Skip to main content

Numero 46 | 21 novembre 2025

Prima le Persone seminario

Prima le persone. Avviato un percorso di confronto per un cambiamento possibile


Molti iniziano ad accorgersi di un cambiamento profondo che sta avvenendo nelle politiche pubbliche di tutti i paesi d’Europa, che non è nuovo ma che è stato a lungo rimosso e negato: i diritti delle persone, cittadini e non cittadini, non sono più al centro dell’azione di governo del territorio; le politiche si orientano verso gli “utenti” o, in modo più preciso, verso i “clienti” dei servizi, ma non verso le persone in quanto tali, specialmente se si tratta di persone “deboli” in ragione della loro condizione sociale, culturale, o a causa della loro condizione giuridica. Si tratta di un cambiamento, o meglio di una involuzione, che investe tutti i sistemi democratici, anche se avviene in modo più marcato in alcuni paesi e meno in altri. L’Italia è uno dei Paesi in cui questa involuzione sta subendo una forte accelerazione, e all’interno del territorio nazionale, il Friuli-Venezia Giulia è un’area nella quale gli effetti risultano più marcati.

L’indebolimento dei diritti delle persone riguarda la popolazione in generale e non certo solo i cittadini stranieri. Tuttavia il punto da cui si possono vedere le distorsioni e le carenze generali delle politiche pubbliche in modo più evidente rispetto ad altri punti di osservazione, è la gestione delle migrazioni, ed è sui cittadini stranieri che si sperimentano per prime le diverse strategie di compressione dei diritti da successivamente estendere ad altri contesti sociali. Le scelte fatte nella Regione su aspetti di grande rilevanza come l’accoglienza dei richiedenti asilo, le disposizioni discriminatorie nell’accesso ai servizi, la gestione dei minori non accompagnati, la assenza radicale di politiche di inclusione sociale, oltre ad essere molto aggressive, e spesso illegittime per violazione di norme interne e dell’Unione Europea, si sono dimostrate anche assai dannose per il tessuto sociale, culturale ed economico-produttivo regionale.

In ragione della sua posizione geografica il territorio regionale è interessato in modo costante negli anni da un flusso di ingressi (dalle dimensioni che rimangono modeste nonostante gli allarmismi) di persone in cerca di protezione internazionale; la gran parte di esse proviene dalle peggiori situazioni di conflitto e di violenza generalizzata nel mondo (come Afghanistan e Siria); altre provengono da situazioni più complesse nelle quali le migrazioni forzate si intrecciano con l’aspirazione a una vita migliore. Si tratta di popolazione giovane, spesso giovanissima, con capacità lavorative e professionali e livelli di istruzione anche elevati, che in larghissima maggioranza non è diretta in Italia ma punta ad altri paesi dell’UE ritenuti più adatti a rifarsi una vita. Il primo problema che dovrebbe porsi una seria politica di governo di un territorio in piena crisi demografica, con punte di spopolamento allarmanti in molte aree geografiche, la cui crescita economica si è quasi bloccata nel corso del 2024, è chiedersi perché le persone in arrivo (specie chi tra esse ha più competenze) non si fermino qui ma vadano altrove, rendendo il territorio regionale un semplice e sterile luogo di transito, al pari di larga parte dell’area balcanica appena attraversata con grande fatica a causa di maltrattamenti diffusi e respingimenti violenti attuati in violazione del diritto internazionale ed europeo.

Meglio ignorare

L’esistenza delle persone in transito è istituzionalmente ignorata in Regione, in violazione dell’obbligo che incombe sulle pubbliche istituzioni di tutelare la vita e la sicurezza di coloro che si trovano in condizioni di estremo bisogno indipendentemente dalla loro condizione giuridica. L’intero intervento è affidato alle organizzazioni di volontariato, spesso altresì accusate, con argomentazioni che sfiorano il ridicolo, di costituire un pull-factor, ovvero un fattore di attrazione dei migranti e dei rifugiati.

Il sistema di accoglienza del Friuli-Venezia Giulia è stato spinto nell’ultimo quinquennio a strutturarsi sempre di più come un degradato sistema-parcheggio di quella piccola parte di richiedenti asilo che scelgono (in genere anch’essi solo temporaneamente) di fermarsi nella regione. Standard di accoglienza di infimo livello (ma con costi elevati), confinamento in strutture che producono isolamento e ghettizzazione, assenza radicale di qualsiasi programma regionale di supporto all’integrazione sociale, inutile spreco di risorse pubbliche sono i tratti distintivi che, salvo qualche eccezione, caratterizzano il triste panorama locale. Chi ha cercato di operare in modo diverso, dimostrando con i fatti come una buona accoglienza possa essere anche motore di sviluppo, è stato ed è oggetto di violente forme di denigrazione.

La dismissione delle politiche pubbliche verso le persone più deboli produce i suoi effetti più gravi in coloro, tra i migranti e i rifugiati, che, nei paesi di origine e/o nei paesi di transito, sono stati vittime di gravi violenze e torture. La normativa internazionale, già recepita con estremo ritardo nell’ordinamento italiano, prevede che coloro che sono state vittime di gravi forme di violenza accedano a specifici programmi di cura e di riabilitazione predisposti secondo le indicazioni date dalle Linee Guida sulla presa in carico delle vittime di tortura, emanate dal Ministero della Salute con proprio decreto del marzo 2017. Nonostante siano decorsi molti anni, le Linee Guida ministeriali rimangono lettera morta in Regione dove nessun intervento pubblico a favore delle vittime di tortura risulta realizzato.

Per i minori stranieri non accompagnati sono stati fissati standard adeguati in relazione agli aspetti strutturali dell’accoglienza, ma è del tutto assente una visione che non percepisca la loro accoglienza solo come un fastidioso fardello prodotto dalle normative nazionale ed internazionali poste a tutela dei minori e che colga invece appieno le straordinarie potenzialità della loro accoglienza, costruendo robusti percorsi educativi che includano anche i primi anni della maggiore età.

Spendere poco e spendere male

Ed è proprio nel campo dell’inclusione sociale dei pochi stranieri, rifugiati e minori non accompagnati che, nonostante tutto, dopo avere imparato la lingua italiana e aver concluso un percorso formativo o di istruzione, scelgono questa Regione come loro nuova terra d’elezione, che si manifesta in tutta la sua disarmante pochezza l’inadeguatezza delle politiche locali. I programmi del SAI (Sistema Accoglienza e Integrazione) interamente sostenuti con fondi statali sono ridotti al lumicino, facendo di questa la regione con meno programmi in Italia in relazione al numero di abitanti; non c’è alcun piano regionale per sostenere i percorsi di inclusione sociale dei rifugiati come dei neo maggiorenni; non è stato realizzato nessun effettivo programma di supporto all’inclusione e all’emancipazione delle donne straniere; nessun intervento viene realizzato per permettere alle fasce più deboli (anche della popolazione locale) l’accesso ad un’abitazione a prezzi accessibili; zero è infine il numero che connota gli interventi di contrasto alla discriminazione e al razzismo.

In questo cupo quadro dilaga in modo allarmante il fenomeno del lavoro nero e del lavoro grigio, nonché del grave sfruttamento lavorativo, analogamente a quello della feroce speculazione nel mercato immobiliare. Le poche inchieste giudiziarie che ogni tanto riescono a produrre qualche risultato sono solo il segnale di un fenomeno tanto vasto quanto nascosto e rimosso.

L’impossibilità di accedere a programmi di seconda accoglienza e di sostegno all’autonomia lavorativa ed abitativa spinge ulteriori stranieri che potrebbero radicarsi da noi, mettendo qui a frutto le loro capacità e competenze, a lasciare dopo la prima accoglienza una terra percepita, a ragione, come ostile. Così, oltre a mostrare il suo volto peggiore, il Friuli-Venezia Giulia si impoverisce e si allontana dalle aree più dinamiche dell’Europa, tutte caratterizzate dalla capacità di attrarre ed includere popolazione straniera.

Un seminario programmatico

Il Seminario, promosso dalla Rete DASI (Diritti, Accoglienza e Cooperazione internazionale del FVG) si è tenuto al Centro Balducci di Zugliano sabato 4 giugno, quale tappa di un percorso avviato da molti mesi attorno ai seguenti quattro gruppi di lavoro:

1) prima e seconda accoglienza (organizzazione degli interventi di accoglienza di emergenza nei diversi territori, promozione dell’accoglienza diffusa e progressiva chiusura delle grandi strutture, collegamento tra i sistemi di accoglienza rivolti ai MSNA e quello degli adulti, contrasto alla ghettizzazione etc.)

2) formazione e lavoro (tempestivo avvio delle persone accolte a percorsi di inclusione sociale, di accesso all’apprendimento della lingua italiana e alla formazione professionale, accompagnamento all’inserimento nel mercato del lavoro, contemperando accoglienza e inizio di una autonomia socio-economica, contrasto allo sfruttamento lavorativo etc.)

3) sostegno all’inserimento abitativo (misure concrete di supporto all’uscita dalle misure di accoglienza verso un’autonomia abitativa, potenziamento della rete SAI etc.)

4) diritto alla salute e accesso ai servizi (accesso effettivo al Servizio Sanitario Nazionale, presa in carico effettiva delle situazioni più vulnerabili e che richiedono percorsi dedicati etc.)

I documenti di analisi e proposte predisposte dai quattro gruppi sono stati presentati nel corso del Seminario e saranno integrati (e successivamente pubblicati sul sito web del Centro Balducci) sulla base di quanto emerso nel corso dei lavori del Seminario. A settembre riprenderà il percorso di incontro dei gruppi di lavoro e si chiederà di dare avvio ad un confronto con il mondo politico regionale.

Pubblichiamo i testi nella sezione Documenti

Granfranco Schiavone
+ posts

Nato a Trieste, 1964, è uno studioso delle migrazioni internazionali ed autore di numerose pubblicazioni in materia di immigrazione e di diritto d’asilo. Tra le sue pubblicazioni più recenti: co-autore di “Respinti”, ed. Altreconomia 2021; “Vite Sospese: profughi, richiedenti asilo e rifugiati dal Novecento ad oggi”, Il Mulino ed. 2021; “Ospiti indesiderati. Il diritto d’asilo a 70 anni dalla Convenzione di Ginevra”, ed. Idos 2022. Uscirà a fine marzo in libreria il volume “Chiusi Dentro. I campi di confinamento nell’Europa del XXI secolo”, ed. Altreconomia.

E’ membro del comitato di redazione del Rapporto Migrantes sul diritto d’asilo, di cui ha curato parte della settima edizione (presentata a Trieste il 12 marzo insieme alla curatrice del volume Cristina Molfetta). Collabora altresì stabilmente alla redazione del Dossier Statistico Immigrazione, ed. Idos

E’ presidente dell’ICS (Consorzio Italiano di Solidarietà), un’associazione che nasce nel 1998 (tra le prime in Italia) per occuparsi della protezione legale e sociale e dell’accoglienza dei rifugiati e che a Trieste gestisce il sistema della cosiddetta “accoglienza diffusa”, un modello innovativo che da Trieste si è esteso a tutto il territorio nazionale. Nel 2002 è stato tra gli ideatori della normativa italiana in materia di accoglienza di cui ha accompagnato lo sviluppo negli ultimi 20 anni.

E’ membro di ASGI (Associazione per gli Studi Giuridici sull’Immigrazione), la principale associazione di giuristi che in Italia si occupa di diritto delle migrazioni, e di cui è stato vice-presidente nazionale per molti anni.

Dal 2018 è altresì componente del CdA della Fondazione Luchetta, Ota, D’Angelo, Hrovatin

Iscriviti alla newsletter de Il Passo Giusto per ricevere gli aggiornamenti