
Tagliamento: uno scambio di opinioni

Associazione per la Terza Ricostruzione
L’Associazione per la Terza Ricostruzione (ATR) è una realtà civico-culturale del Friuli Venezia Giulia nata, nel 2022, per promuovere una nuova stagione di dibattito e di azione politico-democratica e socio-economica nel territorio regionale.
Ispirandosi alle storiche rinascite del dopoguerra e del post-terremoto del 1976, propone un modello di sviluppo basato su transizione energetica ed ecologica, tutela ambientale dei grandi ecosistemi regionali (come la difesa del Tagliamento) e riordino istituzionale partecipato.
Attraverso studi, convegni, articoli e cittadinanza attiva, opera, autofinanziandosi, in modo trasversale per ripensare l’autonomia regionale, il futuro del Friuli e delle sue comunità locali.
Articoli di ATR sono ospitati regolarmente, in forma grafica differenziata e senza alcun obbligo reciproco, dal Passo Giusto.
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In merito all’articolo https://ilpassogiusto.eu/il-tagliamento-come-paradigma-di-una-diversa-politica-ambientale/ abbiamo ricevuto un commento, che pubblichiamo con una risposta degli autori
Ricevo il saggio del prof Fabbro sul nuovo governo del territorio fondato sul caso Tagliamento. Suggestioni a parte, sembra che il contesto dal quale partire consista nel ridiscutere tutto. Sullo sfondo un nuovo governo del territorio.
Sembrerebbe che dopo aver passato una vita a sottolineare che il governo del territorio non possa che dipendere dalla centralità della sicurezza, dall’equilibrio tra la rinnovabilità delle risorse naturali e i limiti del loro sfruttamento (principio cardine dello sviluppo sostenibile), dalla sovraordinarietà dai piani di bacino che governino il ciclo delle acque come presupposti per garantire di evitare i disastri del passato, all’improvviso si debba ridiscutere tutto.
Il motivo? Un giudizio, o forse un pregiudizio, di presunta incompatibilità ambientale di una scelta di provvedere alla laminazione dei picchi di piena superiori ai 4000 mc/sec mediante la realizzazione di un ponte laminante. Per qualcuno una diga stabile, per altri un ponte incompatibile con il precedente, per il render della direzione regionale, semplicemente un ponte che andrebbe a sostituire il precedente ponte tra Dignano e Spilimbergo, ormai centenario e inadeguato. Una idea ambientalista contrapposta alle casse di espansione e allo sbarramento alla stretta di Pinzano giudicato da sempre “fisiologico”. Un’ opera che lascerebbe inalterato il flusso di acqua e di ghiaia ordinario per entrare in funzione qualche volta per secolo.
Brutto? Bello? Da scoprire in sede di progettazione come opera di ingegneria o di architettura finita, in grado di affrontare la procedura di valutazione di impatto ambientale, e di risolvere le problematiche di tenuta e di interferenze sulle acque di subalveo, prevalenti nell’area quasi sempre in secca, o con flussi deboli ed effimeri. Nulla a che vedere con le grida di allarme di distruzione del fiume che ha attivato la petizione degli studiosi chiamati al capezzale del povero fiume. Una fake di cattivo gusto che ha allarmato di sicuro anche il prof Fabbro tanto da impegnarlo in un tentativo di lanciare la palla ben oltre la consueta tribuna.
Perché arrivare ad ipotizzare la necessità di liberare gli antichi spazi di divagazione delle piene del Tagliamento nel medio corso o addirittura nel basso corso, rivedendo i vincoli degli insediamenti edilizi per favorire l’allagamento di abitati di minore importanza rispetto a centri di maggior importanza significa in pratica rimettere in campo le strategie idrauliche del 700, quando i fiumi non erano ancora ben arginati e soprattutto il territorio non era intensamente urbanizzato. Un azzeramento della storia del Friuli, del suo rapporto conflittuale con il torrente Tagliamento definito ferox e rapax fin dall’antichità, ma anche del Tagliamento usato come risorsa fondamentale per rendere fertili i magredi del medio Friuli che hanno consentito di far uscire dalla miseria i magredi dell’infanzia di padre Maria Turoldo e di generare energia per gli opifici della città di Udine attraverso la roggia chiamata Ledra che in verità porta le acque del Tagliamento dalla derivazione di Ospedaletto di Gemona. O di converso di riallagare i territori di bonifica della bassa friulana o del basso veneto orientale, strappati pazientemente nei secoli alle paludi.
Non si può eludere il fatto che l’idrogeologia, l’idraulica, l’ecologia fluviale sono la base della direttiva quadro sulle acque 2000/60/ce che prevede la realizzazione del buono stato di qualità delle acque e della direttiva figlia 2007/60/ce che prevede la tutela dalle alluvioni della salute umana, dell’ambiente naturale, antropico, tenuto conto che anche la direttiva habitat 1992/ 43 all’art 6 definisce la gerarchia delle tutele mettendo al vertice la salute umana.
I termini di riferimento di una pianificazione per obiettivi pertanto sono ben noti: evitare disastri quantomeno simili o maggiori di quanto accaduto nel 1996 quando l’esondazione in quattro aree della sinistra idrografica ed in un’area della destra idrografica di un volume di oltre 130 milioni di metri cubi di acque melmose (pari a cinque dighe di Ravedis piene o all’intera laguna di Marano), detriti, arbusti, alberi sradicati e rifiuti investirono aree abitate, sistemi produttivi, aree di elevato pregio naturalistico provocando danni aggiornati a 4-5 miliardi di euro alle sole infrastrutture.
Se non si riparte dal tema degli obiettivi ogni ragionamento apparentemente suggestivo e colto si riduce all’ennesimo tentativo di elusione, una nuova versione di ciò che abbiamo visto in questi 60 anni per rimandare all’infinito il tema della sicurezza, almeno quella prevista per tutti i fiumi d’Europa, di eventi con tempi di ritorno di 100 e 300 anni aggiornabili alla non linearità del cambiamento climatico (citando il prof Rinaldo). Una ridiscussione accademica suggestiva con un unico grave limite ovvero che avviene a tempo scaduto da almeno 50 anni, con l’aggravante del peggioramento procurato in tutti questi anni.
Nel 1966 gli eventi eccezionali colpirono molte parti d’Italia. Firenze ebbe la massima rilevanza poi Venezia, Trento, Pordenone e il Friuli Occidentale oscurarono il disastro del basso Tagliamento. Firenze realizzò la diga del Bilancino ed altri invasi, Trento realizzò il canale scolmatore nel Garda, Venezia il Mose, nel Pordenonese la diga di Ravedis, nel bellunese e nell’alto Degano le opere di ripristino furono accompagnate da allargamenti, briglie, sbarramenti e vasche di accumulo. E il Tagliamento stretto nei vincoli delle preferenze degli eletti al consiglio regionale e sostenuto dalle menzogne degli incoronatori del re dei fiumi alpini e del fiume selvaggio, nel mentre ha visto nascere e progredire quattro zone industriali nella golena della pedemontana e oltre 160 chilometri di argini alla fine ha persino perso il senso del suo destino.
Non resta che richiamare tutti gli interlocutori al senso di responsabilità e alla consapevolezza delle conseguenze pratiche delle loro posizioni oppositive a ciò che faticosamente è stato messo in campo per ottemperare alla legislazione vigente in materia di alluvioni, oltre che agli obblighi morali e civili che si presupporrebbe albergare ancora nell’intimo della propria coscienza umana. Ogni alluvione non è una passeggiata al pari degli allagamenti dell’acqua piovana che in qualche giorno si ripristina. Ogni alluvione è una tragedia che travolge l’ambiente e la vita di molti dei sopravvissuti.
Giorgio Mattassi
idrobiologo, ecologo, già direttore scientifico dell’Arpa FVG, presidente dell’associazione culturale, scientifica e sociale “Alluvione 60 anni senza sicurezza” con sede a Latisana che raggruppa gli alluvionati del 1965 1966.

Caro dott. Mattassi, replichiamo al tuo intervento critico nei confronti dell’articolo da noi scritto, sulle questioni del Tagliamento, e pubblicato sul n. 63 di questo periodico. Sgomberiamo intanto il campo da alcune imprecisioni. Il nostro articolo non sostiene mai che il problema (pluridecennale) della sicurezza del Tagliamento vada reinquadrato nella nuova legge di governo del territorio recentemente approvata dal Consiglio regionale. Sostiene invece che le grandi opere idrauliche previste nel Piano di Gestione del Rischio Alluvioni (PGRA 2021-27) dall’Autorità di Bacino delle Alpi Orientali, sia rivista alla radice perché non dà le certezze di efficacia – in termini di sicurezza- richieste dalle popolazioni del basso corso del fiume mentre è altamente impattante sulle qualità ecosistemiche e paesaggistiche del fiume, oltre che molto costosa.
Auspica, inoltre, che questa revisione sia oggetto del terzo PGRA (2027-2033) dell’Autorità di Bacino attualmente in fase di elaborazione. I riferimenti ad un nuovo metodo di governo del territorio sono fatti a margine per dire che non è più accettabile procedere, come si è proceduto con il PGRA in vigore (mancato studio di strategie alternative di gestione del rischio e mancata realizzazione di una Valutazione ambientale strategica) e che è necessario che la Regione Friuli Venezia Giulia, che pur non è direttamente responsabile del PGRA ma partecipa alla sua realizzazione, si doti di una propria strategia generale di gestione dei rischi fluviali, strategia che guardi non tanto alla soluzione miracolistica – ai problemi idraulici – delle grandi opere puntuali, quanto piuttosto ai processi idro-geomorfologici propri del sistema fluviale, quali la mobilità laterale, la laminazione naturale in aree di esondazione controllata, il trasporto sedimentario ecc. Questo è quanto sostenuto nell’articolo!
E’ tuttavia giusto non sottrarsi alla discussione del punto che sembra centrale nel tuo intervento. Sostieni infatti, alquanto ruvidamente, che la nostra proposta è: “l’ennesimo tentativo di elusione, una nuova versione di ciò che abbiamo visto in questi 60 anni per rimandare all’infinito il tema della sicurezza, almeno quella prevista per tutti i fiumi d’Europa, di eventi con tempi di ritorno di 100 e 300 anni aggiornabili alla non linearità del cambiamento climatico (citando il prof Rinaldo). Una ridiscussione accademica suggestiva con un unico grave limite ovvero che avviene a tempo scaduto da almeno 50 anni”.
In altre parole dici che bisogna intervenire subito con le opere che sono già previste, perché la sicurezza non può aspettare oltre. Lasciando da parte qui tutte le questioni relative alla vera o presunta, totale o parziale, naturalità del fiume (che porti per sostenere che tutte le attenzioni ecosistemiche e paesaggistiche, verso il fiume, non sarebbero giustificate), sappiamo anche noi che la situazione di insicurezza idraulica del fiume si perpetua da decenni. Ma sappiamo altresì che le opere idrauliche che sono state proposte sono molto incerte, nei loro effetti, proprio in termini di sicurezza mentre è certo, invece, che sarebbero molto impattanti dal punto di vista ecosistemico e paesaggistico: sempre l’autorevole prof. Andrea Rinaldo, che anche tu citi, in un suo intervento in Regione, sostiene che “la peggiore delle possibili scelte del decisore consisterebbe nella realizzazione di opere controverse e non risolutive dei gravi problemi idraulici del Tagliamento (…) che causerebbero significative distruzioni (permanenti) del prezioso capitale naturale del fiume”.
Giustamente si potrebbe replicare che le responsabilità della scienza non sono le stesse della pubblica amministrazione e che qui, peraltro, siamo in presenza di un PGRA legittimo (perché mai, quindi, non dovremmo applicare le sue previsioni?). E noi rispondiamo: per il semplice fatto che quelle previsioni di piano sono state assunte riprendendole da un “Laboratorio Tagliamento” del 2011, che non aveva compiti di pianificazione ma solo di valutazione comparativa di “idee e ipotesi progettuali” spesso prive di studi di fattibilità. Inoltre sono state assunte senza considerare le possibili alternative strategiche (e non solo progettuali). In ultima analisi, un paio di bei salti metodologici -e forse anche giuridici- non accettabili!
Sia chiaro! Non stiamo chiedendo di rinviare la sicurezza del Tagliamento. Stiamo chiedendo di non confondere la sicurezza del Tagliamento (e la connessa mitigazione del rischio che ne è lo strumento) con la realizzazione delle grandi opere. Il ritardo c’è ed anche questo è una questione reale da governare. Ma non può diventare un argomento per giustificare una scelta progettuale non adeguatamente verificata! Quindi, se si vuole prendere una decisione definitiva sugli interventi per il Tagliamento, si deve perseguire una decisione corretta, completa e convincente. Ciò implica l’impiego di ulteriore tempo e un ritardo nel provvedere alla sicurezza dei territori esposti al rischio di alluvione. Ma dobbiamo decidere razionalmente che cosa sia più giusto fare: proseguire nella realizzazione di opere molto impattanti e costose, senza che la loro utilità ed efficacia sia sufficientemente dimostrata, oppure sospendere le decisioni attuative più controverse e procedere con maggiore cautela nella ricerca di nuove strategie per la difesa dalle alluvioni?
Noi preferiamo questa seconda opzione, per una semplice ragione: la responsabilità di decidere correttamente viene prima della fretta di realizzare opere la cui efficacia non è sufficientemente dimostrata. Ciò è giusto, però, soltanto a una condizione: che, nel frattempo, a Latisana si faccia tutto quanto necessario e fattibile — a cominciare dal rialzo del ponte stradale e dalle varie diaframmature — per evitare che il tempo dedicato alla revisione della strategia si traduca nell’abbandono delle popolazioni esposte al rischio.
Prof. Sandro Fabbro, presidente Associazione Terza Ricostruzione
Ing. Giorgio Damiano, socio ATR
idrobiologo, ecologo, già direttore scientifico dell'Arpa FVG, presidente dell'associazione culturale, scientifica e sociale “Alluvione 60 anni senza sicurezza” con sede a Latisana che raggruppa gli alluvionati del 1965 1966.
Presidente Associazione Terza Ricostruzione
Nato a Codroipo nel 1960, residente a Spilimbergo.
Laureato in ingegneria Civile (Difesa del suolo e pianificazione Territoriale) presso l’Università degli Studi di Udine, discutendo una tesi sul gli “Aspetti economici legati al Rischio Idraulico assunto per il dimensionamento delle fognature”.
Già Commissario della commissione Laboratorio Tagliamento, istituita dalla Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia con delibera di giunta n. 2657 del 16 dicembre 2010.
Dal 1990 al 1996 Libero Professionista
Dal 1996 lavora presso la Società Autostrade Alto Adriatico S.p.A. (già Autovie Venete S.p.A).
Socio ATR.
- Giorgio Damiano


