Vandalismi
Immaginiamo una scena. Un uomo, seduto in auto nel traffico, motore acceso mentre la coda si estende a perdita d’occhio. Accanto a lui, altre centinaia di auto, tutte con il motore che ronza, tutte che immettono gas di scarico nell’aria che respiriamo. Tra un suono di clacson e l’altro quest’uomo prende il telefono. Scorre i social media e trova i video dei giovani di Extinction Rebellion che hanno colorato le acque di verde. La sua indignazione monta. “Vandali!” scrive. “Criminali! Irresponsabili! Non hanno diritto di fare questo! Stanno deturpando l’ambiente, proprio loro che si dicono ambientalisti!”
Intanto, il suo motore continua a ronzare. Continua a bruciare carburante. Continua a emettere anidride carbonica nell’atmosfera. Nessuno dei suoi amici online lo chiamerà vandalo per questo. Nessuno dirà che è irresponsabile. È solo traffico. È solo una giornata normale. Questa è la contraddizione dalla quale dobbiamo partire. Quando abbiamo visto le acque delle nostre città tingersi di verde, quando la clorofilina, sostanza totalmente innocua per l’ambiente, si è diffusa nei fiumi e nei canali, la reazione è stata immediata. Vandalismo. Violenza. Irresponsabilità. I giovani di Extinction Rebellion sono stati giudicati come criminali, come disturbatori dell’ordine pubblico. I media hanno costruito la narrazione del gesto spettacolare e offensivo, e la società ha reagito con indignazione.

Ma questa indignazione rivela qualcosa di profondamente incoerente nei nostri criteri di giudizio. Perché, esattamente, è più grave colorare di verde un canale che inquinare l’aria che respiriamo tutti? Perché è più violento fare un gesto simbolico, seppur fastidioso, che contribuire sistematicamente al riscaldamento del pianeta attraverso azioni quotidiane ordinarie? La domanda non è retorica. È il cuore di una crisi di percezione che caratterizza il nostro tempo. Definiamo vandalismo il (presunto) danno immediatamente visibile. Ma il vandalismo, se lo definiamo come “danno all’ambiente e al bene comune”, assume una forma completamente diversa. Ogni auto che accendiamo emette anidride carbonica, ogni volo che prendiamo lacera l’atmosfera, ogni consumo non necessario sono atti di violenza sistemica ai danni del pianeta. Eppure, non li chiamiamo così.

Il vandalismo invisibile non ci chiede di giustificarci. Non ci mette in imbarazzo davanti agli altri. Possiamo compiere decine di azioni che contribuiscono al disastro climatico, e nessuno ci giudicherà vandali. Nessuno scriverà articoli indignati sulla nostra responsabilità. Siamo complici passivi di una distruzione lenta e invisibile. Qui risiede lo scandalo morale del nostro tempo: abbiamo imparato a non vedere la violenza su larga scala. Non vediamo il vandalismo che avviene al ritmo di miliardi di tonnellate di CO2 all’anno. Non vediamo il vandalismo nelle attività umane che provocano desertificazione, scioglimento dei ghiacci, estinzione di specie, distruzione di luoghi nei quali vivono altre persone.
Questi sono processi così grandi, così impersonali, così distribuiti nel tempo e nello spazio, che rimangono invisibili. La clorofilina, invece, è evidente ai nostri occhi. È locale, è immediata, è attribuibile a persone specifiche che possiamo identificare e giudicare. Ecco perché la protesta di Extinction Rebellion provoca una reazione così irruenta: non perché il danno sia maggiore, ma perché è visibile. Ci costringe a guardare. Questa è esattamente l’intenzione. Il gesto della clorofilina non è un danno ambientale (la clorofilina è un colorante che si degrada e non colora l’acqua in modo permanente), ma un atto di comunicazione attraverso l’immagine. È un tentativo di rendere visibile l’invisibile, di manifestare l’emergenza climatica attraverso un gesto che non possiamo ignorare.
È questo gesto di disvelamento a essere sproporzionato, o è la nostra reazione? Perché siamo capaci di mobilitarci contro un gesto di protesta, ma non contro le azioni e le inazioni che producono la crisi climatica? Perché l’ordine pubblico ci preoccupa più della stabilità del pianeta? Perché definiamo vandalismo l’eccezione, mentre normalizziamo il disastro? Se sentiamo indignazione per le acque colorate, dovremmo sentire un’indignazione molto più profonda per il futuro che stiamo colorando di grigio, di siccità, di conflitti. Se chiamiamo questi giovani criminali, dovremmo prima guardarci allo specchio e domandare quale nome diamo al crimine quotidiano di cui siamo complici. La clorofilina è già svanita dalle acque delle nostre città. Il sistema che produce la crisi climatica, e del quale siamo parte, no. E forse, questo è il punto.
Sociologo, insegna “Sostenibilità e cambiamento eco-sociale” e “Sistemi a rete, territorio e sviluppo” all’Università di Trieste. Studia le dimensioni sociali e territoriali della transizione energetica e dei problemi legati alla crisi ambientale, le dinamiche di sviluppo e le politiche rivolte alle aree interne e fragili. È membro del comitato scientifico di Legambiente, presidente dell’associazione di promozione sociale Aree Fragili e fa parte del coordinamento del Forum Disuguagliane e Diversità.
- Giovanni Carrosio
- Giovanni Carrosio
