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Numero 50 | 13 febbraio 2026

Per quale Europa?


Questo numero sarà online sabato 15 marzo, impossibile non intervenire sui temi e sui modi della manifestazione che proprio sabato si svolgerà a Roma. 

La prima osservazione non può che essere dedicata alle modalità della convocazione e successivamente alle adesioni, o almeno a qualcuna di queste. Come noto tutto parte dall’articolo di un noto opinionista, che interviene, oltre che da alcuni talk-show televisivi anche dalle colonne di un quotidiano, La Repubblica, noto per aver sempre cercato di essere, spesso in altri tempi riuscendovi, una sorta di “partito nel partito”, una mosca cocchiera del centrosinistra italiano.

Dopo un primo articolo che potrebbe essere incasellato nella categoria della mozione dei sentimenti e con notevole genericità di obiettivi, Più Europa è il riassunto in slogan, ci sono stati alcuni aggiustamenti nel tentativo di meglio precisare le intenzioni e rispondere alle critiche.

In giornate che molto probabilmente sono state pesantemente condizionate dall’antipatia diffusa verso i modi del nuovo presidente USA Trump nonchè dalla interpretazione maggiormente corrente dell’incontro con l’omologo ucraino, la risposta all’appello è stata rapida, coinvolgendo forse più che i cittadini qualunque – che magari erano il primo obiettivo di Serra – i vertici di gran parte dei partiti, di organizzazioni sindacali, culturali, associative, ambientaliste, di quel mondo laico e cattolico che si riassume spesso nell’etichetta di centrosinistra.

In poco tempo però è emerso che non sempre alle adesioni dei vertici ha corrisposto, nonostante la sostanziale indeterminatezza dell’appello, una totale adesione delle rispettive strutture territoriali e di base, con diverse sfumature di critica e di presa di distanza dai vertici.

Questo anche perché, verosimilmente, in contemporanea a quella dinamica è accaduto che la presidente della Commissione europea von der Leyen abbia lanciato il progetto di un riarmo europeo del valore di 800 miliardi di euro.

Quindi è divenuto subito evidente, almeno per settori non quantificabili ma trasversali probabilmente a molte delle organizzazioni aderenti alla manifestazione, che il tema apparentemente ovvio ed unificante non lo era per niente…

Una considerazione non puo’ non riguardare l’insieme dei partiti ed associazioni coinvolte. I diversi gruppi dirigenti, pur nella diversità di competenze e responsabilità, prima dell’uscita di un privato cittadino per quanto capace influencer, non sono stati nemmeno sfiorati dal dubbio di avere una qualche responsabilità in prima persona nel chiamare a manifestare nelle piazze sui temi della guerra e della pace, proprio mentre si stavano aprendo diversi scenari.

Non è che l’ultima volta. Il confronto e il dibattito interno, e quindi pubblico, su un conflitto che, a seconda delle geografie mentali, è al confine dell’Europa o nel cuore dell’Europa, e sta durando da tre anni o da undici o addirittura dalla fine della guerra fredda a seconda dei giudizi storici e politici, non è stato oggetto di una ragionata, continuata analisi e attenzione tesa a coinvolgere i cittadini aderenti, informarli, ascoltarne le opinioni e indirizzare in modo partecipato il corpo collettivo della singola forma associativa che ora rischia di spaccarsi, più o meno profondamente, di fronte ad opzioni che, sembra evidente, non nascono oggi improvvisamente né negli USA né nella UE né in Russia.

In un contesto generale che vede questa area culturale e politica già con una incerta identità programmatica e con un “campo” di convergenze indefinito, l’episodio non pare secondario e con quanto capiterà fra capo e collo prossimamente, tutto ciò evidenzia una qual inadeguatezza nel gestire il proprio insediamento sociale.

Tanti temi si intrecciano e non solo le alternative fra una guerra ad oltranza e fino alla vittoria o una nuova architettura di sicurezza frutto di diplomazia.

La speranza, sempre dura a morire, è che questa ennesima occasione perduta serva a costringere a costruire politica con i cittadini e le cittadine. Ricordandoci anche che, se mai una soluzione si profilasse per il conflitto in Ucraina, di guerra – ancor più violenta e voluta contro popolazioni civili – ce n’è anche un’altra in corso sulla quale invece si preferisce il silenzio. E che di idee di Europa ce n’è più di una, qualcuna non è proprio raccomandabile e di quest’ultime forse sarà meglio averne meno che più.

Elia Mioni
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Direttore editoriale del Passo Giusto

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