui opporsi per difendere strutture e azienda da una condanna morte. I mantra che odo da settimane sono due: “sicurezza” e “prevalenza dell’interesse pubblico” sull’altare dei quali tutto deve essere sacrificato. E in nome della sicurezza m’è stato proibito, ad esempio, di mettere in sicurezza il solaio della cantina sovrastato dalla valanga, un carico per il quale non è stato progettato e in presenza del quale nei primi momenti pareva comunque esserne uscito indenne. Esiste un rischio di crollo connesso all’operazione di posa dei puntelli? Certo, ma infinitesimo secondo i miei esperti. Esiste un rischio di degrado della struttura nel permanere sotto carico per lungo periodo? Certo, e probabile.  

Brazzano di Cormons

Definisci “interesse pubblico” 

  Dunque, sicurezza e interesse pubblico intesi in senso assoluto e non relativo cui sacrificare ogni altro interesse. Quali sarebbero dunque gli interessi privati da sacrificare sull’altare della sicurezza intesa come interesse pubblico? Intanto la mia cantina come struttura ma anche come esistenza di soggetto economico che dà da vivere a una decina di persone. Che gestisce custodendo e manutenendo 17 ettari di territorio agricolo. Poi un’altra cantina che dà da vivere a 3/4 persone. L’ordinarietà e la serenità di una trentina di altri residenti sfollati dall’ordinanza del sindaco per un periodo da tre mesi fino a tre anni. L’uso d’una strada a fondo cieco che serve due abitazioni, una chiesa, due aziende vitivinicole, qualche decina o centinaia di ettari di bosco. Tutti immobili destinati, secondo l’ordinanza, all’incuria e all’abbandono, con, per esempio, nel caso dei fondi rustici, l’impossibilità delle manutenzioni tanto più urgenti a seguito dell’evento eccezionale del 17 novembre. Da sacrificare all’interesse pubblico anche beni ambientali e storici come il sagrato della chiesa e le sue pertinenze, l’ipotesi d’una ricostruzione filologica della Centa di San Lorenzo già che la fretta impone di avviare i detriti in discarica, la vigna antica del nostro Ronco della Chiesa. Quest’ultima l’ho conservata e manutenuta per 45 anni con l’intento di conservare e trasmettere la sua importanza tecnico-ambientale. Un raro esempio sopravvissuto di un sapere antico capace di una sintesi fra umano e ambiente da cui poter trarre un sapere molto attuale, un sapere capace di ribaltare quel contemporaneo malato rapporto con l’ambiente che poi probabilmente sta all’origine dei 300 millimetri di pioggia caduti in poche ore. 

Brazzano di Cormons

L’emergenza non comprende il futuro? 

Il borgo di San Lorenzo era una piccola comunità ove due nuclei familiari sono stati annientati dalla valanga ma il resto è sopravvissuto e per la maggior parte dei casi pure senza danni. Questa comunità rischia se non di morire d’ammalarsi gravemente. Qualcuno forse non tornerà più, qualcuno può veramente morire. Che effetto sulla aspettativa di vita può avere sfollare a tempo indefinito due persone molto anziane? La sensazione, sottolineo sensazione, perché per una valutazione serena si dovrebbe conoscere rilevazioni, progetti e disporre delle competenze per leggerli, è che non ci sia la capacità di pesare, di fare valutazioni costi-benefici. 

E’ vero che noi non siamo capaci di entrare nei progetti e nelle valutazioni dei rischi della Protezione Civile, ma questa sa misurarsi con i cicli e progetti di vita delle persone?, con il loro sogni, oltre che con i cicli economici delle aziende su cui “sparano” le loro interdizioni? Sanno misurarsi con gli aspetti psicologici e dunque identitari delle varie comunità coinvolte? Con i cicli biologici oltre che vitali delle aziende peraltro attrici e custodi del territorio e del paesaggio circostante? Quali e quante probabilità c’erano e ci sono che dal punto di distacco della frana possano generarsi ulteriori valanghe di entità uguale o superiore, in grado di generare eventi simili a quello del 17 novembre e dunque tali da investire abitazioni molto più distanti da quelle colpite, così da giustificare i grandi sacrifici imposti? Cui sacrificare paesaggio, memoria dei luoghi e dunque le molteplicità di relazioni sulle quali si fondano le identità dei singoli e delle comunità? Peraltro agenti per secoli già che il borgo è vecchio di 500 anni, la chiesa di 300 e la vigna di più di 70 anni? 

No, l’approccio è puntuale e atemporale e la complessità, necessariamente connessa con la presenza di sistemi viventi, un fastidio da accantonare cui forse rimediare poi. E allora la messa in sicurezza della frana diviene l’interesse pubblico cui sacrificare ogni altro interesse. Ma ci sono difficoltà, i tempi diventano lunghi e allora si rimanda e ci si concentra sull’opera temporanea, uno sbarramento buono a intercettare eventuali future frane in attesa di risolvere il problema alla radice. Dunque bisogna andare veloci e non si va per il sottile. Il vigneto? si deve fare la pista per i camion e Il suolo generato in migliaia di anni lo si butta in discarica. E il sistema idraulico che ne ha garantito la stabilità per 70 anni? non c’è tempo di pensarci, sia quel che sia, si deve fare in fretta. All’interesse pubblico si deve sacrificare la preoccupazione del privato per la salvaguardia dei luoghi, per l’importanza agronomica del sito, di non instabilizzare un versante per l’estensione di un ettaro.   

Brazzano di Cormons

Nel 1976 un altro mondo… 

Ho marginalmente vissuto i giorni del dopo terremoto del 1976. In parte perché casa di mamma fu spezzata in due. In parte perché come volontario ho trascorso giornate in Carnia ad aiutare. Il clima era altro. C’era lo sforzo di valorizzare tutte le energie anche quelle non professionali di un ragazzo che cercava di dare una mano. I residenti lavoravano per sé e per gli altri, le istituzioni erano lì per fare, non per interdire e l’obiettivo era ricostruire in fretta partendo dalle realtà economiche ritenute importanti e prioritarie. Anche solo l’impatto visivo era totalmente diverso, le aree colpite pullulavano di vita ed erano piene di civili quando qui regna un deserto spettrale. 

Ecco, forse è precisamente la vita intesa come un pericoloso intralcio il nemico dal quale le istituzioni vogliono difendersi. Allora a decidere era la politica e il sindaco era al centro. Qui il sindaco sembra diventare una figura ornamentale buona a scrivere ordinanze sotto dettatura dei tecnici, pare che la mediazione degli interessi dentro a una società vitale, compito della politica, sia svanita. Non pare tuttavia di cogliere nei malanni descritti una qualche perversità dei singoli coinvolti, tanto meno degli attori politici. L’assessore competente, Riccardi, non s’è defilato, al contrario s’è speso e parecchio nel tentare di risolvere problemi. Anche il Sindaco Felcaro s’è speso, ma tutto sembra infrangersi contro insormontabili meccanismi e automatismi non modificabili. E pure i tecnici presi uno per uno paiono delle buone persone. Piuttosto quanto sopra pare figlio d’una nuova cultura della gestione del bene pubblico e dello svolgimento dei ruoli istituzionali che passa per asettici tecnicismi ove il concetto di sicurezza deve tendere a infinito. Sicurezza che tende a infinito pretende rischio tendente a zero. Nelle vicende umane rischio zero equivale a prevedibilità assoluta. E’ che sull’imprevedibilità si fonda la vita, questa meravigliosa invenzione che è imprevedibilmente capitata per caso sul nostro piccolo pianeta. Dunque, dal momento che imprevedibilità e rischio sono intrinsecamente legate alla vita meglio espellere quest’ultima. Allargando lo sguardo pare di cogliere similitudini anche altrove in questa Europa, fino ai suoi vertici più elevati. Se si deve prevenire anche il più remoto rischio di un’invasione ogni vicino sufficientemente potente diviene un nemico da annientare. E’ in fondo in nome della sicurezza che per una serie di automatismi ci stiamo pericolosamente avvicinando alla guerra contro la prima potenza nucleare del pianeta. L’intolleranza per le logiche della vita può tollerare la democrazia? Ed è ancora lecito chiamare democrazia un sistema in cui i destini degli uomini non dipendono più dalla politica?  

Le fotografie sono tratte dalla pagina facebook del Borgo del Tiglio https://www.facebook.com/borgodeltigliowine?locale=it_IT e Salviamo il Ronco della Chiesa https://www.facebook.com/people/Salviamo-il-Ronco-della-Chiesa-Save-Ronco-della-Chiesa/61584235667335/ che raccontano dell’azienda vitivinicola e degli eventi successivi all’alluvione del 17 novembre 2025.

Nicola Manferrari
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Vignaiolo. Titolare e fondatore nel 1981 di Borgo del Tiglio, azienda storica del Collio Goriziano. Fra i vini prodotti l'iconico Ronco della Chiesa ottenuto dall'omonimo storico vigneto colpito dalla frana del 17 novembre, il vino che ha fatto conoscere il Tocai (oggi Friulano) nel mondo.

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