Il caporalato e il lavoro sfruttato senza regole avvelena tutta la società
Indice dei contenuti
Sfruttamento e caporalato, elementi strettamente connessi, in agricoltura sono fenomeni molto diffusi e ricorrenti, presenti anche in Friuli. Gli episodi che potrei riportare sono numerosi e spesso, al di là della mera questione legale, lasciano l’amaro in bocca, perché delineano sempre più i limiti di una società che predilige il profitto alla dignità delle persone.
Anche in Friuli lo sfruttamento in agricoltura è una costante endemica e riguarda sia i lavoratori stranieri che gli italiani, con ripercussioni diverse tra i vari lavoratori. Ad essere più colpiti sono sicuramente i lavoratori stranieri o per meglio dire i lavoratori provenienti da paesi extra UE, perchè necessitano di un permesso di soggiorno per poter stare nel nostro paese. Non è una questione secondaria, ma è il punto cruciale da dove iniziano gli abusi, il caporalato e lo sfruttamento.
Il permesso di soggiorno è lo strumento più utilizzato per imporre condizioni disumane di lavoro ed è anche lo strumento di ricatto più impiegato e quello che produce gli effetti peggiori sulle persone. Ha un valore intrinseco molto più alto di qualsiasi altro bene, perché avere un permesso di soggiorno permette di avere accesso a tutta una serie di diritti e di conseguenza rende i lavoratori liberi di scegliere.
A Pordenone il primo caso in Italia
Alla fine del 2023, a Pordenone, abbiamo reso pubblico il caso, unico in Italia, di 47 ragazzi pachistani che hanno denunciato i loro due caporali e che grazie a quella denuncia hanno potuto ottenere un permesso di soggiorno, uscendo così dalla zona grigia dell’illegalità che questo sistema aveva loro imposto.
Era l’inizio di novembre del 2021 quando sono venuti da noi i primi due lavoratori che ci hanno chiesto aiuto per la domanda di sanatoria che il loro capo aveva presentato nel 2020. Da due, nel giro di poco tempo i lavoratori sono diventati 47 e da lì abbiamo capito che la cosa era estesa e che la questione della sanatoria era solo la punta dell’iceberg.
I loro due capi pachistani erano fuggiti con i loro soldi, lasciandoli senza lavoro ma soprattutto senza documenti. Bisognava quindi agire su più versanti per poterli tutelare.
Abbiamo con pazienza ricostruito le loro storie, personali e lavorative. Con loro abbiamo fatto la mappatura dei terreni dove avevano lavorato e le ore effettivamente prestate. Li abbiamo aiutati nei momenti di difficoltà fornendo loro i beni di prima necessità e trovando casa per chi era stato sfrattato. Poi li abbiamo informati e formati sui loro diritti ed infine li abbiamo aiutati nella burocrazia dell’iscrizione ai centri per l’impiego, prassi necessaria al fine di giustificare la loro ricerca di lavoro in una condizione in cui i loro permessi di soggiorno erano nella maggior parte dei casi scaduti. L’ultimo passo è stato aiutarli a trovare un lavoro in regola.
Nel frattempo, con il deposito presso la procura della repubblica delle 47 denunce si è avviato l’iter burocratico per il riconoscimento dello sfruttamento subito, che ha necessitato tra i 16 e 18 mesi per il rilascio dei permessi di soggiorno, grazie ai quali hanno potuto riacquistare la loro libertà e dignità di cittadini.
E’ stato un percorso lungo e tortuoso, durato circa due anni soprattutto a causa delle lungaggini amministrative di un sistema pubblico lento ed inefficiente. Ma alla fine i permessi sono stati rilasciati e i due caporali rinviati a giudizio. Per prescrizione dei termini non è stato possibile procedere nei confronti delle aziende agricole coinvolte, ma questo non significa che sono state assolte o esentate dalle loro responsabilità, significa solo che il tempo ha giocato a loro favore.
Denunciare è il primo passo
Denunciare e mettere in evidenza quanto avviene è basilare se vogliamo arginare e sconfiggere questo fenomeno.
Le norme ci sono ma vengono applicate a fasi alterne e si cercano sempre scappatoie. Mancano i controlli capillari da parte degli organi preposti ma soprattutto pesanti sanzioni alle aziende che vengono trovate irregolari e che utilizzano sfruttamento e caporalato per aumentare i profitti. Il tentativo è quello di attribuire le responsabilità al “sistema”, fino a scaricarle sui soggetti che subiscono lo sfruttamento, siano essi gli sfruttati diretti o i caporali, italiani o stranieri, dimenticando che il perno centrale sono le aziende agricole che per incrementare i loro profitti, affidano loro i lavori in appalto sotto costo.
Se c’è uno sfruttato, a monte di sicuro ci sono uno o più sfruttatori: consulenti, aziende di contoterzismo, mediatori e via dicendo dove ognuno si ritaglia la sua fetta e chi resta con le briciole è proprio il soggetto finale. E spesso la filiera dello sfruttamento è lunga ed inversamente proporzionale al guadagno finale dello sfruttato. E proprio loro, gli sfruttati, sono le vittime inconsapevoli di questo meccanismo, anche perchè la loro consapevolezza giunge tardiva e più è basso il livello di scolarizzazione è più è alta la probabilità che questi soggetti non riescano ad uscire da questo meccanismo.
Abbiamo incontrato molti lavoratori che passano da un caporale all’altro senza riuscire a venir fuori da questo labirinto. La loro aspirazione è trovare lavoro nell’industria, dove è meno probabile cadere in una rete di sfruttamento.
Insomma, c’è tanto lavoro da fare. Quindi per sovvertire questa tendenza, da una parte è necessario aumentare i controlli, le ispezioni, applicare le sanzioni, sveltire i tempi della giustizia, dall’altra formare e informare i vari soggetti: le aziende sui rischi che corrono e i lavoratori sui loro diritti. Ma non basta. E’ necessario avviare un’informativa su larga scala che renda tutti i cittadini consapevoli che troppo spesso i prodotti che troviamo sulle nostre tavole sono frutto di sfruttamento e vessazioni.
E’ necessario un grande lavoro di squadra per spingere le aziende a promuovere una filiera di prodotti eticamente sostenibili, che non si basino sullo sfruttamento delle persone.
Cambiare la legge Bossi-Fini
Inoltre va assolutamente cancellata la Bossi-Fini e cambiato il sistema dei flussi migratori, perché così com’è strutturato diventa funzionale ad incrementare gli affari dei caporali privi di scrupoli che trovano facilmente mano d’opera clandestina da assoldare.
E’ paradossale che attraverso il decreto flussi ci siano aziende che chiamano lavoratori (che non conoscono se non sulla carta) di altri paesi, che poi una volta giunti in Italia queste aziende o non esistono più oppure non assumono tali lavoratori. E se il lavoratore che arriva non viene assunto in regola da chi l’ha chiamato, il suo visto non può essere convertito e diventa improvvisamente clandestino.
E’ un vero e proprio business, che ha conseguenze economiche e ricadute sociali e familiari tanto pesanti quanto lo sfruttamento lavorativo stesso. Questi lavoratori e le loro famiglie, si indebitano per 12/15 mila euro con mediatori che garantiscono loro, attraverso i flussi, l’arrivo in Italia. La promessa di un lavoro in regola si infrange al loro arrivo, dove troppo spesso il datore di lavoro che li ha chiamati non c’è o non li assume. A quel punto il lavoratore che ha il peso del debito contratto da ripagare, è disposto a tutto, anche a lavorare 15/16 ore al giorno, pur di riuscire a mandare i soldi a casa, e quindi diventa facile preda di caporali senza scrupoli che di fatto lo rendono schiavo. Denunciare è un’utopia e molto spesso non sanno nemmeno che sia possibile.
Ma come fanno a denunciare quando ad accoglierli ci sono connazionali che li ammoniscono che se si espongono verranno rimandati al loro paese? E la paura di essere espulsi e di non poter ripagare il debito contratto li rendi vittime perfette per ogni forma di prevaricazione e abuso.
E dietro i caporali della loro etnia troviamo quasi sempre caporali italiani che istruiscono e muovono le fila. Questi ragazzi hanno denunciato il fatto che uno dei caporali italiani, ad un certo punto, ordinò loro di non portare i cellulari nelle vigne, perché temeva che i carabinieri li geolocalizzino. Questo rende l’idea della consapevolezza con cui viene gestito il lavoro clandestino.
Come si può evincere ci può essere un mondo raccapricciante dietro una bottiglia di vino o un cesto di zucchine. In tutte le storie di sfruttamento e caporalato che abbiamo rilevato in questi anni sono molteplici le situazioni illecite emerse, dall’appropriazione indebita alle minacce personali. Abbiamo trovato anche situazioni al limite della schiavitù, dove ai lavoratori non veniva lasciata nessuna libertà. I caporali gestivano i loro conti correnti, i loro telefoni, la loro vita. Spesso ricorrendo alla minaccia di colpire la famiglia nel paese di origine come estrema forma ricattatoria.
Per questo Flai Cgil, oltre che continuare a segnalare e denunciare ogni sorta di abuso ed illegalità, ha deciso di fare la propria parte iniziando dalla formazione dei lavoratori, soprattutto quelli più esposti al fenomeno che spesso non parlano nemmeno la nostra lingua.
L’intervista di Margherita Cogoi a Onde Furlane nella Zornade Furlane dai Dirits, 27 febbraio
Ascoltala -> QUI
Segretaria Generale Federazione Lavoratori AgroIndustria FLAI CGIL di Pordenone
