La salute in montagna non può essere gestita con l’emergenza
Nelle sole ex provincie di Udine e Pordenone sono ben 47 i comuni con meno di 1000 abitanti e di questi ben 21 sono sotto i 500 abitanti. E’ ben evidente che con questi numeri l’attuale logica del servizio sanitario impostata sul rapporto numero abitanti/medico, numero e tipologie di interventi/ ospedali, numero abitanti e Km. quadrati/ambulanze e pronto soccorso ecc. ecc. non può assolutamente essere applicabile alle aree montane e ai bisogni di queste comunità.
Il recente caso dei comuni di Vito d’Asio e Clauzetto (territori limitrofi) che rischiavano di rimanere assolutamente senza medico è stato “risolto” con grande enfasi inviando due medici in pensione che si sono impegnati a coprire 4 ore settimanali. In alternativa si era ipotizzato un neolaureato senza guida da medico esperto. Episodi che si aggiungono ad altri simili, come la morte di due persone in pochi mesi, a San Francesco prima e poi ad Anduins, colte da infarto e decedute prima dell’arrivo delle autoambulanze un’ora dopo la chiamata. Molto meno gravi ma non meno indicatori di una realtà ormai al limite le tante piccole storie delle attese di un contatto con il medico mentre cresce l’ansia o il dolore; il viaggio in auto – se hai la fortuna di poterla ancora guidare – in condizioni di stress, oppure il presentarsi in un ambulatorio medico che non è il tuo e dover magari sopportare l’ostilità di chi ti percepisce più come estraneo che come persona in difficoltà.
Accanto ai fatti di “cronaca” si dovrebbero valutare l’insieme dei punti della rete sociosanitaria territoriale, dalla presenza delle farmacie ai servizi assistenziali dei Comuni principalmente in grado solo di erogare piccoli contributi economici ai più deboli e la delega alla Comunità di montagna dei servizi puntuali.
Cercare e trovare alternative
La realtà di fatto è però una montagna in caduta libera per ciò che riguarda il numero di abitanti, ma soprattutto con una popolazione con indici di anzianità sempre più elevati. Sul quadro di cui sopra e relative conseguenze non c’è alcuna volontà di ragionarci e si preferisce correre dietro a soluzioni tampone (come i medici in pensione) senza prospettive per il futuro. L’emergenza sostituisce la normalità. E se in questa situazione gli abitanti della montagna protestano certamente non hanno torto.
Proviamo a cambiare contesto. Perlomeno fino alla seconda guerra mondiale in montagna era particolarmente diffusa una medicina pratica, fatta di tanta esperienza, di molte conoscenze pratiche, di rapporti diretti con la farmacia e di tradizioni consolidate. La popolazione cresceva e di molto anche se l’unica vera professionalità in campo sanitario era rappresentata dalla ostetrica. Salvo pochissime eccezioni tutto questo è ora scomparso. Tutto sommato era ed è molto più semplice affidarsi ad una visita medica senza neanche lo sforzo di capire e demandando tutto alla valutazione del medico. Sul come uscirne ragioniamoci magari assieme ad altre realtà montane (ad esempio il Piemonte) che il problema se lo pongono da tempo. Una ultima annotazione. Viene fortemente richiesta da parte da parte delle persone, e non solo anziane, la presenza di una infermiera che le assista nelle cure e nella comprensione dei sintomi. Ragioniamoci assieme sapendo che nessuno ha la verità in tasca e che i tempi mutano velocemente.
Laureato in Sociologia e attualmente consigliere al comune di Clauzetto.
