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Senza giovani nessun futuro. Una piattaforma di incontro intergenerazionale


Ma quale futuro? Questa è la domanda che annebbia la vista acuta delle generazioni future. 

Un’ansia collettiva che si traduce e si declina in tutti gli ambiti del vivere, dall’autodeterminazione lavorativa passando per le relazioni interpersonali e la costruzione di legami significativi fino alla profonda crisi del pensiero politico, nella sua complessità sociale ma anche partitica. 

Recentemente è apparsa sui quotidiani locali una statistica che fotografa con cruda chiarezza la diaspora dei giovani dal Friuli-Venezia Giulia. Un dato che, per quanto non sorprenda, dovrebbe preoccupare profondamente gli amministratori che abbiamo delegato con il voto.

Numeri che parlano da soli

I giovani dicono addio: il Friuli-Venezia Giulia è una regione di anziani, così titola l’articolo di un quotidiano locale. In dieci anni la fascia tra 18 e 34 anni ridotta del 25%. Età media di 48 anni ma nei piccoli centri si arriva a 65. 

La ricercatrice Istat Elena Marchesich riporta la fotografia statistica di una regione dove il numero degli abitanti rimane sostanzialmente invariato soltanto grazie alla compensazione dovuta al flusso migratorio. 

Il dato più preoccupante, riporta Marchesich, riguarda i giovani tra 18 e 34 anni, diminuiti del 25,5% dal 2012 al 2023, in buona parte per ragioni migratorie. “Una drammatica perdita di energie vitali e competenze”, commenta l’autrice dell’articolo Giulia Basso. 

Completo questi dati con alcuni estratti dalla ricerca “FUTURO QUI! Territori e giovani generazioni”, promossa da Fondazione Cariverona e condotta da Upskill 4.0, la quale ci ricorda che la metà dei giovani tra i 18 e i 34 anni non immagina il proprio futuro nella regione d’origine. Di questi, circa un quarto è disposto a spostarsi ovunque pur di trovare opportunità migliori. Dalla ricerca emerge chiaramente che ciò che manca ai giovani è un ambiente che risponda adeguatamente alle loro aspettative: “I giovani chiedono in primis retribuzioni adeguate al costo della vita (un elemento decisivo per il 75% degli intervistati) e un miglioramento nei servizi pubblici e nella mobilità”.

Il malessere giovanile

Un altro aspetto fondamentale che non può essere ignorato è la salute mentale dei giovani, che l’UNICEF definisce come una priorità globale urgente. Secondo il rapporto UNICEF “The State of the World’s Children 2023”, disturbi mentali e ansia stanno crescendo drammaticamente tra i giovani, aggravati da isolamento sociale, precarietà economica e incertezza sul futuro. 

Queste statistiche – se non saranno invertite – ci promettono un inverno demografico, una disaffezione alla cosa pubblica, una crisi sociale con una conseguente crisi economica.

Da imprenditrice e progettista ho letto i dati e – come con un progetto lavorativo – ho approfondito l’analisi con la ricerca empirica. Ho cercato i giovani nella mia comunità, mi sono seduta fra loro, come osservatrice attenta, in ascolto attivo. Li ho trovati partecipativi nelle politiche ambientaliste, attenti al benessere psicofisico personale e collettivo, coinvolti nel sociale ma anche ambiziosi in cerca di sviluppo professionale e riconoscimento delle competenze, affamati di innovazione, stufi di modelli gerarchici che danno poca attenzione ad un corretto equilibrio fra vita personale e vita professionale.

Ma allora perché questa ansia nei confronti del futuro, questa tensione alla fuga dai propri territori? 

Perché c’è un pesante mattone appeso alla loro idea di futuro, modelli politici superati e una classe dirigente di “anziani” che non vogliono lasciare le loro posizioni apicali. Utilizzo “anziani” fra virgolette ad indicare individui di varie generazioni che desiderano mantenere lo status quo novecentesco a dispetto del fatto che nel primo quarto di secolo di questo millennio, fra pandemie, innovazioni tecnologiche, crisi ecologiche, economiche e sociali, l’ultimo residuo tossico di Novecento sono proprio loro. 

Riprendere il futuro nelle proprie mani

La politica oggi si domanda se i giovani si nascondano nel silenzio dell’astensionismo o in mezzo alle piazze, ma in realtà li cerca nei posti sbagliati. Il paradigma sociale è cambiato e con esso anche gli spazi di confronto e azione politica.

La forza in potenza di una generazione rispetto alla precedente si manifesta nella capacità di recepire velocemente le innovazioni trasformandole in nuovi modelli da applicare in tutti gli ambiti della vita. Invecchiando abbiamo imparato ad ottimizzare il nostro tempo e le nostre energie sostituendo la capacità di rinnovarci con una ben più confortevole routine. Questa affezione alla routine, al confortevole “già visto” è il tallone d’Achille che la mia generazione (e quelle precedenti) non riesce a vedere.  

D’ altro canto il limite della generazione più giovane è la debolezza relazionale (non hanno rendite di posizione) e la scaltrezza (economicità di pensiero) che l’esperienza – e l’età – portano in dote. 

Se vogliamo costruire un futuro accettabile, dobbiamo inserire nel processo l’unico ingrediente di senso, la generazione per cui lo stiamo costruendo.

Ribaltiamo i ruoli: domandiamo ai giovani di progettare il futuro e mettiamo la nostra esperienza e le nostre reti al loro servizio, per aiutarli a realizzarlo. 

Quale futuro? Una piattaforma di co-progettazione dove i giovani scrivono le proposte progettuali e le generazioni precedenti mettono a disposizione know-how, esperienza e relazioni per realizzare quell’idea di futuro. 

Scelgo un termine che si utilizza prevalentemente nell’universo digitale, ma intendo qualcosa di molto concreto. L’idea della piattaforma definisce uno spazio di confronto più “liquido” delle categorizzazioni tradizionali. 

Quantità e qualità

Mettendo a terra questa proposta andiamo a guardare le cose più da vicino; ecologia e salute mentale sono due dei temi più dibattuti dai giovani nelle “piazze” social e nei movimenti più o meno organizzati di cui fanno parte, ma la cosa interessante è quanto questi trend topic siano politici. Se parliamo ad esempio di ambiti d’intervento pubblico (potrei parlare di attività produttive, turismo, sanità o cultura), laddove la visione tradizionale evidenzia i vantaggi di un investimento rispetto ad un altro privilegiando indicatori di performance mono dimensionali (quanti posti di lavoro, quanti visitatori, quanti turisti, quante prestazioni), la visione sistemica delle nuove generazioni prende in considerazione l’impatto di queste scelte a lungo termine mettendo al centro il proprio benessere psicologico, economico, sociale e chiede risposte in discontinuità con una visione conservatrice e autoreferenziale del futuro. 

Gli indicatori di performance allora cambiano, da quanti posti di lavoro a che tipo di lavoro, da quanti visitatori a che impatto a medio termine ha quell’evento culturale (anche dal punto di vista ecologico ad esempio), da quanti turisti a che tipo di turismo (nessuno vuole il fast tourism), da quante prestazioni a che tipo di rapporto ho con il mio medico. 

Anche la governance di questo tipo di progetto deve essere oggetto di una discussione aperta, dove la partecipazione viene regolata by design e non in maniera gerarchica. Il tema, rilevato dall’osservazione, viene sviluppato su tavoli di facilitazione al fine di ottenere proposte concrete, sostenibili e inclusive.

Utilizzando pratiche e modalità mutuate dalle metodologie di co-progettazione la politica diventa strumento attuatore, di fatto attenuando il peso di posizioni ideologiche e populismi.

Stimolando la partecipazione attiva ricostruiamo quella che è la materia prima della politica, le persone nella loro individualità e in quanto rappresentanti dell’intelligenza collettiva di una comunità.

 

Fonte: https://www.messaggeroveneto.it/regione/giovani-dicono-addio-friuli-venezia-giulia-regione-di-anziani-qiqq3u8i 

Fonte: https://www.upskill40.it/futuro-qui/

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Nata a Udine nel 1978, è specialista del settore cultura dal 2006, anno in cui ha fondato l’Associazione Culturale Etrarte. Professionista della co-progettazione, si occupa di comunicazione, eventi e new media. Nel 2013 ha fondato un’impresa culturale e creativa in cui ha sviluppato nuovi paradigmi nelle collaborazioni fra arte e organizzazioni complesse, sia pubbliche che private. Dal 2019 è iscritta nell’elenco regionale di esperti in campo culturale del Friuli-Venezia Giulia. Dal 2023 è Membro di ICOM Italia. Già componente del Consiglio di Amministrazione della Fondazione del Teatro Nuovo “Giovanni da Udine”.

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