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Il momento magico delle minoranze


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Non passa settimana che un nuovo sondaggio non rilanci l’incertezza del risultato prevedibile alle prossime elezioni politiche. Centro destra e campo largo prevalgono dello 0,1-0,2% l’uno sull’altro in una quota leggermente al di sopra del “divino” 42%, nuovo mantra di quel premio di maggioranza che assicurerà la agognata stabilità di governo, assieme a mille altre possibili angherie democratiche o in alternativa paradisi di reddito e di welfare.

Vannacci e Calenda, principali possibili azionisti del rimanente 16%, se la gongolano e cercano di disegnare le proprie OPA. Ma ci sono altri soggetti che curiosamente compaiono raramente nel dibattito pubblico e che, pur nella loro relativa piccolezza, possono dire parole pesanti in grado forse di diventare decisivi come quel calciatore che, dopo i supplementari, ha l’occasione dell’ultimo rigore per decidere la partita.

Nell’ultimo anno tre partiti rappresentativi di minoranze linguistiche hanno avviato percorsi amministrativi e/o politici segnalando una propria disponibilità di rapporto con le forze di governo in Italia. Si tratta della Sudtiroler Volkspartei, della Union Valdotaine e della Unione Slovena, le prime due anche già dotate di rappresentanze parlamentari. Sostanzialmente forze con specifico radicamento territoriale che spesso in passato hanno dialogato e contrattato con le forze politiche italiane di centro sinistra. 

Far di necessità virtù si potrebbe dire, viste le caratteristiche del governo locale, e va detto che con il governo Meloni le Province autonome di Bolzano e Trento hanno portato a casa significative modifiche statutarie. Quindi nulla di scandaloso per quanto riguarda la pratica politica, tutto sommato in analogia a quanto fa regolarmente la minoranza italiana, garantita nella elezione di suoi rappresentanti, nei parlamenti di Croazia e di Slovenia. Non voglio giustificare un opportunistico pendolo tra destra e sinistra, sport riservato ai sempre troppo numerosi centristi italici, ma prendere atto che talvolta la sopravvivenza di minoranze ha i suoi costi.

Fare maggioranza con le minoranze…

Ma l’impressione di un ”do ut des” aleggia nell’aria ed alcuni calcoli cominciano (o dovrebbero forse cominciare) a preoccupare il “campo largo”. 

Se in Friuli-Venezia Giulia il peso del radicamento dell’Unione Slovena nel territorio si limita ad alcune migliaia di voti, peraltro piuttosto importanti nell’equilibrio delle future elezioni comunali di Trieste e Gorizia, nonché delle rinascenti province, la partita più grossa sta nel far confluire i voti della Val d’Aosta e del Trentino-Sud Tirolo nel complesso del calcolo che conta per il premio di maggioranza statale pur essendo il sistema elettorale nelle due regioni profondamente diverso da quello nel resto d’Italia. Con norme a suo tempo attivate proprio per garantire le possibilità di risultati positivi per i partiti rappresentanti delle minoranze linguistiche con alle spalle il peso di stati nazione di riferimento. Cosa peraltro preclusa a friulani e sardi.

Mi permetto un commento ironico finale. Sarebbe quindi piuttosto sconcertante, anche se divertente, scoprire che un futuro governo di FdI e magari l’evocato presidente della Repubblica finalmente di destra provenga dal valore marginale dei voti tedescofoni del Sud Tirolo. Il flusso del tempo produce talvolta inaspettate sorprese. D’altronde sono passati 102 anni dalle elezioni parlamentari con la legge “maggioritaria” Acerbo quando le minoranze tedesche del “Veneto” e quelle slave della Venezia Giulia (in quella occasione Circoscrizione elettorale comprendente l’allora intera Provincia del Friuli) si unirono in una propria lista di opposizione eleggendo 4 deputati (2 più 2) e non entrarono a far parte del Listone nazionale.

A proposito, in quella legge elettorale, madre di tutti i sistemi maggioritari italiani, c’erano anche le preferenze. Di fatto a disposizione solo delle opposizioni. I candidati presentabili erano i 2/3 dei candidati eleggibili e la lista vincente doveva superare almeno il 25%. In quel caso tutti i parlamentari indicati dalla maggioranza venivano eletti e le preferenze riguardavano solo i perdenti. Efficace come metodo, ma non certo da imitare.

Giorgio Cavallo
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Attivo in politica dai primi anni Sessanta del secolo scorso, è stato consigliere regionale di opposizione per tre legislature e per due mandati assessore all’Urbanistica e alla Mobilità del Comune di Udine, presidente regionale di Legambiente FVG negli anni Novanta e Duemila. Saggista, ha decine di pubblicazioni all’attivo. Collabora con testate di informazione locale su temi di attualità politica, sociale ed economica.

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