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Edilizia friulana, storia di una decrescita felice?


Molte caratteristiche infrastrutturali (nel senso più ampio del termine) del Friuli, sono strettamente legate all’andamento ed alla storia del settore edile, alle scelte di fondo che ne hanno caratterizzato gli obiettivi ed i percorsi, particolarmente dopo grandi eventi distruttivi come i conflitti mondiali ed il terremoto del 1976.

Senza dover risalire alla Prima guerra mondiale del 1915-‘18, che ebbe il Friuli quale principale scenario dello scontro con l’esercito dell’Impero Austro-Ungarico, occorre dire che anche dopo la Seconda guerra mondiale, la scelta prioritaria da noi non fu quella di intervenire sulla ricostruzione abitativa e del riassetto urbano delle città colpite, ma sulla ricostruzione industriale, su quella degli apparati produttivi, delle comunicazioni e dei servizi elementari seguendo largamente le impronte delle attività preesistenti.

Questa scelta, nella seconda metà degli anni ‘50 permise al Friuli di iniziare ad allinearsi col sistema nazionale, ma non gli consentì di adeguare l’equilibrio dei centri urbani e delle aree limitrofe ad un sempre più crescente traffico automobilistico e dei mezzi industriali. Un limite grave, anche per le ipotesi di grandi realizzazioni, con il quale facciamo tuttora, negativamente, i conti.

Gli anni felici. Il nostro boom

Negli anni ‘50 metà dell’incremento occupazionale manifatturiero (+37%) è riconducibile al settore edilizio. Un dato che si ridimensiona negli anni ‘60 a favore di altri comparti come quello metalmeccanico. Nei due decenni una funzione catalitica la svolge il comparto artigiano e le capacità imprenditoriali da esso maturate, che hanno come conseguenza il ridimensionamento degli addetti medi per impresa da 14,3 a 9,6. L’edilizia cresce, dunque, ma in maniera polverizzata e disordinata.  Il boom degli anni ‘70 (tra il 1970 e il 1976 il reddito pro-capite in Friuli aumenta del 159,4%, più di quello nazionale) vede incrementare di molto la base occupazionale (tra il ‘61 e il ‘71 + 45,2%), ma in maniera non significativa in edilizia.

Il terremoto del 1976 e la successiva fase di infrastrutturazione (Autostrada Udine-Tarvisio, Scalo di Cervignano) registrano, sul piano locale, una profonda modificazione della relazione tra grandi e piccole imprese. La parte industriale, stante la natura nazionale dei finanziamenti e stante la condizione di crisi del settore in Italia nella seconda metà degli anni ‘70, fu interpretata principalmente dalle grandi imprese nazionali (con il ricorso al modello degli appalti accorpati), che per diversi anni fecero del Friuli il più grande cantiere del Bel Paese.

Gli anni della ricostruzione. Un punto di vista meno scontato

Fallita la proposta delle Organizzazioni sindacali all’ANCE regionale (Costruttori) di stringere un “patto fra produttori” che “tutelasse” il tessuto produttivo friulano, seguendo un modello che in Alto Adige funzionava e anche bene, per spirito di disciplina e per calcolo delle convenienze immediate alle nostre imprese di calibro venne riconosciuto un ruolo secondario, da esecutori, senza  funzioni fondamentali e apicali come la progettazione, la direzione lavori,  la cui crescita poteva assicurare un futuro di qualità. Attraverso il fenomeno del subappalto, le grandi imprese nazionali acquisivano i lavori garantendo la formale rispondenza ai requisiti richiesti, ma poi concretamente smembravano le singole fasi affidandole ad imprese via via sempre più piccole e con margini di guadagno sempre più contenuti.

Durante la ricostruzione le imprese complessivamente registrate in Cassa Edile di Udine erano 1.700 per un totale di oltre 18 mila operai impiegati (il dato non è completo, perché non comprende il lavoro nero diffuso e il fatto che alcune grandi imprese avessero mantenuto i propri dipendenti iscritti alle Casse Edili di provenienza). Prima del terremoto (in una fase di crisi del settore) erano registrate 1.030 imprese per 12 mila 500 dipendenti.

Gli anni che verranno. Nostalgie, cambiamenti, incertezze

Finita la ricostruzione le imprese friulane che prima contavano centinaia di dipendenti (Cisa, Italdecos, Rizzani-De Eccher, Zorattini, Cossio, Clocchiatti) o si ridimensionano drasticamente oppure scompaiono del tutto. Nel 1987 i dipendenti iscritti in provincia di Udine non arrivano a 7 mila, nel 2021 a 6 mila 551. In altre parole la ricostruzione ha completamente cambiato il volto del settore locale, sminuzzandolo e privandolo di capacità strutturali. Il solo numero degli addetti (che segue a fisarmonica i picchi delle emergenze, mancando il nostro Paese di politiche di programmazione anche solo sul versante della manutenzione ordinaria degli edifici come delle opere pubbliche) non basta a far comprendere che il settore da noi si è indebolito molto. Fa fronte in qualche modo ai piccoli lavori, ma dovessero necessitare gli apporti di aziende grandi e strutturate, il Friuli marcherebbe visita.

tabella articolo edilizia nando francesco ceschia

Il numero di lavoratori stranieri nel settore si equivale grosso modo a quelli italiani (vedasi i dati della Cassa Edile), ma il rapporto è destinato a cambiare rapidamente. Gli italiani, infatti, affollano le fasce di età più alte, quelle più prossime alla quiescenza, mentre in quelle di rincalzo, delle generazioni più giovani, gli stranieri sopravanzano gli italiani. Un andamento non recente, ma progressivo ed irreversibile. Il sistema paritetico tra le associazioni datoriali e quelle dei dipendenti, da diversi decenni ha costituito l’ESMEA, la Scuola edile, ma è sempre più difficile avvicinare i ragazzi italiani ad un mestiere anche ben remunerato, ma ampiamente soggetto a dilatazioni e restringimenti occupazionali, nemici del lavoro stabile. La stessa episodicità promossa negli ultimi anni dalla politica degli incentivi (bonus, superbonus) non ha fatto altro che rimarcare un dato di precarietà e di transitorietà. Per non parlare del fenomeno del lavoro nero, in espansione. Del resto nella frammentazione quasi atomizzata dei lavori, e con la messa in ginocchio degli organi ispettivi preposti alla vigilanza, il lavoro irregolare non ha ostacoli.

Ferdinando Ceschia

Udinese, è stato per vent’anni dirigente sindacale della Feneal UIL a partire dal 1977, durante la ricostruzione post terremoto. Poi per cinque congressi consecutivi, sino al 2020, è stato eletto Segretario generale della UIL friulana. Note le sue battaglie in difesa dei lavoratori e dell’ambiente (centrale di Monfalcone, antinucleare, scalo di Cervignano, elettrodotto Redipuglia-Udine).

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