Il No Borders Music festival è davvero green?
Il No border music festival è una realtà giunta alla 30sima edizione. Permette di arricchire la scena artistica e musicale del tarvisiano nei mesi estivi, a vantaggio di residenti e turisti. Può vantare di aver portato in montagna artisti di spessore – alcuni famosi per il grande pubblico altri più di nicchia – che altrimenti in quelle zone non ci sarebbero passati.
Ma, c’è un ma.
Se si organizzano eventi di così grande qualità e si desidera anche darsi un’etichetta “green”, allora è non solo necessario ma anche utile ai fini dell’immagine coniugare la vocazione ecologica con altrettanta qualità.
Cosa che al momento la manifestazione non fa.
Prendiamo il caso dei grandi concerti ai laghi di Fusine – ricordiamo l’area è un Sito di interesse comunitario che fa parte della ReteNatura2000 sia per la fauna che per la flora, con decine di specie protette.
Non crediamo che questo luogo debba diventare una riserva integrale in cui abbiano accesso solo galli cedroni e gamberetti in via di estinzione. Ma non crediamo nemmeno che invitare in quel luogo cantanti che attirano folle (parliamo di artisti del calibro di Mika, Lucio Corsi, in passato Elisa) sia una scelta che possa dirsi eco sostenibile a cuore leggero.
Basta avere contenitori per la raccolta differenziata? O fare arrivare in bici le 5000 (5000!) persone che guarderanno lo show di Jovanotti?
Non occorre molto per capire che la risposta è negativa. Facciamo comunque un paio di esempi specifici.
I bicchieri e le posate biodegradabili che gli organizzatori dichiarano di usare, lo sono solo se compostate in appositi impianti. Con la giusta temperatura, areazione e il giusto consorzio di microrganismi la plastica bio diventa effettivamente compost. Un cucchiaino o un bicchiere che inavvertitamente finiscono su un prato o peggio nell’acqua di un lago freddo di montagna, con un microbioma autoctono probabilmente non si decomporrà velocemente. Forse non lo farà proprio. E stiamo dando per assodato che nessuno dei partecipanti getti mozziconi di sigaretta o altri oggetti non degradabili – assunto alquanto astratto perché anche con le migliori intenzioni è fisicamente impossibile che a cinquemila persone attente alla musica non cada nulla anche solo per errore.
Proprio non c’è un’alternativa possibile?
Cinquemila persone a cui aggiungere lo staff, i mezzi, il palco… Si crea quello che in gergo si definisce “carico di pascolo” e la cui entità è assolutamente anomala per un luogo così delicato.
Siamo sicuri che lo stress a cui si sottopone il luogo sia sufficientemente breve per non intaccarne la resilienza (cioè la capacità di un ecosistema di ritornare alle condizioni iniziali dopo un evento fuori dalla normalità)? Sono stati fatti studi a riguardo? Perché 48h di via vai continuato come si prevede nel programma della settimana di NBMF potrebbero già danneggiare le covate di alcuni uccelli ad esempio, i quali, spaventati, fuggirebbero lasciando il nido sguarnito per troppo tempo. E se il festival si ripete di anno in anno sempre nello stesso periodo è intuibile che alcune specie rischino di non nidificare più nella zona in via definitiva.
Ne vale la pena per ascoltare una settimana di concerti che potrebbero essere svolti a pochi chilometri di distanza, ad esempio vicini agli impianti sciistici, in scenari comunque scenografici ma con minore impatto ambientale?
Già, l’impatto ambientale: ci sarebbero delle autorizzazioni da ottenere prima di organizzare certi eventi in certe aree … Il festival le può vantare?
Occorre che chi ha un’attività economica in montagna consideri che l’ambiente è la principale attrattiva dei turisti. Quindi tutelare paesaggi, biodiversità, sostenibilità è davvero cruciale per chi in montagna ci lavora tutto l’anno, non una settimana.
Altrimenti siamo dei padroni di casa che ogni volta che viene un ospite distruggono parte del mobilio. Dopo qualche anno la casa sarà uno spazio desolato, incapace di accogliere non solo l’ospite di riguardo… Ma anche i proprietari!
Per descrivere chi sono direi che ho avuto l’inaudito dono di incontrare Fabio, il privilegio di accogliere Benedetto, l’onore di essere ospitata in Etiopia, dove ho lavorato per tre anni come agronoma tropicalista. Vivo in un comune montano della provincia di Udine, continuo a cercare di sdebitarmi con la vita facendo la progettista sociale in Italia e all’estero, ma tanto è sempre in vantaggio lei.
- Valeria Stellin