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Numero 49 | 30 gennaio 2026

Alessandro Barbero
Alessandro Barbero

La censura algoritmica e il dibattito pubblico


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Nei giorni scorsi il noto storico Alessandro Barbero ha pubblicato in Rete un video dove si esprime per il No in relazione al prossimo referendum sulla giustizia, ottenendo milioni di visualizzazioni in poche ore. Facebook ha in seguito limitato la diffusione del contenuto dopo un fact-checking operato dalla testata giornalistica Open, partner certificato dell’International Fact-Checking Network a cui il social network di Zuckerberg fa riferimento. Il giornalista di Open David Puente ha rilevato imprecisioni tecniche nel ragionamento dello storico, in particolare sull’estrazione a sorte dei membri laici del CSM. Barbero attribuiva al governo scelte che spetterebbero al Parlamento, evocando scenari autoritari poco aderenti al testo della riforma.

Le imprecisioni esistono e non vanno negate, benché inserite in un discorso più ampio e articolato. Barbero ha semplificato questioni costituzionali complesse, come spesso accade quando si traduce il linguaggio giuridico in comunicazione pubblica. Questo però giustifica la limitazione della visibilità? La questione si complica quando consideriamo che il contenuto censurato esprimeva un’opinione politica legittima, non diffondeva certo disinformazione sanitaria o incitamenti all’odio. La notorietà di Barbero ha sicuramente amplificato il messaggio, creando a giudizio dei detrattori uno squilibrio nella campagna referendaria, giacché un intellettuale rispettato può condizionare milioni di elettori più di qualsiasi comitato ufficiale.

Censori “ingenui” e processi democratici

Proprio qui emerge il paradosso, poiché l’influenza di Barbero deriva dalla sua credibilità professionale costruita in molti anni, non da una posizione istituzionale. Limitarne la voce durante una consultazione democratica solleva interrogativi inquietanti, anche qualora le sue argomentazioni contenessero errori tecnici. I fact-checker distinguono davvero tra errori tecnici e valutazioni politiche? Un’imprecisione costituzionale in un discorso politico merita la stessa censura di una fake news deliberata? La linea appare sottile, pericolosamente arbitraria, tanto più quando applicata in periodo referendario.

Meta, e questo è il vero punto del discorso, applica criteri commerciali a processi democratici, sebbene questi richiedano logiche radicalmente diverse. Gli algoritmi non contemplano sfumature, contesto, intenzioni, perché progettati per massimizzare engagement e minimizzare rischi reputazionali. Una piattaforma privata americana decide quindi quali voci gli italiani possono ascoltare durante un referendum, alterando così gli equilibri informativi di una consultazione costituzionale. L’assurdità non sta tanto nell’esistenza dei fact-checker quanto nella loro investitura come arbitri del dibattito pubblico. Open e Puente operano legittimamente secondo standard professionali, ma l’architettura stessa del sistema tradisce un errore fondamentale.

Servono spazi digitali pubblici

L’opinione pubblica oggi si forma su piattaforme digitali private governate da logiche di profitto, mentre mancano piazze digitali pubbliche dove i cittadini possano discutere liberamente senza supervisione algoritmica. La democrazia necessita conflitto, confronto anche aspro, errori corretti dal dibattito stesso piuttosto che da autorità predeterminate. La censura preventiva, per quanto tecnicamente giustificata da imprecisioni oggettive, soffoca questo processo vitale. Anche gli intellettuali sbagliano, ma correggerli spetta ai cittadini attraverso il contraddittorio pubblico, non a piattaforme che applicano protocolli e policy uniformi a contesti radicalmente diversi.

La libertà di espressione non può dipendere dai termini di servizio di corporation straniere, per quanto dotate di partner certificati e procedure trasparenti. Servono spazi pubblici digitali dove nessun fact-checker possa limitare la circolazione delle idee, dove la formazione dell’opinione si nutra di dissenso organizzato anziché di contenuti pre-certificati. La democrazia muore quando deleghiamo a entità private il potere di decidere quali verità possono circolare.

Giorgio Jannis
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Udine, Friuli, Europa.
Ho studiato filosofia del linguaggio a Bologna, semiotica e narratologia (Umberto Eco, Paolo Fabbri), per indagare le dinamiche comunicative e le strategie identitarie dei gruppi sociali, le narrazioni delle comunità dentro e fuori la Rete.
Progettista sociale, formatore e comunicatore: iniziative di promozione della Cultura digitale, per reti scolastiche e territoriali.
Social media manager e project manager (#udinesmart per Comune e Università di Udine, FriuliFutureForum per Camera di Commercio Udine). Attualmente insegno Sociologia dei media presso l’Università di Udine.
Da quindici anni curo una rubrica settimanale Licôf su Radio Onde Furlane, dedicata ai linguaggi e alle culture digitali.

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