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Tolmezzo

La sanità regionale e la manifestazione di Tolmezzo


Se la crisi della sanità è certamente una questione di dimensione nazionale, con radici impiantate su un terreno di decisioni di lunga durata, è ugualmente credibile affermare che le difficoltà specifiche del nostro sistema regionale hanno subito una sostanziale accelerazione nel corso degli ultimi anni. 

La continuità di gestione (il medesimo assessore, nelle pressoché medesime Giunte e maggioranza) e le enormi disponibilità finanziarie dei recenti bilanci regionali – mai viste prima nella storia del Friuli Venezia Giulia – pongono una questione palese di merito (o di demerito) sulle scelte attuate dal centrodestra regionale nel corso di oramai una legislatura e mezza. Ne rappresenta un ultimo esempio la scelta di esternalizzazione dei servizi ospedalieri come unica via per “tenere aperte” le strutture (come dichiarato dall’assessore Riccardi), presentata alla cittadinanza come atto di benevolenza meritevole della più larga gratitudine, ma che pare più che una necessità, un atto di indirizzo.

Bisogna fare un bilancio di questi sette anni 

Infatti, si tratta di una scelta che si sofferma sugli esiti di un processo e non ne analizza le premesse. Non vengono considerate le ragioni delle dimissioni dalle aziende sanitarie regionali di migliaia di professionisti, a causa di una sempre maggiore insostenibilità del lavoro e verso un miglioramento delle proprie condizioni, offerte da realtà private che operano in convenzione proprio con quel settore pubblico da cui si fugge; la crescente debolezza del sistema di prevenzione territoriale, alla base dell’intasamento di ogni pronto soccorso, sia nelle aree urbane che in quelle comprensoriali; la sottovalutazione (o l’indirizzo) del rischio enorme di “punto di non ritorno” che l’esternalizzazione di un servizio ospedaliero potrebbe provocare per la sanità regionale.

A queste omissioni si aggiunge una mancata volontà di considerare le oggettive difficoltà del comparto in un’ottica di sistema, affrontarle con il coraggio di fare delle scelte – anche difficili – sulle quali impostare una ripresa della sanità regionale. 

La prassi dell’esternalizzazione, con tutte le contraddizioni che si sono viste (ad esempio nel caso di Latisana) esemplifica il paradosso di una sanità regionale che spende sempre di più, per offrire sempre meno e in una condizione di crescente depauperamento e indebolimento del settore pubblico. Se verso il privato non vi è pregiudizio, si rimarca come lo stesso possa avere una coerenza con il concetto ineludibile della sanità pubblica solo nella misura di una sua chiara ancillarità.

Nella manifestazione che si è svolta a Tolmezzo alla fine di aprile scorso, in vista dell’esternalizzazione di alcuni codici del pronto soccorso della cittadina (che copre come servizio una vastissima area montana e pedemontana), queste ed altre perplessità hanno trovato larga voce. Una manifestazione molto partecipata, dalla presenza trasversale sia per fasce di età come di appartenenza politica, nella quale sono state poste all’assessore – invero senza risposta – molte delle questioni sopra citate: in primis, la richiesta di potenziamento della rete dei medici di base invece dell’esternalizzazione, che pare avrebbe lo scopo di liberare risorse per il pronto soccorso di Udine ma senza risolverne i problemi (ma creandone, invece, un altro a Tolmezzo). 

Restiamo sui temi

Una manifestazione che si è svolta pacificamente, va detto senza dubbio alcuno, con la stessa fermezza con cui non si accettano azioni non aderenti a questo spirito civile; e se isolati episodi diversi da tale clima generale vi sono stati, saranno gli organi preposti a verificarlo e a determinarne l’entità effettiva, senza generalizzazioni o ingenerose amplificazioni. E’ doveroso che l’attenzione pubblica non venga dirottata e resti focalizzata sul tema centrale del dibattito, che ha portato in piazza centinaia di persone in un lunedì pomeriggio, dal quale si sono attivate dinamiche trasversali di rivendicazione della difesa della sanità in montagna, come dimostrato dall’ordine del giorno in tal senso votato all’unanimità dal consiglio comunale di Tolmezzo (maggioranza centrodestra). 

Un atto del genere nelle amministrazioni comunali della montagna sarebbe un auspicio, pur consci della complessità alle quali le stesse sono poste nella dinamica con il loro primo interlocutore istituzionale: il silenzio rischia di trasformare le ragioni in torto. In tema di silenzio, sorprende non poco l’assoluta assenza dei consiglieri regionali della circoscrizione montana facenti parte della maggioranza: non una parola da parte loro, a partire dall’autodichiarato paladino della montagna e dei montanari, la cui assenza totale dalla questione e più rumorosa del suo presenzialismo d’occasione.

Servizi e dignità per le aree montane

Questo rimarca ancora di più il valore collettivo e universale della salute pubblica e dei servizi che la incarnano e la tutelano, la cui difesa richiede professionalità di livello (a partire dalle figure apicali a livello dirigenziale) e un approccio trasversale. Non può essere certo gestita e preservata guardando a modelli che hanno già mostrato la loro grande fragilità (Lombardia docet) ed ancor meno da scelte che paiono più ancorate ad equilibrismi della politica ed al mercato (che allunga le mani anche sulla gestione delle case di riposo), che a una matura lettura e logica di intervento sul sistema ed a supporto dei professionisti che ancora resistono nel pubblico e che meritano il nostro rispetto. 

Il Patto per l’Autonomia non si è posizionato su arroccamenti ideologici, dimostrando disponibilità ad affrontare un’emergenza che potrebbe avere effetti importanti sulla vita delle persone, soprattutto nelle zone più periferiche. Non ci stancheremo mai di rivendicare la dignità delle aree montane come luogo di vita e non di sopravvivenza in funzione di luna park turistico: e per questo servono servizi per i residenti, senza i quali anche la tanto ricercata attrattività turistica non può avere fondamento e credibilità.

È necessario quindi intervenire quanto prima con lungimiranza e coraggio, ma tenendo fermi i punti non trattabili della centralità del welfare pubblico e della sua necessaria tutela.

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Nato a Salino di Paularo, 1979, storico di formazione, autore di studi e ricerche sulle vicende socio-politiche delle comunità alpine nella prima metà del '900, con particolare attenzione alla storia della montagna friulana. Già cooperatore sociale, attualmente attivo nell'ambito della grave marginazione adulta

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