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istituto scolastico friuli venezia giulia

Prepariamoci ad un anno scolastico con scuole soppresse, fuse e aggregate


L’attuale Governo ha deciso con la legge n. 197/2022 di tagliare le autonomie scolastiche elevando il requisito numerico per ciascuna istituzione scolastica utile a definire la pianta organica regionale dei Dirigenti scolastici, dagli attuali 600 a 900 iscritti. L’applicazione “tout-court” determinata dalla Giunta regionale il 1° dicembre 2023, causerà dal 1° settembre 2024 il taglio dei Dirigenti scolastici e dei Direttori generali dei servizi amministrativi di 10 e 11 posti rispettivamente; a questo risultato si giunge attraverso la soppressione, aggregazione e fusione di vari istituti.

Il provvedimento non giunge inaspettato, si colloca in una sequenza normativa e programmatica lunga dipanatasi dalla fine degli anni ‘90 ad oggi. Tale riferimento è utile per comprendere che non ci troviamo innanzi ad una contingenza originale, quanto ad una delle tante fasi di robusto taglio delle dirigenze scolastiche (e dunque istituti) ridotte in Italia a circa 8 mila, dalle originarie 12 mila.

In altre parole, la denatalità, brandita oggi a supporto degli ulteriori tagli, non c’entra evidentemente nulla, né il piano regionale risponde a questo tema, mantenendo infatti intatto il numero dei plessi scolastici aperti concedendo una quarantina di deroghe.

Indirizzi statali applicati senza pensiero autonomo

Il dimensionamento scolastico è stato attuato, in Friuli-Venezia Giulia più che altrove, percorrendo i binari stretti dei numeri, senza aver praticato sino in fondo la ricerca di creazione di modelli organizzativi e didattici originali e coraggiosi: si segnalano infatti tuttora in altri territori le persistenze di circa 500 tra Direzioni didattiche e Istituti principali di 1° grado (cfr. Documento Ufficio Statistica M.I. a.s. 2022/’23), segnale concreto di dimensionamenti mai applicati, mentre qui in regione eravamo già vicini ai nuovi parametri introdotti.

Nel corso degli anni sono state effettuate scelte non sempre condivisibili, quali a titolo di esempio, la creazione di Istituti comprensivi dalla consistenza di 14 plessi scolastici distribuiti tra 6 comuni con distanze reciproche di oltre 50 chilometri, e altri Istituti comprensivi di caratteristiche simili, anche in territori senza particolari connotazioni orografiche, o di Istituti comprensivi di oltre 1.000 iscritti inseriti in aree a forte concentrazione urbana, che pur disporrebbero di spazi e soluzioni alternative, anche in ordine alla mobilità, che avrebbero potuto condurre ad Istituti di dimensioni ridotte. L’attuale piano prevede addirittura per la nuova istituzione scolastica IC Rivignano – Palazzolo dello Stella, un totale di 19 plessi scolastici su ben 7 comuni e un’aggregazione innaturale di un istituto comprensivo con una istituzione educativa, realizzata tra l’Istituto comprensivo di San Pietro al Natisone e il Convitto nazionale Paolo Diacono di Cividale del Friuli.

La cessata fase di emergenza sanitaria aveva tuttavia presentato il conto di tali scelte, sembrerebbe invano, con particolare evidenza per gli istituti superiori, mettendole in discussione. Si pensi solo alla matrice origine/destinazione dei flussi dei trasporti pubblici originati dall’accentramento di grandi istituti scolastici nelle città, aspetto su cui il documento programmatico triennale di dimensionamento non appare incidere.

In sostanza, il realizzando dimensionamento scolastico, risulta efficace solo ai fini della riduzione di spesa, obiettivo finemente definito dalla politica centrale e conseguito con convinta adesione da parte della Giunta regionale. Inciderà invece, peggiorandoli, sugli ambiti gestionali, didattici e partecipativi.

Il “nuovo” sistema regionale assumerà a modello l’ipertrofia territoriale e numerica degli istituti e non migliorerà l’architrave organizzativo del sistema regionale, già gravemente compromesso e contraddistinto da istituti privi di dirigenti scolastici e direttori amministrativi titolari.

La carenza degli organici del personale tecnico, ausiliario e amministrativo, cronica e ordinaria, è destinata ad acuirsi per effetto del dimensionamento in atto: unendo due istituti in uno, e restando immutati i criteri di formazione dell’organico in riferimento al numero degli iscritti e dei plessi, non si otterrà infatti la somma delle unità di personale in organico degli istituti confluenti, bensì una loro diminuzione complessiva.

Il reclutamento di questi profili professionali, connotato da forte presenza di precariato storico, oltre a presentare urgente bisogno di essere riqualificato, risulta essere stratificato e multiforme, con strumenti plurimi a disposizione delle scuole (assunzioni ordinarie e da flussi finanziari PNRR e regionali) che contribuiscono a mettere da un lato sotto pressione le segreterie e dall’altro originano la mancata puntuale corresponsione degli stipendi.

L’unico parametro è la riduzione della spesa nel sistema scolastico

I difensori di questo taglio di spesa si sono posizionati sullo slogan “non si chiudono plessi, si sommano solo gli istituti, dunque non cambia nulla”. Si comprende e rispetta, ma non si può condividere. È la fuga lungo la via dei famosi polli di Trilussa: la statistica ti attribuisce un pollo mangiato anche se non lo hai mai comprato. Così sarà per quegli istituti dimensionati, che avranno nominalmente (forse) un Dirigente scolastico titolare sempre più solo e oberato di incombenze amministrative, impossibilitato ad esercitare la sua “leadership pedagogica” in una comunità educante (e democratica) che non riuscirà a vivere, non supportato da una efficiente spina dorsale amministrativa e tecnica, costretto a confrontarsi con Collegi docenti di dimensioni tali che potrebbero anche non disporre di un luogo idoneo per riunirsi.

Pensare che tutto questo non avrà pesanti ricadute sull’offerta formativa è o da illusi o da convinti sostenitori della necessità dei tagli. Questa seconda ipotesi resta purtroppo confermata dal momento che con successivo strumento normativo di pari cogenza della legge n. 197/2022 che ha introdotto i nuovi tagli, ovvero il cosiddetto “milleproroghe”, il Governo consentiva alle Regioni di derogare anche i piani già eventualmente approvati per l’anno scolastico 2024/‘25. In Friuli-Venezia Giulia tale applicazione avrebbe consentito il recupero di ben 4 dirigenze scolastiche sulle originarie 10 individuate; la Giunta regionale ha deciso però di non avvalersene. Altre Regioni autonome (cfr. Valle d’Aosta e Sardegna) e a statuto ordinario (cfr. Lazio ed Emilia-Romagna) hanno invece preso in seria considerazione l’ipotesi di condizionare in positivo il procedimento di dimensionamento.

Occasione persa dunque, le criticità restano intatte sul tappeto: deroghe, pluriclassi (persino negli istituti medi e superiori), reggenze di Direttori generali servizi amministrativi, e con buona probabilità anche di Dirigenti scolastici, caratterizzeranno anche il 2024/‘25 in un contesto organizzativo azzoppato, cui al solito, dovranno fare fronte le famiglie ed i lavoratori e le lavoratrici della scuola pubblica.

Strano che questo appiattimento sulle direttive politiche nazionali si sia potuto realizzare in una Regione autonoma a Statuto speciale che punterebbe, a quanto si legge, alla regionalizzazione dell’Ufficio scolastico regionale, prima fase di quella “autonomia differenziata” targata Calderoli. Se dunque il dimensionamento è solo una indolore questione di numeri, si proceda senza indugio nell’unificare anche gli Uffici scolastici territoriali.

Massimo Gargiulo

Docente scuola secondaria secondo grado, Esperto in Studi Turistici segretario generale regionale Federazione Lavoratori della Conoscenza CGIL, ha esercitato incarichi di responsabilità e partecipativi nelle istituzioni scolastiche e svolto attività politico-amministrativa nel territorio.

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