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Numero 48 | 16 Gennaio 2026

Barcis

È tempo di costruire un progetto condiviso per riqualificare il Cellina


Il Cellina è da millenni fonte di vita per coloro che vi abitano lungo il suo corso soddisfacendo bisogni primari legati all’acqua e, negli ultimi 120 anni, anche al fabbisogno energetico. Le acque del Cellina alimentano acquedotti, canali per l’irrigazione dei campi e turbine che producono energia elettrica. E’ anche fonte di apprensione in occasione di piene che colpiscono soprattutto la pianura.

Lo sfruttamento intensivo, con la costruzione negli anni 50 della diga di Barcis e poi di quella di Ravedis, ha determinato un grave dissesto determinato soprattutto dal mancato trasporto solido a valle delle opere di sbarramento e dalla mancanza di un minimo deflusso vitale che consentisse la vita biologica del fiume e anche l’alimentazione delle risorgive a valle.

Ormai è l’abitato ad essere a rischio

Il fiume trasporta ogni anno a Barcis circa 200.000 mc. di ghiaia che in 70 anni hanno determinato il dimezzamento del volume dell’invaso causando grossi problemi alla viabilità e, ormai, stanno creando anche un grave problema di dissesto per lo stesso abitato di Barcis. D’altro canto la mancanza del trasporto solido a valle della diga di Ravedis causa, in occasioni di piene, lo scavo di un solco sempre più profondo erodendo le aree golenali e consentendo all’acqua, anziché di espandersi, di scorrere sempre più veloce verso la pianura.

Il Circolo Legambiente Prealpi Carniche si occupa di questi temi da decenni ribadendo la necessità di un approccio sistematico che superi l’emergenza. In realtà gli eventi di piena si sono sempre subiti agendo con interventi straordinari, magari con la Protezione Civile ma rimandando continuamente una discussione più approfondita per trovare una soluzione definitiva.

Ora il problema non è più procrastinabile perché non riguarda più solo l’interramento del lago e la viabilità ma investe anche la sicurezza dell’abitato di Barcis.

Il tema è complesso e investe problematiche ambientali, sociali ed economiche ma affrontarlo è compito della politica.

Si è perso molto tempo e purtroppo non ci sono scorciatoie, non ci sono soluzioni facili e indolori e soprattutto non esistono soluzioni che possano essere imposte alla gente e al territorio. Per questo abbiamo ripetutamente chiesto che si avviasse un percorso partecipato che dovrebbe rappresentare un’esperienza di dialogo, confronto e collaborazione fra tutti i soggetti portatori d’interesse (Regione, Comuni, Autorità di Bacino, Consorzio di Bonifica, gestore idroelettrico, associazioni del territorio, cittadini, ecc…).

Abbiamo anche sempre detto che i temi da affrontare non sono solo quelli dello sghiaiamento del lago di Barcis ma devono riguardare l’intera asta del fiume e la sua riqualificazione (dagli interventi a monte di carattere idraulico-forestale, alla pulizia delle briglie, al dissesto idrogeologico a valle della diga di Ravedis, alla necessità di ripristinare un Minimo Deflusso Vitale, alla riduzione della portata delle falde e delle risorgive, ecc…).

Serve un Contratto di fiume

Ci eravamo un po’ illusi con la delibera della Giunta Regionale n°52 del 17.01.2020 che sembrava seriamente intenzionata ad avviare un percorso partecipato che si potesse concludere con vero e proprio “Contratto di Fiume”. Nell’allegato alla delibera infatti si cita esplicitamente (riferendosi allo sghiaiamento) l’esigenza di dover “procedere con una seconda fase in cui, con il costante coinvolgimento della popolazione interessata, si individui la soluzione ottimale maggiormente condivisa ed eventuali suggerimenti. Proprio sulla base della positiva esperienza del gruppo di lavoro che ha affrontato l’emergenza dell’ottobre 2018. Detta fase si dovrà configurare come una progettazione partecipata, secondo le metodologie di Agenda 21. La stretta correlazione alle attività di gestione di un corso d’acqua, suggerisce di inquadrarla all’interno del percorso delineato dall’art.68 del decreto 152/06 relativo ai contratti di fiume”.

Però sono passati 5 anni e l’unica azione è stata la nomina nell’agosto del 2022 di un tavolo tecnico denominato Laboratorio Lago di Barcis “al fine di dare concreta attuazione alla progettazione partecipata degli interventi di messa in sicurezza del lago di Barcis proponendo le soluzioni finalizzate a conservare la naturalità del lago, a valorizzare la fruibilità dello stesso anche ai fini turistici, nonché a migliorare le condizioni di sicurezza idraulica dell’intera Valcellina”.

Questo tavolo si sta rivelando un fallimento e dopo quasi tre anni non ha prodotto praticamente nulla e siamo al punto di partenza anche con le emergenze.

Chiediamo che quel tavolo venga trasformato in un laboratorio per la costruzione di un percorso partecipato vero, definendo obiettivi strategici e modalità di attuazione e gestione coinvolgendo tutti i portatori d’interesse.

Interventi di pianificazione territoriale così importanti coinvolgono aspetti di modifica e gestione del territorio e delle sue risorse e aspetti di natura ecologica, economica e sociale. Non possono essere imposti ma richiedono processi partecipativi e inclusivi.

Ci vorrà tempo e siamo consapevoli che nel frattempo bisognerà trovare delle soluzioni temporanee. Però saranno accettate solo a condizioni ben precise e vincolanti visto che in passato sono state tutte puntualmente disattese.

I criteri per intervenire sono noti

La maggior parte dei problemi (accumulo della ghiaia a monte di Barcis ed erosione a valle di Ravedis sono dovuti agli sbarramenti e quindi all’interruzione della continuità idraulica del trasporto solido. Logica vorrebbe che si faccia il possibile perché venga ripristinata.

Del resto lo dice esplicitamente anche il Decreto 12 ottobre 2022 n°205, “Regolamento recante criteri per la redazione del progetto di gestione degli invasi…” che indica tra le finalità e i contenuti del progetto “il mantenimento o il ripristino della continuità del trasporto solido, sia fine che grossolano, a valle degli sbarramenti.”

Oppure la legge regionale 21/2020 sul rinnovo delle concessioni idriche dove si prevede che il Bando di Gara debba contenere le indicazioni per “il miglioramento e il risanamento ambientale” riferito a:

  • La continuità fluviale;
  • Le modalità di rilascio delle portate nei corpi idrici a valle delle opere di captazione e derivazione d’acqua…;
  • La mitigazione delle alterazioni idromorfologiche e fisiche degli alvei, delle sponde e delle zone ripariali, comprese le modifiche delle dinamiche di sedimentazione e di erosione dei corsi d’acqua a monte e a valle delle opere di derivazione;
  • La tutela dell’ecosistema, della natura e della biodiversità, con particolare riferimento alla fauna ittica e agli ambienti acquatici;
  • La ricostituzione del trasporto solido a valle delle opere di sbarramento.

Questi contenuti dovranno essere al centro di ogni valutazione di progetto.

Gestire l’emergenza e rimandare ancora è uno spreco di soldi e di tempo

Gli interventi di emergenza che si prospettano a breve prevedono (come sempre) il prelievo del materiale dal greto e il trasporto altrove con i camion e costeranno circa 20 €/mc. E’ evidente che questi costi sommati ai disagi creati alla viabilità in prospettiva non sono sostenibili.

E allora cosa fare?

Incombe un quesito drammatico: i costi economici e ambientali per lo sghiaiamento sono compatibili con il volume recuperabile del bacino che tutti vorremmo?

Purtroppo la domanda è inevitabile e non si può eludere la risposta.

Mario De Biasio
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Attivista del Circolo Legambiente Prealpi Carniche

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