
Accadde a Forni di Sotto ottant’anni fa. Un libro per ricordare
Il mattino del 27 maggio 1944 le donne e gli uomini di Forni di Sotto vagavano storditi dentro a un paesaggio spettrale.
Le vie di accesso ai borghi del paese erano ingombre di macerie. Le case si erano trasformate in contenitori lugubri e spogli. Sulla facciata delle mura perimetrali degli edifici risaltavano gli spazi delle finestre sventrate: bocche silenziose spalancate sul niente. Gli interni delle case si erano trasformati in discariche, colmi di travi e di mobili fumanti, di pietre, di oggetti di metallo deformati dal calore. Case, storie, intimità familiari profanate. Ricordi, lettere, fotografie, documenti cancellati per sempre. I luoghi che avevano visto crescere generazioni di esseri umani si erano trasformati in bracieri. Le cucine, dove alla sera si riparavano le famiglie, erano state brutalmente violate. La dignitosa povertà ospitata dentro a quelle stanze era stata sconvolta e annullata nello spazio di una notte. Non esistevano più i letti dove erano stati dati alla luce i figli, né gli armadi che custodivano sotto naftalina il corredo e i vestiti della festa. Bruciate le cassapanche. Bruciati i comodini, i comò, le culle, i tavoli, le sedie, le panche. Sepolti sotto le braci e le macerie gli attrezzi, le pentole, le posate, i bicchieri, i piatti, lo spolert. Bruciati gli abiti, la biancheria, le coperte. Bruciati anche i bilins (giocattoli).
Scavalcando i ruderi che intasavano le contrade, gli uomini e le donne procedevano con circospezione. Attoniti e muti, indecisi se avvicinarsi al luogo dove avevano vissuto fino al giorno precedente o far durare ancora per qualche istante un’illusione che già sapevano destinata a spegnersi. Fantasmi più che esseri umani. Increduli, timorosi, diffidenti. Pronti a fuggire a ogni rumore sospetto: “i todescs ai stan tornant“ (i tedeschi stanno tornando).
Sono trascorsi 80 anni dalla sera del 26 maggio 1944 quando il paese di Forni di Sotto fu messo a ferro e fuoco dai nazifascisti: bruciarono più di 500 abitazioni civili oltre alle stalle, ai fienili e a una trentina di casolari. Mille e cinquecento abitanti in fuga, la terza località maggiormente colpita nell’Italia occupata dall’esercito tedesco. Fu il risultato di una feroce rappresaglia ordinata dai comandi della Wehrmacht e delle SS ed eseguita dai reparti della Luftwaffe di Spilimbergo, affiancati dai miliziani della Repubblica Sociale Italiana. Si trattò di una ritorsione sui civili dopo un attentato partigiano sulla strada Ampezzo-Forni avvenuto nel primo mattino del 26 maggio 1944 con la morte di alcuni soldati e di un capitano tedesco. Fu, quell’incendio, un “esemplare” avvertimento alla Resistenza di un popolo che, da lì a poco, avrebbe dato vita alla straordinaria esperienza della “Repubblica Libera della Carnia”. Ciò che accadde a Forni la notte del 26 maggio 1944 non fu una azione di guerra ma un crimine consumato contro l’umanità come lo furono gli eccidi delle Fosse Ardeatine, di Marzabotto, di Sant’Anna di Stazzema, di Pramosio e della val But, di Avasinis e di tanti, troppi, altri luoghi.
A distanza di ottant’anni dallo storico evento, l’Amministrazione comunale di Forni di Sotto e le associazioni locali hanno inteso celebrare il ricordo da la not dal fûc (la notte del fuoco) e il coraggio di una comunità che ha saputo rinascere dalle macerie concrete ed esistenziali della guerra. Tanto più in un momento storico che costringe tutti noi a riflettere su quale grado di complicità diretta o indiretta intratteniamo con il fûc che oggi brucia le case di altri esseri umani.
“… ciò che è accaduto può ritornare…”
Il Comitato per la celebrazione del 26 maggio 1944 si è proposto di difendere e promuovere la memoria etica e storica dei dolorosi fatti che ottant’anni fa hanno travolto la nostra comunità. Una memoria intesa come richiamo, denuncia e ammonimento affinché si plachi il frastuono delle armi. Un orizzonte a cui guardare nel percorso personale e collettivo di pacificazione e riconoscimento del diritto all’autodeterminazione dei popoli. Memoria come testimonianza perché, ce lo ricordano Primo Levi e le guerre che in questi giorni seminano morte, “… ciò che è accaduto può ritornare, le coscienze possono ancora essere sedotte e oscurate: anche le nostre”.
Per fissare la memoria e documentare la distruzione e la rinascita di Forni di Sotto, è stata curata la pubblicazione di un libro, “Il pianto delle rondini”, che richiama nel titolo le suggestioni evocate dallo scritto di un’alunna che frequenta la scuola primaria del paese: “Assieme alle case degli uomini, il fuoco distrusse anche i nidi delle rondini”.
Il testo ospita due ricerche condotte da Giuseppe Santanera nel 1962 sugli avvenimenti storici che martoriarono il territorio dell’alta val Tagliamento nel corso del secondo conflitto mondiale. Nel primo documento l’autore rimarca la legittimità e la legalità della lotta di Liberazione e conduce un’indagine su ciò che accadde a Forni prima, durante e dopo la notte del 26 maggio 1944. Il secondo contributo di Santanera è dedicato alla figura di G. B. Nassivera: Presidente della “Giunta Popolare Comunale Fornese” durante l’esperienza della Zona libera della Carnia, Commissario Prefettizio durante l’occupazione cosacca, primo Sindaco di Forni dopo la Liberazione.
Il libro dedica ampio spazio alle biografie dei Volontari (24) e dei Martiri (7, due medaglie d’argento) della Libertà di Forni di Sotto e riporta i sofferti passaggi e l’ostinato impegno di una comunità chiamata a costruire un nuovo paese sulle macerie di quello precedente. A corredo del testo, il lettore potrà consultare un inserto fotografico dedicato all’attuale Forni e alcune suggestive immagini antecedenti la sciagura del 26 maggio 1944 tratte dall’archivio fotografico del “Centro di Cultura Popolare Fornese”.
Ricercatore e studioso di Forni di Sotto, dove è nato, ma vive a Lavariano di Mortegliano. Ha scritto alcuni libri sulla storia e sulla cultura del paese natale, sulla storia e sulle tradizioni di Lavariano e sulla Scuola Agraria di Pozzuolo. Collabora con le associazioni culturali locali.
Nato e cresciuto nell’alta val Tagliamento. Laureato in medicina, ha svolto la professione dello psichiatra nei Servizi Sanitari Regionali dell’Emilia e del Friuli. Socio fondatore del “Centro di Cultura Popolare Fornese”. Vive a San Daniele del Friuli.




