
Dopo le celebrazioni per il cinquantenario del terremoto, cominciamo a fare un punto
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Il “lungo” 6 maggio è stato caratterizzato da momenti di ricordo ufficiali e pubblici con l’attenzione a chi aveva vissuto quel momento ed alle vittime del sisma. Praticamente ogni realtà locale ha voluto centrare questo aspetto. La presenza di Mattarella e Meloni a Gemona con i loro interventi hanno definito la cornice della ricorrenza. Nell’insieme il dramma del sisma e la gestione della emergenza hanno rappresentato l’asse principale di riferimento per gran parte degli eventi.
Sul piano culturale e storico tuttavia va segnalata una ampia attività editoriale che ha cercato di leggere anche il “modello Friuli” della ricostruzione ponendosi l’obiettivo di una lettura delle fasi che l’hanno interpretata e proiettandola nelle complesse modifiche che hanno coinvolto la società friulana delle aree terremotate nei successivi 50 anni.
Memorie, libri, eventi
C’è stata una ampia presentazione diffusa di queste pubblicazioni ed a titolo di esempio segnalerei “La faglia dentro” di Walter Tomada (ed. Biblioteca dell’Immagine, Pordenone 2026) e “Una piccola guerra” di Toni Capuozzo (ed. Biblioteca dell’Immagine, Pordenone 2026). Citerei inoltre i due testi “50 anni di terremoto” (ed. Programma, Treviso 2026) di autori vari, e, a cura di Andrea Zannini e Carlo Palazzolo “Friuli 1976, un terremoto nella grande trasformazione” (Gaspari editore, Udine 2026). Questi contributi e l’ulteriore mole di materiale prodotto (compreso un ampissimo patrimonio di immagini) hanno dato spazio ad una pluralità di visioni ed interpretazioni, anche sociali e politiche, sui vari aspetti che hanno riguardato il Friuli a partire dal 6 maggio.
I quotidiani ed i periodici locali hanno inoltre contribuito in maniera massiccia alla illustrazione di iniziative e a riportare le opinioni di protagonisti vari oltre alle valutazioni di studiosi ed esperti sugli aspetti politici, tecnici, culturali e sociali. A questa mole di informazione e documentazione va aggiunta una importante attività narrativa che, basandosi su ricordi personali ed aspetti anche familiari, ha costruito letture sul tempo del terremoto, in particolare riferiti all’estate del 76 ed all’esodo successivo. Con la messa in evidenza sia degli aspetti umani individuali che della capacità di reazione delle comunità nella vita collettiva. Per brevità segnalerei autori affermati come Giada Messetti e Angelo Floramo, ma varrebbe la pena riuscire a darne un censimento approfondito.

Il Friuli, l’Italia e la Guerra Fredda
Per la verità mi sembra sia mancato uno sguardo più ampio che inquadrasse le vicende sociali, politiche e culturali del Friuli negli anni 70 con la travagliata, ma allo stesso momento fertile, storia dell’Italia di quegli anni e le molteplici connessioni delle vicende statali nello spazio friulano e triestino. Il fronte della “guerra fredda” e il travagliato rapporto di Comelli e Moro con la politica internazionale ne rappresentano un elemento chiave. Così come l’accordo di Osimo non chiude una fase storica per la Regione ma ne apre una politica del tutto nuova. Il terremoto del 76 apre una finestra nella storia regionale, e del Friuli in particolare, che ancora non ha inquadrato il paesaggio di allora nella sua completezza.
Qualcuno si è risentito per l’occupazione del cinquantenario da parte di un sistema politico regionale attuale quasi per impadronirsi dei meriti della ricostruzione, dimenticando i politici (regionali e locali) ed i tecnici che ne furono i reali attori.
Settembre, a partire dall’occasione della ricorrenza di quella scossa devastante, ha riaperto una fase di ulteriori iniziative con anche riflessioni e con varie attività letterarie, artistiche e di esaltazione dei sostegni che provenivano dagli ambienti più diversi. Sono stati celebrati i contributi dei volontari presenti nell’estate del 76, con il sorgere pure di curiose domande: ad es. furono più gli alpini o gli scout? Od anche più maliziosamente: diedero di più gli USA o, in proporzione, uno stato simil nemico come la Jugoslavia?

Il Friuli di allora e quello di ora
Tuttavia mi pare che con il passare dei mesi si sia imposta nelle varie nuove occasioni un’altra domanda fondamentale: “il Friuli di oggi ha qualcosa in comune con quello delle comunità che hanno vissuto il terremoto?”. Ed ancora: “quale è stata la forza e la presenza della partecipazione popolare nell’indirizzare /o condizionare il percorso della ricostruzione”?
Questi temi erano già ben presenti nel libro di W. Tomada ma riporto con un certo interesse la frase finale di un resoconto di fine settembre a Pordenone in cui il giornalista Giuseppe Ragogna sintetizza una sua visione delle conseguenze di quel terremoto (da MV 1° ottobre 2026): “Il decentramento, con il potere affidato a chi era in prima linea, fu una chiave della ricostruzione. Prima le fabbriche, poi le case, quindi le chiese: il lavoro prima di tutto, perché era il modo più concreto per riannodare la vita. Anche la Chiesa friulana invitava a ripartire da lì. Non mancarono errori e tentativi di imporre un altro Friuli, ma prevalse una ricostruzione sostenuta da una forte coesione comunitaria.”
«A l’è il nestri destin», ricordava padre David Maria Turoldo parlando dell’ostinazione friulana. Ragogna ha riproposto quella frase come sintesi di una capacità di rialzarsi che sorprese l’Italia allora. “A cinquant’anni di distanza resta però una domanda: quanto di quell’animo è ancora nel Friuli di oggi? Solidarietà, essenzialità e sobrietà furono le parole concrete di quella stagione. Che meritano ancora di essere interrogate.”
In sostanza si può certo affermare che il “modello Friuli” fu un successo nella ricostruzione materiale. Ma negli anni viene meno l’afflato partecipativo (riscoperta delle vicinie o versione locale del 68?) che pervadeva le comunità friulane coinvolte ed ognuno giocoforza segue i percorsi individuali della propria ricostruzione. La politica ha risposto: meno assemblee e più rapporti con i funzionari comunali e regionali.
E nel tempo le comunità si indeboliscono. Restano le Pro Loco e le sedi dell’ANA. La demografia incombe accompagnata dai “normali” percorsi di abbandono delle zone montane e marginali. Molte delle case ricostruite sono vuote.
E’ vero, le “disgrazie naturali” sono quasi sempre un acceleratore delle tendenze di medio periodo in atto, eppure proprio gli anni 70 segnalano in Friuli una ripresa economica ed anche un primo ritorno della stessa emigrazione. La Regione ricostruì in nome e per conto dello stato. Ma la sua autonomia speciale non ottenne alcuna valorizzazione reale né la politica fu in grado di indicare una propria strada di interpretazione del futuro. Il “modello Friuli” fu davvero l’unica strada percorribile?
Foto in evidenza: Udine, 1976. Mobilitazione popolare dei terremotati del Friuli con lo striscione “Fuori dalle tende” e le rappresentanze delle comunità di Trasaghis, Gemona e Venzone.
Attivo in politica dai primi anni Sessanta del secolo scorso, è stato consigliere regionale di opposizione per tre legislature e per due mandati assessore all’Urbanistica e alla Mobilità del Comune di Udine, presidente regionale di Legambiente FVG negli anni Novanta e Duemila. Saggista, ha decine di pubblicazioni all’attivo. Collabora con testate di informazione locale su temi di attualità politica, sociale ed economica.
- Giorgio Cavallo
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