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cure anziani

Il lavoro di cura: scantinato o fondamenta della casa?


Il lavoro di cura è davvero disturbante per la nostra società. Chi necessita di cura ci ricorda che siamo fragili o addirittura mortali, e questo non suona bene. Si vuole essere dirigenti, primari, ingegneri, non anziani, malati, neonati, persone con una disabilità.

Va da sé che chi svolge il lavoro di cura – soprattutto se domiciliare e non sanitaria – siano essi caregivers familiari o professionali non godano di grande prestigio.

Spesso lo stereotipo è quello di persone che hanno fallito in altri settori, che hanno scelto questo lavoro “per forza”, costretti da una situazione in patria che non consentiva loro di rimanervi o lavoratori scappati da altri impieghi in Italia. Nella provincia di Udine i caregivers domiciliari sono per il 94% donne, e gli italiani, di ambo i sessi, sono aumentati a livello nazionale del 49%. Poco welfare, o un lavoro che non ti vuole se hai figli o genitori anziani o magari entrambi. Perchè o si lavora 40 ore a settimana oppure è meglio lasciar stare. Ecco allora che molte persone piegano su “lavoretti” giusto per arrotondare oggi, senza poter pensare troppo al domani. Il lavoro domestico nel 2022 è per il 50% dei casi lavoro nero, il tasso più alto di tutte le occupazioni, con un totale stimato di 7 Miliardi di euro di retribuzioni pagate sottobanco. Ciò significa senza tutele di malattia, maternità, senza assicurazione, senza contributi per la pensione, senza diritti. Si cerca a volte di pagarlo il meno possibile, anche se nel 21% dei casi supera le 40 ore settimanali.

E questa è l’altra faccia della medaglia: in questo settore il datore di lavoro non impersona lo stereotipo dell’industriale ricco e spregiudicato che cerca sotterfugi per sfruttare i propri lavoratori senza un regolare contratto, ma famiglie, nella maggioranza dei casi i datori di lavoro sono altre donne, che faticano a tirare alla fine del mese e che magari girano l’intero stipendio nella paga della badante o della tata.

Comprensibile perciò che in questa lotta tra poveri si cerchi di pagare in nero anche 5€ all’ora perché una persona si occupi della sopravvivenza e della dignità di bambini molto piccoli o anziani non autosufficienti.

Nelle aree montane le situazioni più pesanti

Il territorio montano è poi ancora più sensibile al problema. Gli anziani sono in proporzione molto più frequenti nelle frazioni lontane dai “grandi” centri, paesini con 100, 50, a volte 10 abitanti, ormai spopolati, senza nessun servizio, neppure un bar. Occorre avere un’auto per poter fare la spesa, andare dal medico, in farmacia, spesso dovendo percorrere 20, 30 anche 40 minuti di strade tortuose. E chi lavora come assistente domiciliare convivente? Un’auto se la può permettere? Non sempre e comunque rappresenta un costo aggiuntivo doversi sempre spostare per godere di un po’ di socialità con amici che magari abitano nei capoluoghi, in assenza di trasporti pubblici capillari.

Un lusso direte? No, se pensiamo che la cosiddetta badante è attiva h24 e spesso senza una rete di professionisti del sistema sanitario che si prenda davvero cura della sua salute mentale: il rischio di burn out è altissimo.

Ma in fondo chi se ne accorge? Solo le professioni culturalmente classificate “nobili” meritano attenzione per il rischio di esaurimento psicologico, no?

In montagna il quadro culturale in cui si colloca il lavoro di cura non suona come mera filosofia, come vuoto discettare di questioni sociologiche. Significa riuscire a trovare o meno figure di assistenza essenziali, con una popolazione che invecchia a ritmi forsennati: l’età media in Carnia nel 2023 è di 50 anni, e considerando che, sempre in media per la provincia di Udine, ci sono 100 giovani ogni 250 anziani, capiamo che la questione sia di vita (dignitosa e umana) o di morte (nel vero senso della parola).

Certamente le azioni pratiche e politiche che servono sono molte, molte sono a livello economico e su questo il dibattito è acceso.

Vogliamo in questa occasione porre però lo sguardo su un altro aspetto, altrettanto rilevante e concreto: quello culturale. Finché non si cambierà lo sguardo, la considerazione, la stima sociale di cui i caregivers possono godere, non andremo lontani. Vorrà dire che non saremo consapevoli degli elementi che davvero fanno progredire una società, anche dal punto di vista economico: la cura della vita.

Retorica? Chiedetelo a chi le cure le riceve, chiedetelo a un neonato, a un bambino sotto i tre anni, a un anziano, a un malato, chiedete a loro se è fondamentale e insostituibile e prezioso ciò che i caregivers fanno, siano essi congiunti o assunti.

Accorgiamocene prima di passare “dall’altra parte”, quella dei bisognosi di cure, quanto sia eroico e fondamentale il lavoro di cura, spesso considerato uno scantinato insalubre, mentre invece è il luogo dove vengono custodite le fondamenta delle nostre comunità.

 

I dati citati provengono dal rapporto annuale Domina sul lavoro domestico riferito all’anno 2022.

La foto è stata realizzata con un programma di AI per tutelare la privacy dei soggetti.

Valeria Stellin

Per descrivere chi sono direi che ho avuto l’inaudito dono di incontrare Fabio, il privilegio di accogliere Benedetto, l’onore di essere ospitata in Etiopia, dove ho lavorato per tre anni come agronoma tropicalista. Vivo in un comune montano della provincia di Udine, continuo a cercare di sdebitarmi con la vita facendo la progettista sociale in Italia e all’estero, ma tanto è sempre in vantaggio lei.

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