1969, un 25 Aprile da non dimenticare
Il 25 aprile fra le feste civili della Repubblica ha sue particolarità. Come il 1° Maggio è una festa che si vive con folle nelle piazze, non ha però un’origine internazionale ma profondamente nazionale. Come nessun’altra sappiamo essere anche subita, sopportata o non compresa da una parte della popolazione. Forse come il 2 giugno, ma molto più fortemente, il modo nel quale si vive e si celebra il 25 aprile si è modificato nel tempo ed è stato, talvolta, fortemente influenzato dal momento sociale e politico che l’Italia viveva. È quel che accadde a Udine il 25 aprile del 1969.
La festa per la liberazione dell’Italia dal nazi-fascismo, Udine la celebra secondo le cadenze di un tranquillo rituale proprio, divenuto nel tempo una tradizione. Da Piazza 1° Maggio parte un corteo di manifestanti, attraversa un tratto della nostra città per raggiungere Piazza Libertà, dove attendono le autorità, gli stendardi dei Comuni, i picchetti militari schierati e la gente, che affolla il terrapieno e la bellissima Loggia del Lionello. Al microfono interviene il Sindaco, alcuni studenti, un esponente delle associazioni partigiane, i sindacati (per tre volte ho avuto l’onore di rappresentarli, dopo che il sindaco Honsell ha accettato di farci parlare). Tutti ricordano il significato storico della ricorrenza, provando talvolta ad attualizzare i valori ed i riferimenti di allora con la situazione contemporanea e i suoi tanti problemi aperti.
Terminata la parte ufficiale, tutti i cittadini convenuti si incamminano verso Piazza XXVI Luglio. A volte silenziosamente, a volte intonando “Bella ciao”, a volte accompagnati da bande musicali o da formazioni strumentali originali, come lo furono gli “Arbe Garbe” (Erba cattiva) e i loro ritmi incalzanti. Senza dimenticare il gesto generoso e nobile di Liliana Tonero che dalla finestra della sua casa di via Poscolle lanciava alla folla centinaia di garofani rossi, per rispettare una promessa fatta in punto di morte al marito, il pittore e partigiano Guido Tavagnacco. Un piccolo, gentile gesto, per ricordare a tutti il valore della libertà.
Il corteo termina quindi in Piazza XXVI Luglio, dentro ed intorno ad un monumento unico, carico di significati e di simbologie, inaugurato nel 1969. Frutto di un concorso nazionale bandito a metà degli anni ’50, l’opera è il concorso artistico, originalissimo, dell’architetto Gino Valle, coadiuvato da Federico Marconi e dallo scultore Dino Basaldella, partigiano anch’egli. Nelle intenzioni dei progettisti, il monumento rappresenta l’incontro di quattro elementi. La terra delle aiuole come quelle dei sentieri battuti dai partigiani, l’acqua che scorre lungo le piastrelle di pietra come scorreva nei rivoli di montagna, il cielo che si intravvede dal lato aperto del grande quadrato in cemento, e il fuoco, simboleggiato dalla scultura al centro del complesso. A questi significati l’amico Carletto Rizzi ne ha aggiunto recentemente uno suo, ragionato e di natura scientifica: il monumento rappresenterebbe lo schema di un protone, componendo un legame arcano tra storia, fisica e chimica.
Occorre ricordare che il monumento, con il suo perimetro circolare, non interrompe la vita quotidiana della gente. Nel senso che pedoni ed automobilisti lo affiancano e lo sfiorano, inglobando l’emblema di un passato lontano nello scorrere della normalità di ogni giorno. Ma se la discussione sugli aspetti estetici e funzionali di quest’opera risulta prevalente e potrebbe ancora infiammare gli animi, quello che colpisce me, non positivamente, è il contesto dimenticato dell’epoca, delle dinamiche sociali e politiche che ne accompagnarono le sorti.
Il Sessantotto, nella lunga e complessa variante italiana del fenomeno, dalle Università e dai banchi delle scuole superiori, aveva cominciato a mettere in discussione tutti i modelli che non sembravano in grado di dare risposte adeguate agli squilibri di un progresso disordinato e sperequativo. Questa situazione (mancanza di aule, mancanza di professori, inadeguatezza dei programmi, staticità delle visuali, estraneamento dalla realtà vissuta) aveva portato me, allora diciassettenne, a prendere parte all’occupazione dello Stellini, ad uno scossone che contribuiva a prendere coscienza che la distanza dai disposti democratici della nostra Costituzione era pericolosamente davanti agli occhi di tutti. La scolarizzazione di massa aveva aperto possibilità importanti, ma piene ancora di pesanti ostacoli. La stessa percezione la viveva il mondo del lavoro. Il movimento operaio che avrebbe promosso il cosiddetto “autunno caldo” chiedeva che i cancelli delle fabbriche si aprissero ai principi della Costituzione, e che i benefici dello sviluppo economico cessassero di alimentarsi sullo sfruttamento e sulla negazione dei diritti.
All’inaugurazione del monumento alla Resistenza avrebbe dovuto parlare a Udine Ferruccio Parri, esponente di spicco del Partito d’Azione e del Corpo Volontari della Libertà, figura amata dai partigiani combattenti, amico fraterno dei fratelli Rosselli, di Luigi Longo e di Fermo Solari. A questa scelta la Democrazia Cristiana contrappose Mariano Rumor, allora Presidente del Consiglio, esponente della corrente dorotea, fedele e collaudato interprete di un lungo processo “occidentale e cattolico” che dal 1947 aveva rotto l’unità del Comitato di Liberazione Nazionale ed estromesso socialisti e comunisti dall’area di governo.
Il peso politico ed istituzionale della candidatura prevalse e i partiti tradizionali della sinistra si convinsero che un comportamento “responsabile” avrebbe giovato alla loro credibilità. Fermo Solari diede le dimissioni dagli incarichi nell’ANPI e si fece largo, nella parte giovanile del nascente Sessantotto, della FGCI e degli irriducibili, l’idea che fosse necessario non assecondare una impronta neutra, ingessata e rigidamente rituale, particolarmente attenta a lasciar fuori significati troppo legati al presente. Le enormi spinte sociali volte a cambiare uno Stato arretrato, l’uso violento della repressione poliziesca negli scioperi, i morti di Avola e Battipaglia, la guerra del Vietnam, una NATO che dal ’49 aveva fatto del Friuli una enorme caserma, disseminandolo di poligoni di tiro, di depositi, di caserme, di postazioni militari, di mine atomiche.
Dall’abbattimento dell’aereo spia di Gary Powell nel 1960 si era appreso (il Presidente della nostra Repubblica si disse sorpreso) che il velivolo abbattuto era partito da Aviano, lembo di terra statunitense, avamposto strategico verso i paesi dell’Est, dotato di decine di testate nucleari pronte all’uso. Come se non bastasse tutto questo, c’era la percezione netta che il fascismo in Italia e in Friuli stesse rialzando la testa. La versione in doppio petto, graziata dallo sdoganamento politico di Togliatti, aveva ricompreso al suo interno tutte le componenti della destra eversiva, necessarie a “scaldare l’ambiente” per contrastare la “marea rossa”.
Dal dicembre dello stesso 1969, con la strage di Piazza Fontana a Milano, assisteremo al crescendo della strategia della tensione, al terrore sanguinario che coinvolgerà negli anni ’70 anche la nostra terra (strage di Peteano, dirottamento a Ronchi dei Legionari, attentati dinamitardi, aggressioni). Mettere il bavaglio a chi queste cose voleva denunciarle, a chi capiva che dietro le apparenti sinfonie si celava ben altro, a chi era convinto che la Resistenza fosse altro, produsse una reazione. Un grande striscione, composto in una settimana presso lo studio del fotografo Riccardo Toffoletti, recitava a lettere cubitali: “QUESTA REPUBBLICA BORGHESE NON E’ FIGLIA DELLA RESISTENZA, LA RESISTENZA CONTINUA.
Il giorno dell’inaugurazione del monumento, il 25 aprile 1969, centinaia di persone, riconoscendosi in quel messaggio, presero la coda del corteo, tenuti a debita distanza dal servizio d’ordine approntato dai promotori ufficiali. Tra i dissenzienti c’ero anch’io. Nei cartelli, negli slogans, nelle figure di Ho Chi Minh e di Che Guevara, c’era tutta la consapevolezza e l’orgoglio di una diversità distante da quella prevalente. La cosiddetta “nuova sinistra”, che nelle fabbriche e nelle scuole avrebbe difeso l’idea di un altro Paese possibile, non buio e non conservatore, prese le mosse da lì. Le fotografie dell’epoca, molto più dei resoconti scritti che asserivano di fomentazioni estranee e di strumentali forzature, rendono bene le differenze. Il servizio d’ordine cercò di tenerci lontano dalla piazza, spingendoci lontano con convinta fermezza. Entrammo lo stesso, alla spicciolata, issando quel grande ed ingombrante striscione in alto, proprio davanti al palco delle autorità. Quel 25 Aprile, per ciò che fu e non per quello che conviene ricordare, anche alla luce di quanto sta succedendo, è un atto dovuto alla Storia del nostro Friuli.
Udinese, è stato per vent’anni dirigente sindacale della Feneal UIL a partire dal 1977, durante la ricostruzione post terremoto. Poi per cinque congressi consecutivi, sino al 2020, è stato eletto Segretario generale della UIL friulana. Note le sue battaglie in difesa dei lavoratori e dell’ambiente (centrale di Monfalcone, antinucleare, scalo di Cervignano, elettrodotto Redipuglia-Udine).
- Ferdinando Ceschia
- Ferdinando Ceschia