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Vigna

Una storia di caporalato in Friuli


Zubair Sharif è un giovane uomo pakistano, lavoratore agricolo nel Friuli occidentale.

Insieme ad una quarantina di altri lavoratori agricoli indiani e pakistani ha ottenuto il permesso di soggiorno “per grave sfruttamento lavorativo”, come prevede la legge, dopo aver denunciato il proprio caporale.

Zubair Sharif in Pakistan lavorava in un negozio, non era benestante. Ha deciso di partire per cercare fortuna e nel 2018 è arrivato in Italia. Senza documenti. Tramite passaparola si è inserito nei gruppi di volantinaggio e poi, essendo venuto a sapere che “in agricoltura pagavano bene”, ha cominciato a lavorare nelle vigne. Il suo datore di lavoro era un connazionale che all’inizio è stato per lui un punto di riferimento.

Zubair Sharif non sa leggere né scrivere, e quando è arrivato qui non sapeva una parola d’italiano. Naturale, dunque, che abbia preso contatti con suoi connazionali e che abbia cominciato a lavorare per una persona che parlava la sua stessa lingua e di cui – così pensava – avrebbe potuto fidarsi.

Finché qualcosa cambia. Ad un certo punto il caporale non riconosce a Sharif un bonus di 600 euro che gli sarebbe spettato. Poi, gli chiede ottomila euro per le pratiche burocratiche della sanatoria del 2020, che gli avrebbe consentito di ottenere un permesso di soggiorno.

Questa richiesta da parte del caporale non era in alcun modo legittima, visto che la legge sulla sanatoria prevede che sia il datore di lavoro (e non il lavoratore) a pagare.

Questa richiesta è stata ciò che ha spinto Zubair Sharif a chiedere aiuto alla Flai Cgil di Pordenone.  

A Pordenone è successo qualcosa di piuttosto raro: prima un paio di persone e poi decine di altre si sono rivolte al sindacato per denunciare la loro condizione di sfruttamento. Molte di loro avevano firmato un contratto regolare, ma lavoravano molte ore in più senza che queste venissero conteggiate. Inoltre, dovevano stare alle condizioni di lavoro e di vita che i caporali imponevano.

Alla Flai Cgil di Pordenone le cose hanno funzionato anche grazie alla presenza di una sindacalista di origini indiane, Pashmin Kaur, che ha fatto da mediatrice linguistica e culturale diventando così per chi lavorava in quelle stesse condizioni un nuovo punto di riferimento.

Per Pashmin Kaur nel caporalato il problema non sono solo i caporali, ma anche chi decide di dare loro lavoro. Nel Friuli occidentale (e non solo) lo fanno aziende vitivinicole grandi e piccole, che appaltano ai caporali il reperimento delle persone che lavoreranno nelle vigne, sapendo che il costo del lavoro sarà molto basso. Lo fanno per risparmiare e fare più profitti. Impossibile, dice Pashmin Kaur, che le aziende non sappiano quando chi lavora nelle vigne viene sfruttato.

Ignoranza e sfiducia

Dalla storia di Sharif emergono due elementi importanti che stanno alla base di tutte le dinamiche di sfruttamento: l’ignoranza e la fiducia.

Sharif e molti dei suoi compagni di lavoro non sapevano nemmeno di essere sfruttati finché qualcuno non glielo ha fatto capire. Non avevano gli strumenti per leggere il loro contratto di lavoro. È passato del tempo, dunque, prima che si rendessero conto che stavano subendo un’ingiustizia e di poterci fare qualcosa. Come accade da secoli, l’ignoranza dello sfruttato è un elemento che lo sfruttatore conosce e di cui si avvantaggia.

L’altro elemento è la fiducia. Sharif e molti dei suoi compagni si fidavano del caporale in quanto loro connazionale e da lui venivano messi in guardia dal fidarsi di altri. Non avevano gli strumenti, almeno all’inizio, per fare altrimenti.

Per sua definizione, il caporalato avviene quando il caporale sfrutta delle persone approfittando del loro “stato di necessità”. Nel caso delle persone migranti, la necessità primaria riguarda i documenti. Se vengono loro promessi i documenti, queste persone non lasceranno il lavoro, anche se vengono sfruttate. Non lo faranno perché non hanno alternative, cioè perché non sono libere di scegliere.

Non possono scegliere di non lavorare, col rischio di non ottenere il permesso di soggiorno. Non possono scegliere dove lavorare finchè non accumulano qualche soldo per andarsene. Non possono ambire a posizioni migliori finchè non acquisiscono le competenze e il capitale per farlo. Non possono comprendere appieno quello a cui avrebbero diritto finché non vengono istruite.

Zubair Sharif ora lavora per un imprenditore agricolo italiano e dice che si trova bene.

Dopo aver denunciato il caporale e aver ottenuto il permesso di soggiorno, invece, alcuni degli altri lavoratori che si erano rivolti alla Flai Cgil si sono messi in proprio. Ora chiedono un prezzo onesto per lavorare e in alcuni casi per dare lavoro ad altri. Il problema, però, è che finché sul mercato restano i caporali è molto difficile proporsi alle aziende vitivinicole offrendo lo stesso lavoro ad un prezzo superiore.

È questo dunque il ruolo che dovrebbero avere le istituzioni: rendere le persone meno vulnerabili ai ricatti e più libere di scegliere. È una questione di giustizia e di umanità, ma anche economica: finché ci saranno persone sfruttate il costo del lavoro sarà basso per tutti.

L’intervista di Margherita Cogoi a Onde Furlane a Zubair Sharif e a Pashmin Kaur puoi ascoltarla qui: 


Ascolta l’intervista

Margherita Cogoi
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Giornalista pubblicista a Radio Onde Furlane, si occupa di notiziario, rassegna stampa internazionale e programmi di approfondimento. 

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