
Referendum, l’ottimismo della volontà
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L’8 e 9 giugno prossimi si terrà la consultazione referendaria per cinque quesiti abrogativi di norme in materia di lavoro e di accesso alla cittadinanza.
Non entriamo qui nel merito dei quesiti, del loro rilievo e degli esiti, positivi, che il raggiungimento del quorum e il prevalere di un voto abrogativo potrebbero comportare. Quando si ricorre ad un referendum popolare abrogativo di legislazione vigente si attiva un procedimento di consultazione di tutti i cittadini e le cittadine importante e di rilievo costituzionale. Qualche riflessione al di là dei contenuti sottoposti al voto quindi si impone.
In primo luogo sullo strumento referendario che, a partire dalla sua prima attivazione nel maggio del 1974 sul tema del divorzio, è stato in grado di rappresentare talvolta momenti di svolta civile e politica, e, spesso, un segno degli umori e degli orientamenti più generali del corpo elettorale. Al primo campo appartengono con certezza il referendum del 1974 sul divorzio, che rese evidente l’autonomia relativa della società italiana dall’influenza dei precetti religiosi e della Chiesa, che nel contempo concluse il periodo riformista del centrosinistra e che accompagnò quello di nuovi movimenti sociali e della successiva “conquista” gramsciana di tante “casematte” ideologiche, culturali, istituzionali.
Altrettanto può valere per i referendum antinucleari del 1987 che consolidarono e rilanciarono orientamenti ecologici nella cultura, nella politica e nei comportamenti e scelte di vita. Così come per il (primo) referendum “Segni” sulla preferenza unica che segnalò l’emergere di un disagio, una distanza, tra gli elettori e quello che cominciava ad essere visto come il “sistema dei partiti”. Seguono due tornate referendarie multiple, nel 1993 su 8 quesiti (fra cui il secondo tentativo di abrogare il finanziamento pubblico dei partiti non a caso stavolta vincente) e nel 1995 su 12 quesiti, con diversi soggetti proponenti il referendum e con una partecipazione che supera il quorum del 50% dei votanti e che riesce anche a selezionare i numerosi quesiti premiando alcuni con il Si e punendo altri col No.
Si manifesta il partito che non c’è
Poi con i referendum del 1997, del 1999, del 2000, del 2003 e del 2005, del 2009, 2016 e 2022 (questi due ultimi promossi solo da Consigli regionali e non da soggetti politici o associativi) si apre e continua la stagione del quorum mancato, della disaffezione al voto, dell’astensionismo per scelta o per abitudine. Una lunga serie negativa interrotta solo nella tornata del 2011 per i quesiti sulla pubblicità dell’acqua, di nuovo contro il nucleare, e sul “legittimo impedimento” per i ministri. L’astensionismo per rendere nullo il voto referendario fu scelto e utilizzato la prima volta nel 1990, dalle associazioni venatorie in primo luogo, per annullare i quesiti su alcune norme in materia di caccia.
Se è lecita la contestualizzazione sociale e politica di una scadenza referendaria quali sono gli elementi che possono rendere interessante ed importante questa tornata? Anche al di là del merito dei quesiti che hanno comunque una loro autonoma attualità e rilevanza per i temi e gli aspetti sociali che toccano.
Il rilievo eccezionale è dato dal ricorso esplicito nella campagna referendaria da parte delle componenti politiche e sociali che sono contrarie al merito dei quesiti, non al dibattito, alla confutazione delle tesi altrui, alla maturazione di una migliore consapevolezza collettiva di quali siano i nodi del lavoro e della società in transizione e di come risolverli, ma dall’appello all’astensione, al rifiuto di esercitare un diritto, al sabotaggio di uno strumento costituzionale di esercizio della democrazia.
L’astensione non equivale al No
Inevitabilmente questa strategia per essere efficace deve essere accompagnata dall’azione dei media (non neutrali anche “per natura” vista la qualità dei temi oggetto di referendum) per non dare rilievo alla scadenza, per non essere tempestivi nella gestione dell’informazione, per un diverso peso nella comunicazione delle ragioni delle parti.
Il benaltrismo sembra essere invece il modo di argomentare scelto dai soggetti sociali e politici contrari, quando non ricorrono alla caricatura ideologica dell’antagonista.
La propaganda dell’astensionismo è grave non solo in sé. Lo è perché conferma che la destra in Italia, ed anche in Friuli-Venezia Giulia, sta cercando di costruire la propria continuità di governo proprio sull’utilizzo strumentale dell’astensionismo e del suo, se possibile, incremento. Accompagnato dalla fidelizzazione del proprio elettorato attorno alle solite questioni identitarie di qualsiasi destra del mondo d’oggi, e da una gestione clientelare delle risorse pubbliche tale da far impallidire i partiti della tanto vituperata Prima Repubblica. A cui fa da contraltare, e lo si sta verificando anche in questa campagna referendaria, l’incapacità e/o la non volontà delle minoranze di diventare opposizione e di costruire per tempo percorsi non unici ma almeno condivisi.
La manipolazione delle regole
Questa strategia è evidente quando si pensa alla recente legge elettorale regionale per i Comuni che ha ridotto dal 50% al 40% la percentuale dei votanti sugli aventi diritto che obbliga ad un secondo turno elettorale. Il rimedio strumentale alla sconfitta nelle comunali di Udine… Soluzione subito ripresa dalla maggioranza per presentare al Parlamento analoga soluzione per tutti i Comuni italiani.
La riprova è costituita dall’emendamento, presentato in sede parlamentare direttamente nello svolgimento dell’iter di discussione per la modifica dello Statuto speciale di autonomia per ripristinare le Province, con il quale si vuole togliere di mezzo la possibilità di un referendum senza quorum sulle leggi che modifichino le leggi elettorali per la nostra Regione.
La manipolazione del sistema elettorale, fatta ovviamente senza la consultazione e figuriamoci il consenso delle minoranze, sta diventando la regola. La stessa vicenda del “terzo mandato” per sindaci e presidenti di Regione ha lo stesso sapore ed è, probabilmente, ferma solo in attesa di un qualche accordo fra i partiti di maggioranza ma fa il paio con la riforma delle riforme, l’elezione diretta del Capo.
L’impegno e la speranza nell’esito migliore possibile di questi referendum, a partire dalle percentuali di partecipanti al voto, ha anche queste ragioni.
E potrebbe non essere una missione impossibile. Stando ad uno dei sondaggi sin qui effettuati (Ipsos per il Corriere della Sera, qui https://www.ilfattoquotidiano.it/2025/05/10/referendum-importante-ma-non-so-se-andro-a-votare-i-quesiti-e-la-sfida-del-quorum-cosa-dicono-i-sondaggi/7982618/)
non solo per il 33% degli intervistati i quesiti referendari sono “molto importanti” e per il 20% “abbastanza importanti”; ma solo il 62% dice di essere al corrente che ci sarà un referendum. E per ora e con questi limiti di informazione l’affluenza che questo sondaggio stima dà un 28% di “propensione molto elevata” e un ulteriore 15% che “molto probabilmente” voterà, un 13% di incerti e un 44% con propensione modesta o nulla al voto.
In una partita senza sgambetti ci sarebbe da giocare fino in fondo… per mantenere interesse al campionato…

