Skip to main content
antifascismo

L’antifascismo, una tradizione generativa


La morte di Papa Francesco ha già compiuto un miracolo: ha costretto la Presidente del Consiglio Meloni a rinviare la visita di stato organizzata per il 25 e 26 aprile in Uzbekistan obbligandola ad assistere alle celebrazioni per l’80° della Liberazione a cui sperava in ogni modo di sottrarsi, anche fisicamente.

Comunque il governo, per bocca del Ministro Musumeci, è riuscito ad inventarsi perfino una raccomandazione di “sobrietà” richiesta ai manifestanti che festeggeranno la fine della seconda guerra mondiale e la sconfitta dell’alleanza nazifascista che aveva portato l’Europa ed il mondo nel peggior conflitto della storia.
Questo invito è strumentale, provocatorio ed incomprensibile. Sfruttando il funerale di uno dei papi più detestato in vita dalla destra, è venuto fuori un goffo tentativo di definire una delle date fondanti del calendario civile della Repubblica come una carnevalata.

Da questi pochi passaggi si percepisce la distanza che questo governo e questa maggioranza hanno nei confronti di un passaggio storico e politico così importante per il nostro Paese.
Un passaggio che ha dato vita alla Costituzione ed alla Repubblica, ridando la dignità ad un paese che l’aveva persa da troppo tempo.

Un po’ di cronaca…

Ogni volta che ci avviciniamo al 25 aprile, da alcuni decenni, si riaccendono le polemiche più o meno strumentali nei confronti di questa ricorrenza vissuta con fastidio da una parte dell’arco politico.
La novità degli ultimi anni è che la forza che guida la maggioranza parlamentare, Fratelli d’Italia, si richiama, anche simbolicamente, al Movimento sociale italiano, gruppo politico storicamente erede dei collaborazionisti di Salò, di cui mantengono la fiamma mussoliniana nel simbolo.
L’altro gruppo politico così a destra, la Lega, dopo un breve periodo blandamente antifascista a metà degli anni ‘90, ha sposato posizioni apertamente reazionarie e attualmente si colloca in Europa con il principale gruppo reazionario e filofascista dei Patrioti guidati, tra gli altri, dall’Ungherese Orban e dagli eredi di Pètain, il Front National della francese Le Pen.

Non c’è più solo l’anticomunismo di Berlusconi, che ci aveva abituato a capriole scandalose per evitare le piazze antifasciste, ma assistiamo al palese e rivendicato anti-antifascismo di governanti che dovrebbero rappresentare tutto un Paese ed invece si dimenticano di una parte.
Quella parte che, come diceva Vittorio Foa al Senatore della Repubblica Giorgio Pisanò, “se aveste vinto VOI ora noi saremmo o morti o in galera, invece abbiamo vinto NOI e ora tu sei senatore.”
Di questo e molto altro scrive Andrea Rapini in “L’antifascismo. Una tradizione generativa (1945-2025), Donzelli 2025.

Essa è “la capacità di una specifica tradizione – l’antifascismo – di rinnovarsi, preservando, al contempo, un nucleo originale invariante in grado di accendere dei processi positivi e vitali nella democrazia”.

Se definire il partito e i dirigenti di Fratelli d’Italia come dei fascisti è, secondo l’autore, sbagliato, così come gridare all’allarme fascista, dall’altra parte persiste un legame politico e di riferimento storico con l’MSI, con un certo neofascismo e con gesti e riti del fascismo stesso, che lega i principali dirigenti del partito di maggioranza a quel mondo.
Avvalorare l’antifascismo comporterebbe per gli eredi dell’MSI accreditare anche l’emarginazione alla quale i missini sono stati costretti, a fasi alterne, durante la “Prima Repubblica”.
Inoltre essi propongono un superamento dell’attuale forma istituzionale con altre, più simili a quelle di democrazie autoritarie.
L’attacco all’antifascismo è pertanto funzionale alla creazione di una nuova Repubblica incentrata su valori diversi rispetto a quelli sui quali è fondata la Costituzione del ‘48 nata dalla Resistenza ed al modello di società pensato allora.
Qualcosa di molto concreto ed attuale, non una cosa per appassionati di una storia vecchia di ottant’anni.

L’antifascismo, un programma di trasformazione.

Parte da lontano Rapini nella sua critica. Già l’Italia che si forma dopo il Risorgimento, l’Italia Liberale, sovrasta la visione democratica prevalendo nei suoi connotati conservatori. I liberali, pertanto non sono veri democratici perché diffidano e contrastano valori fondamentali come il suffragio universale, i diritti sociali e sindacali per sposare scelte politiche ed istituzionali che limitavano e negavano la sovranità popolare a favore di quella di censo e degli abbienti. Il voto alle donne, per esempio è negato fino al ‘46.
Inoltre il liberalismo, in Italia come nel resto d’Europa, è fautore di politiche razziali e coloniali che le élite politiche sposano appieno.
La nazione era una comunità di sangue, non di cittadini che la abitano. C’è chi sta “dentro” e chi sta “fuori”. La politica coloniale dell’Italia liberale e di quella fascista varerà leggi che, oltre a discriminare secondo il sangue e il colore della pelle, vieterà di mescolare i bianchi con quelli che saranno chiamati con tono dispregiativo i “negri”.
Questi pregiudizi durano per decenni, contaminando alcuni settori dell’antifascismo storico che approvò l’attribuzione all’Italia, sconfitta nella seconda guerra mondiale, del mandato Onu per l’amministrazione fiduciari della Somalia, secondo una tradizione distorta e falsa di presunta civilizzazione degli “Italiani brava gente”.
Il movimento e la maggioranza delle forze antifasciste contrapposero una narrazione ed un programma alternativo a quello della vecchia tradizione liberale e fascista basata sull’integrità morale, sul riscatto popolare, sulla partecipazione, sulla liberazione del paese dal condizionamento straniero, sul rispetto degli altri paesi e dei loro diritti.
In questo senso la lotta e il ruolo di figure come Ilio Barontini, i fratelli Rosselli, Leone Ginzburg, Vittorio Foa, ed altri furono decisive per coniugare alla battaglia per la libertà quella contro il colonialismo ed il razzismo, fulcro ideologico portante del fascismo.
“Per pagare la libertà, un popolo, deve frugare a fondo nelle proprie tasche” scrisse Ignazio Silone.
E la lotta per la libertà fu pagata a caro prezzo da tutto il popolo.

Tra le principali forze che lottano contro il nazifascismo, si diffonde l’idea di una trasformazione radicale e rivoluzionaria che rompa con le vecchie tradizioni e che instauri una nuova realtà democratica concreta e non astratta che ridefinisca i contenuti del nuovo assetto costituzionale.

La guerra civile e di liberazione fu durissima e senza esclusione di colpi.
Per la Resistenza l’aspetto di una rivoluzione che fosse anche sociale era essenziale per fondare uno stato giusto che non ricreasse le condizioni per nuove tentazioni autoritarie e fasciste. Le esperienze delle repubbliche partigiane, come quelle della Carnia del ‘44, con il voto alle donne ne sono una prova concreta.

L’antifascismo fu un campo plurale che si formò col tempo, progressivamente dopo l’affermazione del fascismo. Per un ventennio le sue componenti, cattolici, liberali, socialisti, azionisti, comunisti, erano divisi su tutto. Con la lotta resistenziale fu raggiunta la sintesi: la democrazia che nasceva doveva essere migliore del passato liberale e fascista.
Pur con ambiguità e chiaroscuri, la proclamazione della Repubblica e della costituzione nata dalla Resistenza, portò con sé alcuni assunti: il fascismo non era più ammesso sotto nessuna forma organizzata.
L’antifascismo si poneva come progetto egualitario di trasformazione della società. In questo senso si proiettava nel futuro come forza generativa.

Il primo dopoguerra

Nel dopoguerra le cose si complicano. Con la guerra fredda e lo sfarinamento del fronte antifascista la Democrazia cristiana si pone come argine conservatore alle istanze costituzionali avanzate.
Negli anni ‘50 cambia il clima e la contrapposizione porta ad un ridimensionamento dell’antifascismo, l’enfatizzazione della dimensione nazionalpatriottica diventa la vulgata istituzionale e serpeggia una rilegittimazione del neofascismo in chiave anticomunista.
Negli ambienti ex partigiani, la repressione giudiziaria e poliziesca che li colpisce, dopo la sostanziale amnistia per la maggioranza dei collaborazionisti, comporta frustrazione e malumori.
La costituzione, in questo periodo viene congelata dalla guerra fredda: formalmente antifascista ma quella materiale e concreta prevalentemente anticomunista.

Con gli anni ‘60 del boom economico e dell’autunno caldo, l’antifascismo riprende slancio e si inserisce a pieno nel clima di lotte e di rinnovamento.
Dallo sciopero generale di Genova medaglia d’oro alla Resistenza contro il congresso del MSI, ai fatti di piazza Statuto, alle lotte degli studenti e degli operai, una nuova generazione di giovani si prende la scena e i valori difesi dai partigiani durante la Resistenza tornano ad essere d’attualità.
Il rinnovato antifascismo si collega anche alle lotte contro il colonialismo che si diffondono nel terzo mondo, come una nuova resistenza ai governi fascisti ed autoritari o alle democrazie formali che godevano ancora dello sfruttamento delle colonie.

E’ forse una delle caratteristiche peculiari del volume di Rapini l’attenzione e l’analisi dettagliata del collegamento tra il colonialismo e il razzismo, perno dell’ideologia fascista che sopravvive anche dopo la fine della seconda guerra mondiale, e che trova negli ideali antifascisti uno dei suoi principali avversari.

La strategia della tensione

Con la strategia della tensione, che lega settori reazionari e nostalgici del fascismo a parte della Democrazia cristiana, l’antifascismo, da una delle varie correnti della cultura politica, acquista centralità espandendo il suo consenso anche a settori moderati della società che temono derive golpiste e revansciste.
La Costituzione riprende il suo percorso da carta formale a carta sostanziale, che tenta di mettere in pratica quanto scritto.
Il percorso iniziato negli anni ‘60 trova il culmine negli ‘anni ‘70 con riforme ed innovazioni che nel libro vengono analizzate con puntualità.

La crisi economica, sociale e politica che caratterizza gli anni ‘80 coinvolge anche il movimento antifascista.
Le critiche e la delegittimazione colpiscono il principale partito che di quell’esperienza e tradizione era stato il protagonista, cioè il PCI.
Riprende vigore l’accusa di essere il cavallo di troia del totalitarismo per isolarlo ed indebolirlo. Contemporaneamente gli studi revisionisti ritrovano attenzione nei media e nell’opinione pubblica diffondendo l’idea di un superamento della Repubblica per un nuovo patto fondato su nuovi valori.

Negli anni ‘90 con Tangentopoli e la fine dei partiti di massa, “anziché promuovere una lettura complessa e storicamente fondata sulla storia del comunismo novecentesco e sulle peculiarità storiche” che si svilupparono in Italia, si preferì semplicemente voltare pagina.
L’ideologia liberale ed il liberalismo tornano a diventare sinonimo di democrazia tout-court dalle principali forze politiche sorte da quel turbolento periodo, sia a destra che a sinistra e l’antifascismo viene trascinato a fondo insieme al partito che ne era stato il principale riferimento.

La rilettura della storia

Comunismo e fascismo sono accomunati come uguali sistemi ed ideologie totalitarie.
L’antifascismo non serve più e, mentre frana la prima repubblica, riprendono forza e vengono sdoganate definitivamente quelle forze che provengono dalla tradizione missina.

E’ l’epoca della memoria condivisa, dei ragazzi di Salò, di una riconciliazione nazionale che si presenta come antitotalitaria, anticomunista e anti-antifascista, mentre personaggi, momenti e atmosfere del fascismo sono rivalutati.
Se sentiamo parlare di Almirante e Berlinguer come eguali statisti e protagonisti della Repubblica, non sembrano passati decenni ma ci sembra ancora l’attualità. Quando certe idee vengono sdoganate, diventano luoghi comuni duri a morire. Non sono tutti uguali.

Rapini ricorda che il periodo tra la fine degli anni ‘90 e l’inizio del 2000 sono gli anni in cui la presidenza della Repubblica di Carlo Azeglio Ciampi cerca di recuperare un patriottismo repubblicano che collega il Risorgimento alla Resistenza, tralasciando gli aspetti innovativi e progressisti, per puntare decisamente sull’identità nazionale.
Nei rituali primeggiano le parate militari, i tributi al milite ignoto e all’esercito che ancora oggi sono il lascito di quell’esperienza.
Una narrazione tutto sommato negativa che nonostante le finalità, si è caratterizzata per una retorica che privata dagli aspetti sociali e innovativi dell’antifascismo non è stata in grado di sintonizzarsi con le aspettative degli italiani.
Di fronte alla crisi politica e sociale sistemica, il tentativo di recupero del vecchio patriottismo risorgimentale non si è rivelato efficace.

Negli ultimi venti e passa anni, dal G8 di Genova in poi, sono numerose le esperienze originali che mettono in pratica a livello sociale quei valori rigenerativi dell’antifascismo.

Rapini le descrive efficacemente dimostrando che, dalle lotte antirazziste a quelle per la pace, dal femminismo alle lotte per il lavoro degli operai della ex-GKN, si possono trovare quelle forze generative che sono state tramandate di generazione in generazione e che ancora oggi, ottant’anni dopo la fine del fascismo, rende l’antifascismo attuale grazie alla sua potenza di pensiero critico e pratica di libertà.
I valori e le idee difese dai partigiani in montagna hanno trovato una elaborazione nella carta costituzionale ma soprattutto in un progetto di società e di democrazia che non sono un cimelio sterile, un’eredità istituzionale e basta, ma un progetto per un mondo migliore, libero da ogni forma di oppressione.

Stefano Pol
+ posts

Libraio udinese, una laurea in Storia, grande passione.

Iscriviti alla newsletter de Il Passo Giusto per ricevere gli aggiornamenti