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Casa in montagna

Abitare il futuro. Una strategia ecosistemica per la rigenerazione dei luoghi, l’abitare e il lavorare in montagna


Sta emergendo un discorso pubblico sull’abitare e lavorare in montagna. Si riflette sugli ideali immaginati e sulle condizioni concrete che chiamano in causa i tre spazi del vivere quotidiano: il luogo dove si abita, dove si lavora, dove si svolge il tempo libero. Sotto la spinta di una serie differenziata di fattori a partire dall’emergenza Covid 19, dal desiderio (relativo) dei giovani di rimanere o di ritornare in montagna, dal presentarsi di nuove propensioni nelle persone che vivono in città (“migrazioni verso l’altro”, “controesodo”, “vado a vivere  in montagna”) e dal diffondersi di forme del lavoro (nomadi digitali, smart-working: per la verità in termini meno eclatanti di quanto si pensasse) viene richiesta la disponibilità di modelli dell’abitare e lavorare (residenze per giovani e famiglie, social-housing, co-housing, living lab e co-working).

Dall’altro canto, il progressivo spopolamento e abbandono dei paesi delle terre alte e marginali, rispetto alla dotazione di servizi e al generarsi di opportunità, incidono sulla coesione delle comunità e rendono disponibile un rilevante patrimonio edilizio esistente, di recente formazione o di più datata costituzione, privato e pubblico, obsoleto e che si sta progressivamente degradando. Mentre il cambiamento climatico trasforma ghiacciai, neve, rocce, animali, foreste, produzioni agrarie, tratti esclusivi ed autentici delle montagne, modificando le tradizionali modalità di coltivazione e fruizioni dei luoghi e dei patrimoni con una diretta incidenza sulla filiera turistica, sulla produzione e organizzazione agricola e agroalimentare. 

Proprio queste ragioni, così contraddittorie, impongono di evitare approcci semplicistici o idealizzati nell’affrontare la questione dell’abitare e lavorare e, al contrario, richiedono la promozione di un pensiero strategico, diremmo “ecosistemico”, che permetta di procedere contemporaneamente nell’opera di rigenerazione dei luoghi e di creazione delle migliori condizioni perché si possa facilmente restare, ritornare o arrivare. C’è bisogno di puntare ancora di più che nel passato su comunità locali consapevoli ed intraprendenti praticando l’approccio place-based o di “sussidiarietà attiva” poiché anche da lì possono emergere soluzioni, prodotti e servizi in grado di corrispondere alle esigenze di completa “abitabilità” dei luoghi.

Carnia: qualche numero

Negli ultimi 10 anni in Carnia sono scomparsi 3.574 abitanti (2013, 38.829 abitanti; 2023, 35.255 abitanti), in misura maggiore donne e giovani, con un ulteriore calo al 2030 stimato attorno al 3,6 % (perdita di 1.270 abitanti) e al 2050 del 6,1 % (perdita 2.150 abitanti). Le classi d’età + 65 anni sono oggi mediamente al 32% (platea di 28 Comuni) con valori più elevati a Comeglians (42,5%), Ravascletto (37,1%), Prato Carnico (35,4%), Ovaro (34,7%) e Preone (33,3%); mentre le classi d’età 19 -39 anni, che sono quelle che fanno “società”, sono al di sotto del 14%. 

Il primo impatto che comporta questo fenomeno strutturale, esaminato nell’arco di un decennio, si riflette sui paesi, numerosi dei quali “in cammino verso il nulla” e su altrettante comunità progressivamente private di “struttura” ed in difficoltà a riavviare un ciclo di riproduzione delle risorse umane e dell’”economia di prossimità”. Un secondo effetto è direttamente connesso con l’abbandonato e/o il sottoutilizzo di un patrimonio residenziale stimato tra 357.000 mc – 536.000 mc (107.000 mq -143.000 mq di superficie abitativa netta), che si aggiunge alla quota di patrimonio edilizio e abitativo abbandonato nel precedente decennio, e al progressivo accentuarsi dell’obsolescenza degli edifici. All’interno di queste dinamiche, il 53% delle case non sono occupate e si conferma il basso livello di transazioni immobiliari, in relazione ad altre aree regionali, mentre l’Ater, a fronte di 1.600 alloggi realizzati, presenta uno stock di alloggi non ancora utilizzati di oltre 220 unità. Per contro, si registra un flusso di risorse orientato alla riconversione di strutture e impianti industriali dismessi (localizzati anzitutto nell’ambito di Carnia Industrial Park), e al sostegno per “seconde case” (nuova costruzione, ristrutturazione ed acquisto di edifici esistenti).

Cosa emerge dalle esperienze progettuali attivate da Cramars soc. coop. e da Melius srl – impresa sociale?  In primo luogo, si conferma la consistenza dei “vuoti urbani” e di quote non residuali di patrimonio edilizio esistente obsoleto con attori privati (agenzie immobiliari, proprietari) del tutto poco propensi ad intervenire dal lato dell’”offerta” (recupero, ristrutturazione, adeguamento tecnologico degli edifici) in attesa del formalizzarsi della “domanda”; ed emerge la fragilità degli attori territoriali (Comuni, Ater) spesso privi di programmi di rigenerazione materiale e immateriale di compendi ed edifici, dotati di precarie funzioni tecniche e poche risorse per alimentare e sostenere i programmi d’intervento.  Si afferma, dall’altra parte, la necessità di attivare risorse e competenze sia al fine di procedere alla “mappatura delle abitazioni” e dei “vuoti” sia di promuovere “forme integrate” di rigenerazione delle strutture esistenti (pubbliche e private) destinate all’abitare di nuovi residenti, alla localizzazione di servizi sociali e culturali, e alla produzione (formazione, localizzazione di imprese, co-working, turismo sostenibile). Viene considerato essenziale, infine, l’avvio di processi di innovazione sociale, alla scala locale e di valle, quale metodo strutturato che mette in relazione le persone e favorisce la riflessione sulle trasformazioni dell’abitare in montagna (progetti presi in esame: «Vieni a vivere e a lavorare in montagna», «Comunità e Paesaggio delle Dolomiti UNESCO», «AttivaMente» e «Silver in Alps»).

Politiche a supporto del “ritorno”

L’adozione di misure rivolte alla riqualificazione del patrimonio immobiliare e all’efficientamento energetico, l’assegnazione di contributi a fondo perduto per favorire la residenzialità attraverso l’acquisto di edifici o l’affitto a favore delle giovani generazioni e famiglie, vanno accompagnate, parallelamente, da 4 specifiche politiche a supporto del “ritorno” e dell’”attrattività” delle persone: a) completamento della prima fase della Strategia nazionale delle Aree Interne (coinvolte 3 aree territoriali, Valli e Dolomiti friulane, Alta Carnia, Canal del Ferro e Valcanale) e avvio della seconda fase ed implementazione dell’esperienza (coinvolte 4 aree territoriali, le precedenti e Valli del Torre e Natisone); b) misure di adattamento e reazione al cambiamento climatico (agricoltura multifunzionale, turismi); c) affermazione del modello di Green Communities (L. n. 221/2015) per la rigenerazione dei paesi tramite l’intreccio delle dimensioni sociali, economiche, antropologiche, urbanistiche, architettoniche ed immobiliari); d) rafforzamento delle «montagne produttive» consolidando filiere tradizionali ed attivandone di nuove, puntando sulle relazioni tra “arte-creatività-manifattura” e sugli “ecosistemi dell’innovazione”, ed estendendo il meccanismo dei “contratti di insediamento” anche all’esterno dei Consorzi di sviluppo economico e il welfare territoriale incentrato non solo sulle imprese e sui lavoratori m anche sul coinvolgimento delle economie locali di prossimità. 

Abitare il futuro suggerisce una governance tale da assicurare consistenza alla “sussidiarietà attiva” attraverso la partecipazione dell’insieme dei Comuni montani, coordinati da ognuna delle Comunità di Montagna con il supporto della Regione, che favorisca l’elaborazione condivisa di una Strategia di rigenerazione urbana e territoriale, del relativo programma operativo e delle modalità di acquisizione delle risorse, in coerenza con gli obiettivi del futuro Pgt. Si tratta di un approccio multiscalare e place-based che assicura efficacia ai provvedimenti regionali sulla residenzialità e precisa gli impatti che si vogliono determinare poiché permette: a) il riconoscimento degli strumenti utili a conciliare “domanda” e “offerta” (‘Fondi di investimento locali’ sostenuti dal Fondo nazionale di investimenti per l’abitare; ‘Fondazione’ che unisce la componente pubblica, privata e del terzo settore; ‘Agenzia pubblica’/Officina locale’ per la rigenerazione; ‘Servizio di intermediazione immobiliare sociale’; ‘Atelier di sperimentazione e valorizzazione del patrimonio immobiliare pubblico’ – Progetto ITALIAE); b) la stipula di “alleanze” tra pubblico e privato e l’adozione di forme di project financing per alimentare la rigenerazione urbana e territoriale, anche su interventi mirati; c) l’armonizzazione delle pianificazioni comunali e dei piani attuativi al fine di generare “vantaggi” nel recupero e ristrutturazione del patrimonio edilizio esistente; d) l’assegnazione di nuove funzioni al patrimonio pubblico dismesso; e) sdemanializzazione di Caserme.

Maurizio Ionico autore
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Urbanista, ricercatore. Amministratore Unico di Melius srl – impresa sociale

Annalisa Bonfiglioli

Vice Presidente di Cramars soc. coop.

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