
Dopo l’estate infuocata riflessioni e bilanci a 360° sulle politiche nelle aree montane
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Il vicepresidente del consiglio regionale Mazzolini, presentando recentemente una parte degli interventi sostenuti nella montagna friulana attraverso l’ultimo corposo assestamento di bilancio, ha evidenziato che, pur nella loro evidente diversità, gli stessi sono collegati dall’obiettivo di migliorare la qualità della vita dei residenti dell’Alto Friuli. Una precisazione che fa quasi sorridere leggere.
Questo pronunciamento dell’ovvio, dal nostro punto di vista, ha invece un sapore tanto pleonastico quanto debole nel tentativo di fingere l’esistenza di una reale visione d’insieme all’origine degli interventi citati, ai quali aggiungere quelli già riportati nei plurimi comunicati già consegnati agli organi di stampa da tutti e tre gli esponenti di maggioranza eletti nell’Alto Friuli (i quali restano invece pubblicamente impercettibili sul tema cruciale dei servizi sanitari nelle periferie montane).
Per quanto in questi anni ci siamo più volte opposti alla promozione dell’inutile e del controproducente da parte della regione, la nostra perplessità non risiede nel mettere aprioristicamente in dubbio l’eventuale sensatezza di ogni specifica attività finanziata: soprattutto nelle nostre aree montane, la manutenzione ed il rinnovamento della viabilità sono azioni di cui si ravvisa utilità, i supporti alla vita economica e sociale delle comunità altrettanto, il sostegno ai progetti scolastici ancor di più, e via dicendo. Ancor meno è nostra intenzione mancare di rispetto al lavoro e alla dedizione di chi ha lavorato per presentare progetti e ora beneficia di contributi che possono consentirne la realizzazione: niente di più lontano da ciò, sia chiaro.
La programmazione non abita più qui
La ragione della nostra profonda perplessità risiede nell’interpretazione che l’attuale maggioranza assegna al ruolo dell’ente regionale di cui è alla guida: sicuramente non il luogo in cui si produce una visione di futuro, capace di recepire le specifiche istanze territoriali e di settore e restituirle attraverso un organico e pluriennale piano di sviluppo, consapevole delle profonde trasformazioni (climatiche, economiche, di politica estera) che stanno ribaltando certezze di lunga durata. Al contrario, ci pare che dopo 8 anni di governo della maggioranza Fedriga, la nostra regione abbia abdicato del tutto al suo vero ruolo politico e istituzionale, dimentica dei principi di autonomia che ne regolano lo statuto, mostrandosi invece adagiata e imbolsita sulle vacche grasse degli assestamenti di bilancio. Una non-politica fondata su una logica di erogazione di contributi, utile più che altro alla particellare ricerca del consenso che alla reale definizione di strategie di sviluppo sistemiche, che generalmente richiedono anche scelte complesse e impopolari.
Una sorta di neofeudalesimo dei finanziamenti a pioggia, con zone fortunate toccate spesso dalle nuvole e altre (chissà perché e con quali criteri, ci piacerebbe saperlo) in perenne siccità. L’unica lettura che ci consente ad esempio di trovare un senso alla facilità con cui si destina un milione di euro alle iniziative natalizie (un esempio fra i tanti citabili), e l’altrettanta facilità con cui si boccia la nostra proposta di emendamento rivolta (prima della tragedia degli incendi in Carnia) al finanziamento di presidi e corpi antincendio.
Soprattutto nelle zone montane, è impensabile credere che una miriade disconnessa di singoli interventi possa costruire una reale e duratura prospettiva di sviluppo. Riprendendo il tema della viabilità, lo stesso Mazzolini (nel suo comunicato sulle oggettive criticità provocate dai cantieri attivati sulla A23) ha sostenuto giustamente che la necessità dei lavori non deve essere disgiunta da una loro pianificazione, in modo da ridurre il più possibile i disagi per la cittadinanza. Ma ricordiamo a Mazzolini (e ai suoi colleghi di maggioranza, con i quali in linea di massima dovrebbe conferire) che questo principio non vale solo per “Autostrade per l’Italia”, ma anche per gli interventi promossi da FVG Strade.

Viabilità tra lavori infiniti e trafori immaginari
Nessuno dimentica il biennio (e forse più) di disagi a cui sono stati (e sono) sottoposti gli abitanti della Carnia per la poco ragionata sovrapposizione dei cantieri stradali, in primis lungo la valle del Bût: senza dimenticare le fantasmagoriche chiusure e riaperture dei tratti stradali in occasione del Giro d’Italia, con asfaltature fulminee per l’occasione seguite (alla faccia della pianificazione) da nuove demolizioni e nuovi rifacimenti. Inoltre, come dimostrato dalla storia locale recente (A23 e Canal del Ferro insegnano), la creazione di un’infrastruttura viaria non è elemento a sé sufficiente per garantire la salute di un territorio, in assenza di un chiaro progetto di sviluppo territoriale e di un’idea complessiva (almeno in linea di massima) di potenziamento viario. Nell’ultimo triennio sono stati annunciati solo in Carnia tre trafori montani (Mauria, Monte Croce Carnico, Paularo), strade impervie di alta quota che magicamente dovrebbero diventare provinciali senza un pensiero alcuno su come possano essere effettivamente realizzate e su come i paesi a valle potrebbero sostenerne i transiti derivati; senza dimenticare la domanda sulla copertura economica di tutte queste opere. Non ci pare una polemica gratuita segnalare una certa confusione, come con altrettanta onestà intellettuale reputiamo di poter condividere con il consigliere Ferrari l’opportunità di operare sulla viabilità regionale della Val Degano, meglio se con criterio e adeguata pianificazione.
Discorso similare sul tema scuola. Molto positiva la promozione dei progetti di insegnamento bilingue, alla pari di altri interventi sostenuti nell’anno presente e in quelli precedenti. In ogni modo, singole iniziative hanno le gambe corte in assenza di una riflessione complessiva sul rapporto tra calo demografico e scuole di montagna: solo attraverso una pianificazione, non scevra da possibili scelte difficili, si possono individuare soluzioni nuove (magari imparando da altre realtà a statuto speciale, abili diversamente da noi a valorizzare quanto previsto dall’autonomia) e mantenere sul territorio un servizio fondamentale per la tenuta della residenzialità delle famiglie e la pari opportunità di studentesse e studenti della montagna. Se la ridefinizione nazionale dei comuni montani nella nostra regione non ha avuto impatti immediati sui comuni neo-esclusi in virtù delle garanzie di copertura decise dalla giunta, c’è da chiedersi quanto le stesse possano sostenere il sistema (le vacche grasse degli assestamenti prima o poi finiranno) in assenza di interventi veramente strutturali. Una visione programmatica potrebbe poi evitare la messa a nuovo di scuole in luoghi in cui la necessità non sussiste, destinando le risorse in comuni di montagna in cui pur a fronte di una popolazione scolastica sostanziale non vi è risposta (anche qui, chissà perché) alle pluriennali richieste di supporto alla ristrutturazione
Demografia, risorse, servizi
La questione demografica e l’autonomia giocano un ruolo primario anche sul rapporto tra la regione ed i comuni, con la prima sempre più accentratrice di risorse economiche ed umane ed i secondi sempre più fragili e spesso impossibilitati a dare concretezza alla mole dei contributi ricevuti. C’è poi da considerare che il calo della popolazione andrà inevitabilmente ad incidere sulla possibilità per i piccoli comuni di garantire presenza amministrativa, anche nell’attuale e diffuso sistema di mono-liste a quorum ridotto che sono più un segnale di sopravvivenza ordinaria che di reale ed effettiva democrazia. La sincera e doverosa riconoscenza verso chi si spende nelle comunità in tempi così complessi – assumendosi non di meno importanti responsabilità – non deve mettere in secondo piano la valutazione di quanto l’attuale status delle amministrazioni locali possa ovunque sussistere. Se la reintroduzione delle province nulla porta in merito (se non costi e posti politici – che hanno ammaliato anche a sinistra, va detto – per la gestione di misere competenze), è chiaro che non si possa fare a meno di un serio ripensamento e di una seria riforma degli enti locali. La sostanziale insussistenza di una dimensione unitaria e sovracomunale dell’area montana non fa altro che indebolirne la capacità di autodeterminazione e qualità politica, che il neofeudalesimo degli assestamenti amplifica nel più classico (finanzia e) dividi et impera.
I temi su cui continuare sarebbero molti: la pianificazione industriale con i diversi casi di crisi registrati nelle aziende di montagna; la progressiva trasformazione (tutelando il comparto che in esso vi opera) del modello superato e insostenibile del turismo invernale, retto solo da un finanziamento pubblico che ha poco di destra liberale e molto di socialismo reale; la presa di coscienza dei cambiamenti climatici, evidenti con l’attuale crisi idrica ed i tragici incendi, nonostante l’assessore Scoccimarro abbia predetto dall’alto della sua competenza una futura glaciazione; il tema della produzione energetica, sia in relazione alla tenuta dei corsi d’acqua nel caso dell’idroelettrico ma anche sul piano del ruolo pubblico gestione della risorsa.
Situazioni di enorme complessità, per le quali non esistono formule magiche e che sarebbe scorretto e demagogico addebitare esclusivamente alla maggioranza regionale. Tuttavia, è certo che in una fase storica così complessa dovrebbe prevalere la logica della responsabilità, della programmazione e delle scelte coraggiose (seppur impopolari), non il neofeudalesimo degli assestamenti e il marketing promozionale al di sopra di tutto, che nel nome dell’abbondanza si adagia sulla distribuzione a pioggia di contributi e inaridisce il ruolo proattivo dei territori, titubanti e timorosi davanti alla grande madre regione.
La Carnia in fiamme è emblema tangibile delle sfide epocali che ci attendono e della cogenza di questioni cruciali che non possono essere messe sotto il tappeto della più anti-scientifica propaganda, come del misero presenzialismo social o d’occasione che si eclissa nel momento del bisogno.
Nato a Salino di Paularo, 1979, storico di formazione, autore di studi e ricerche sulle vicende socio-politiche delle comunità alpine nella prima metà del '900, con particolare attenzione alla storia della montagna friulana. Già cooperatore sociale, attualmente attivo nell'ambito della grave marginazione adulta
- Denis Baron
Di Caneva si Tolmezzo, è operatore socio sanitario in una Comunità che si occupa di persone con disabilità, da sempre impegnato nell'associazionismo, con particolare attenzione alle questioni ambientali. Attuale Presidente della Consulta Frazionale di Caneva di Tolmezzo.


