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Artegna

Ad Artegna per una “cuintristorie” della ricostruzione


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Per ogni accadimento di rilievo, cinquant’anni sono considerati il lasso temporale minimo che permette il subentro dell’interesse e della lettura storica e quindi il distacco critico e analitico, in luogo della sola testimonianza personale e dell’emotività. Questo comune parametro, autentico spartiacque, applicato al sisma del ’76 ed alla ricostruzione del Friuli, provoca in me una strana inquietudine. Perché mi fa sentire in una dimensione di passaggio deformata, in una terra di mezzo compresa tra l’insufficiente e il troppo presto.

Gran parte delle testimonianze attorno all’Orcolat e a ciò che ne è seguito, in tutti questi anni si sono espresse sul piano scientifico, amministrativo, politico. Assai meno invece, sul piano dell’intimo vissuto della gente comune, sulle forti e dirette reazioni della “int” come fenomeno sociale in quel denso e movimentato periodo, fatta eccezione per la fase calda della prima emergenza, quando i mass media interrogavano i terremotati nelle situazioni estreme per ottenere sensazioni intense ed in tempo reale.

Aver attraversato da dirigente del sindacato edile tutto il decennio dal ’76 al ’86 e oltre, attivamente dentro alcune delle principali dinamiche che lo hanno caratterizzato,  mi ha fornito elementi importanti  di conoscenza nonchè la ferma convinzione che a fare la differenza sostanziale che caratterizza  l’unicità del  “Modello Friuli” (dove Friuli non è termine limitativo ma puntualmente ed appropriatamente identificativo) non fu una classe politica eccellente, non fu il Commissario straordinario Zamberletti e paradossalmente forse  neppure i sindaci, che pure ebbero un ruolo straordinariamente importante in quella nostra storia. 

Artegna

Gli anniversari e le letture mutevoli degli eventi 

La differenza vera la fece il popolo, che si scrollò di dosso la nomea di soggetto docile e sottomesso (sotàn), e inaspettatamente alzò la testa, praticò l’auto organizzazione, si mobilitò e protestò anche duramente, scegliendo i principi cardine della ricostruzione e controllando dal basso la sua attuazione. Senza questa straordinaria presenza, costante e tenace, sono del tutto certo che non avremmo mai vinto la scommessa e saremmo ora annoverati tra le tante altre realtà che in Italia hanno incontrato drammi simili al nostro (anche più pesanti) senza uscirne. Un’ affermazione sconcertante come quella pronunciata di recente dall’allora Sindaco di Amatrice: ”Dopo 10 anni ancora aspettiamo…” non sarebbe stata tollerata in Friuli e avrebbe provocato una pronta e robusta risposta di massa. 

Mai come in questo quinto decennale, e sino alla fine del 2026, risultano promosse iniziative volte alla riflessione su quell’evento lontano che ci ha cambiati tutti così profondamente. E’ bene che questo accada. E’ bene che accada diffusamente, capillarmente, democraticamente e“ dal basso”, segnando consapevole distanza dalla scomposta, costosissima e tronfia spettacolarizzazione con la quale il potere regionale ha colto il cinquantennale del terremoto per celebrare sè stesso. Un’offesa evidente, per me, alla nostra storia, alla nostra gente di allora e a quella del presente, che è in difficoltà economica e paga gli sperperi sulla propria pelle. 

Una delle iniziative decentrate, quella che si è tenuta al teatro di Artegna il 19 settembre, ho contribuito a immaginarla e a realizzarla, partendo da un punto di vista apparentemente difficile da spiegare. Quattro laici ex sindacalisti (Gino Dorigo, Roberto Muradore, Norberto Urli ed il sottoscritto), convinti che la storia della ricostruzione in Friuli potesse avere dignità e coerenza solo se riusciva a raccontare “dal basso” i propri percorsi, si sono posti, indipendentemente l’uno dall’altro, la stessa identica domanda: perché le iniziative sul terremoto sembrano ignorare quasi del tutto il ruolo dei preti friulani?  Eppure erano ben presenti nel promuovere la coraggiosa reazione della gente al dolore e allo sconforto, nel sostenere il valore dell’identità, della lingua, della cultura e delle radici profonde di una antica comunità umana, quali condizioni imprescindibili per puntare alla rinascita della nostra terra.  Coerentemente in linea con i principi che 529 di loro avevano espresso anni prima, sottoscrivendo un appello all’Arcidiocesi di Udine, che denunciava il grave stato di sottosviluppo e di emarginazione economica in cui versava il Friuli chiedendo di lottare contro l’emigrazione forzata, per la difesa della lingua e per l’università.

Patrizia Patriarca
Patrizia Patriarca

Di nuovo i senzastoria?

Volendo dare voce ai “protagonisti dimenticati del sisma ‘76” (e risultano molti, più di quanti ne possiamo citare) abbiamo ritenuto che i preti friulani non potessero mancare. A fianco dei lavoratori, dei volontari delle tendopoli, dei medici, di quanti nell’ombra lavorarono per raggiungere un obiettivo comune e comunemente desiderato. Questa semplice “proposta” ha trovato subito il sostegno pieno di Don Angelo Zanello, dinamico discepolo di quel Monsignor Battisti che ognuno di noi aveva incontrato allora nelle battaglie per lo sviluppo della nostra terra, per le infrastrutture ritenute necessarie, per la difesa dei lavoratori colpiti dalla crisi, per liberare il Friuli dalle pesanti servitu’ militari che ancora lo imprigionavano e che non sono affatto scomparse. 

Chi ha avuto l’opportunità di assistere al convegno di Artegna, credo abbia avuto modo di apprezzare la considerevole qualità dei contributi personali espressi. Attori protagonisti della famosa successione “Prima le fabbriche, poi le case e poi le chiese” hanno ritessuto, con tanta emozione e lucidità, episodi che hanno chiarito il senso vero di parole quali solidarietà, mutuo soccorso, umanità, dignità, libertà, sussidiarietà verticale. Così Patrizia Patriarca, insegnante, ha raccontato come i docenti precari, dopo la chiusura anticipata delle scuole nel maggio ’76 abbiano organizzato i campi scuola e fatto lezione sotto le tende, per assicurare ai bambini punti di riferimento e di continuità fondamentali in quei momenti difficili. Così Andrea Scauzero e Mauro Bortolotti hanno ripercorso la paura durante la scossa di quella sera del 6 maggio, i bagliori dell’acciaio liquido nel buio e nella polvere che il crollo della volta del forno nel laminatoio della loro fabbrica aveva provocato. La messa in sicurezza degli operai presenti, la ricerca affannosa di quelli che sarebbero dovuti subentrare nel turno successivo, la conta dolorosa di quanti erano rimasti sepolti sotto le macerie delle loro case, muovendo i fili di una straordinaria solidarietà proletaria. Così Guglielmo Pitzalis medico, la cui lunga e appassionata difesa della salute e della sanità pubblica ha attraversato mezzo secolo di impegni, generosi e competenti. Così Andreina Del Fabro, operaia della Tiglio di Moruzzo, impegnata a difendere il ruolo delle donne in quei drammatici frangenti, il ruolo del lavoro di genere per difendere autonomia e libertà, per preservare il futuro loro e delle loro famiglie. Così Muradore, Dorigo, Urli, Polano e Don Zanello. Pagine serie, commoventi, straordinariamente umane, che andrebbero raccolte e conservate, che dovrebbero stimolare l’impegno di quelle istanze collettive che hanno a cuore la storia del nostro Friuli. 

Uomo parla al pubblico in teatro
Gino Dorigo

Modernizzazione e centralizzazione

Una riflessione attenta ci avverte, per converso, che il potere non sa cosa farsene di queste pagine. Alimenta il “Promoveatur ut amoveatur”, perché le considera pericolosamente nemiche dello schema che persegue e alimenta da tempo. La ricostruzione post terremoto è stata certamente l’esempio alto di una straordinaria reazione corale del Friuli, che ci inorgoglisce ancora e fondatamente, ma anche un’occasione gigantesca per avviare e consolidare scelte che hanno oggettivamente limitato la nostra autonomia regionale, spostando il baricentro e allineandoci pesantemente alle compatibilità nazionali, alla sua grammatica e soprattutto alle sue convenienze. 

Nel mio intervento al convegno ho sottolineato tutto questo, parlando del passato, nella calata degli ordini professionali nazionali a tracciare le rotte della progettazione, nel CO.NA.R., nel ruolo svolto da ENI, FIAT, CORIF, CONAPRO e INTERCOOP negli appalti accorpati, nell’Accordo Italstat-Regione e soprattutto nell’uso delle risorse drenate in nome del Friuli dai contribuenti italiani, con le accise sulla benzina. Dal ’76 ad oggi si sono raccolti 146 miliardi di euro attualizzati, a fronte di una spesa complessiva a consuntivo di 18 miliardi e mezzo! Aggiornando le date incontriamo poi, sulla strada del cambio di baricentro politico e decisionale, l’autostrada, il patto Tondo-Tremonti che ha rimesso in discussione la nostra autonomia fiscale, l’elettrodotto Redipuglia-Udine sul versante del supposto approvvigionamento energetico. 

Temi sui quali la tranquilla narcosi di gran parte della politica regionale pesa in modo insopportabile e sui quali bisognerebbe invece mantenere aperti canali di attenzione critica, prima che il consumo veloce di eventi strumentali e la scrittura interessata del passato recente consegni una verità ingessata, unilaterale, e inutile per la conoscenza di sé stessi e per la costruzione di futuri.

Ferdinando Ceschia
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Udinese, è stato per vent’anni dirigente sindacale della Feneal UIL a partire dal 1977, durante la ricostruzione post terremoto. Poi per cinque congressi consecutivi, sino al 2020, è stato eletto Segretario generale della UIL friulana. Note le sue battaglie in difesa dei lavoratori e dell’ambiente (centrale di Monfalcone, antinucleare, scalo di Cervignano, elettrodotto Redipuglia-Udine).

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