
I referendum, il lavoro e la Costituzione ignorata
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Il terreno perso, gli stravolgimenti escogitati e i tagli intervenuti sui diritti acquisiti dai lavoratori nel nostro Paese sono davvero tanti. E sono tutti profondamente rovinosi. Si tratta di un’opera lenta, lontana nel tempo, metodica, progressiva e sistematica al punto da avere profondamente cambiato senso all’articolo 1 della Costituzione e alla parola riforme, non più sinonimo di miglioramento e progresso, ma di arretramento e cancellazione. Un autentico disastro (non suoni eccessivo il termine) del quale è necessario avere piena e razionale consapevolezza, per poterne disegnare i contorni veri, purtroppo assai più ampi e frastagliati di quelli che i prossimi referendum tenteranno meritevolmente di cambiare.
Ne parlo non in chiave astrattamente dottrinale o propagandistica, ma perché penso di avere cognizioni dirette e concrete a riguardo, avendo attraversato e toccato con mano i temi, le condizioni, i percorsi, le tappe e i riti di passaggio di questa inquietante condizione. Per oltre 50 anni, da quando fiancheggiavo con il Movimento Studentesco la richiesta che la Costituzione attraversasse i cancelli delle fabbriche e rendesse esigibili i suoi valori fondanti, e poi nel sindacato categoriale e confederale, con riguardo al ruolo di direzione di un ufficio vertenze da diverse migliaia di ricorsi legali, gli operai, gli impiegati, i lavoratori, sono stati l’orizzonte costante del mio impegno, ogni normale e sacrosanto giorno.
Una condizione che mi permette di leggere e di interpretare, con riferimenti vissuti, le molte “stranezze” che uno sguardo anche solo superficiale ci consegna all’attenzione in questi giorni. Cartelloni elettorali spogli, scarsa convinzione, disimpegno totale degli organi di informazione, lazzi e sberleffi di esponenti del Governo che dovrebbero tutelare gli strumenti democratici con cui i nostri ordinamenti possono esprimersi. E ancora contorsioni ardite, di soggetti che hanno unanimemente sostenuto le trebbiature del jobs act di Renzi ed ora vi si oppongono, senza però spiegare bene al popolo (cosa fondamentale) cosa abbia fatto loro cambiare idea e in cosa credano davvero.
Fermare il degrado del confronto civile e politico
Arriveremo così ai referendum del 8 e 9 giugno in un confuso clima da circo equestre, dove tutto e il contrario di tutto possono coesistere, avendo preventivamente subito l’allagamento della pista, la sottrazione di significato ai valori universali, lo svilimento dello stato di diritto e soprattutto la falsificazione dei dati, degli elementi cioè di carattere oggettivo da cui far partire ogni analisi ed ogni fondata valutazione. Giorgio Gaber cantava “Vedrai come è bello lavorare con piacere, in una fabbrica di sogno, tutta luce e libertà”, ma la sua ironica contentezza artistica, straordinariamente efficace, sembra bellamente surclassata dalle colorate istantanee che il potere ci consegna a getto continuo. Boom occupazionali di livello stellare, economia e finanza a gonfie vele, altissimi indici di gradimento alle politiche attive del Governo, mercato del lavoro dinamico ed efficace, norme antinfortunistiche all’avanguardia, e soprattutto condizioni di lavoro e retribuzioni da fare invidia al mondo intero. Specchietti per le allodole (peraltro già utilizzati da compagini precedenti), nient’altro che giochi di prestigio che una stampa compiacente si presta volentieri a veicolare, con reverente accondiscendenza. La verità invece, nuda e cruda, è assai diversa, ferocemente diametrale.
Tanti e validi motivi per votare SI
Provo sommariamente a richiamarne alcuni aspetti:
- L’occupazione. In lontani e rimpianti tempi di equilibrio, anche da parte delle società di statistica, veniva definito “posto di lavoro” la condizione che consentiva di percepire un reddito sufficiente a garantire una vita dignitosa per chi lavorava e per la sua famiglia (rapporto a tempo indeterminato, 40 ore settimanali e 1.630 ore annue, retribuzione adeguata in ragione del profilo mansionario e della tipologia di attività). Da tempo ormai quelle 40 ore/unità di misura, vengono sminuzzate fino alle estreme conseguenze, attraversando il dedalo di decine e decine di denominazioni possibili (lavoro subordinato- autonomo, parasubordinato, apprendistato, part-time, lavoro intermittente, a chiamata, smart working, stagionale, co.co.co. etc.). Una vorticosa girandola approntata per comprimere il costo del lavoro e rendere incerti i profili professionali. In questa logica va compreso anche il proliferare incontrollato (+ 80% dal 2012 al 2021) dei Contratti Collettivi Nazionali di Lavoro, ritagliati su misura per pagare meno traendo il massimo profitto.
- La conseguenza logica determina, attraverso i cosiddetti contratti atipici, l’aumento della precarietà, dello sfruttamento, della disoccupazione, delle condizioni di vita. Può capitare che un lavoratore nel corso dello stesso anno venga assunto, anche solo per poche ore, in capo a più aziende, in periodi distinti o nello stesso periodo. Le statistiche ed i nuovi criteri di classificazione parleranno di decine di posti di lavoro attivati, ma in realtà si tratta di frammenti legati ad una sola persona e non sufficienti, il più delle volte, a garantirgli un reddito dignitoso. Una sorta di orribile tritacarne che coinvolge soprattutto i giovani, compresi i laureati, tristemente consegnati al destino di nuovi emigranti. In Italia, è bene dirlo, oltre il 10% di chi lavora è collocato in area di povertà relativa se non assoluta. Manca cioè dei presupposti minimi per poter sopravvivere.
- Infortuni. L’abitudine tutta nostrana di dilatare sempre i temini in eccesso, ha portato un normale strumento come il subappalto, a diventare una dimensione delle meraviglie, un gioco cinese quasi infinito dove una scatola ne contiene una più piccola, un’altra più piccola ancora e così via. Ricordo che nella ricostruzione post-terremoto denunciai, nello stesso cantiere edile, l’esistenza di 8 subappalti. La ditta committente acquisisce l’appalto, formalmente risponde ai criteri richiesti dalle norme di legge, poi decentra ad altra realtà l’esecuzione dei lavori, e giù giù a cascata, con sempre minori margini di guadagno, magari con lavoro nero, sfruttamento della manodopera, mancato rispetto dei disposti sulla sicurezza. Nel 2024 abbiamo registrato in Italia 1090 morti sul lavoro, senza contare quelli “in itinere” che perdono cioè la vita nel trasferimento da casa a luogo di lavoro e viceversa, o quelli fatti figurare come incidenti domestici (ho denunciato anche questi). Il farisaico piagnisteo di tutti su situazioni siffatte sarebbe da incorniciare, per imprese e per istituzioni. “Ho fatto, ho fatto, ma non ho visto niente” diceva una pubblicità televisiva su una nota lozione per capelli. Le indagini saltano le responsabilità dei committenti e si disperdono a districare la matassa dei peones, il più delle volte senza arrivare a delle conclusioni attendibili che consentano di accertare la reità. Santi, poeti, navigatori e prestigiatori.
- Siamo il Paese delle norme e delle leggi. Ne abbiamo, attive, oltre 200.000 a tutti i diversi livelli. Un’ipertrofia che non aiuta, che complica il quadro, che offre su un piatto d’argento le possibilità di moltiplicare le interpretazioni e quindi le vie di fuga. Basterebbe molto meno, basterebbe che le norme fossero intuite, scritte e finalizzate alla soluzione delle questioni aperte, avendo come sottofondo un robusto senso della giustizia tessuto secondo le trame evidenti che la nostra Costituzione ha segnato con grande sapienza.
Tornando all’appuntamento dell’8 e 9 giugno ricordo solo che si tratta di referendum abrogativi, con cui i promotori chiedono con un SI, di cancellare o modificare delle norme che ritengono (ed io con loro) restrittive o limitative dei diritti.
Così prevede la scheda elettorale che, cancellando il Jobs Act, chiede (come previsto dall’art. 18 dello Statuto dei Lavoratori) il ripristino del rapporto di lavoro per quanti siano stati (secondo una sentenza del giudice) licenziati in maniera illegittima. Così anche per l’altra scheda (nei casi in cui le aziende non superino i 15 dipendenti) il referendum chiede semplicemente che non una limitazione a monte, ma la sentenza del giudice stabilisca l’ammontare del risarcimento dovuto al lavoratore o alla lavoratrice che ha perso il posto di lavoro per una causa non vera. I promotori chiedono quindi di porre limite ai contratti a termine che hanno inquinato e deformato il mercato del lavoro, come chiedono che le ditte appaltanti rispondano direttamente degli infortuni nei cantieri di loro pertinenza. Credo di avere argomentato, sia pure sommariamente, le considerazioni di fondo per cui a questi contenuti specifici risponderò con un convinto SI.
Dal 2 giugno Festa della Repubblica e della Costituzione al voto referendario
In chiusura di un ragionamento che meriterebbe una più puntuale articolazione, vorrei ricordare un episodio che è per me ancora carico di significato. Sandro Pertini, il 25 Aprile del 1970, in Parlamento, nel corso di un confronto sullo Statuto dei Lavoratori (che sarebbe stato approvato un mese dopo), ricordò con passione che l’82% dei processi svolti dal Tribunale Speciale fascista aveva selettivamente colpito dei lavoratori, che durante il regime fascista e l’occupazione nazista, migliaia e migliaia di lavoratori avevano incrociato le braccia e scioperato, pagando un prezzo elevato in termini di violenze, carcere e deportazioni. Concluse affermando che a quei lavoratori, alla classe operaia, la Repubblica avrebbe dovuto riconoscere eterna gratitudine. Non credo ai miracoli, ma se dovesse succedere che quell’amato Presidente potesse tornare per un attimo sulla Terra e chiedere come va la democrazia nel nostro Paese e la gratitudine verso i lavoratori, potremmo solo provare vergogna e farfugliare risposte incoerenti. Voterò SI per attenuare la vergogna generale, confermandolo anche per la riduzione da 10 a 5 anni per il riconoscimento della cittadinanza italiana. In una fase pericolosa di conflitti e guerrafondai esagitati, l’apertura, la disponibilità, l’accoglienza e la solidarietà sono antidoti necessari.
Udinese, è stato per vent’anni dirigente sindacale della Feneal UIL a partire dal 1977, durante la ricostruzione post terremoto. Poi per cinque congressi consecutivi, sino al 2020, è stato eletto Segretario generale della UIL friulana. Note le sue battaglie in difesa dei lavoratori e dell’ambiente (centrale di Monfalcone, antinucleare, scalo di Cervignano, elettrodotto Redipuglia-Udine).
- Ferdinando Ceschia
- Ferdinando Ceschia
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