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lago tre comuni

Lago dei Tre Comuni: berranno ancora un sorso?


Il 30 marzo 1948 veniva inaugurata la diga di Sauris, un capolavoro dell’ingegneria e del progresso alto 136 metri, costruito nella valle del Lumiei. Da quel giorno, diga dopo diga, presa dopo presa, tanta acqua non è più passata sotto i ponti della Carnia, trasformando gli scenari, gli ambienti e le abitudini degli abitanti delle vallate. Prima si presero il Lumiei, poi fu la volta del Navarza e di tutti gli affluenti di sinistra orografica della Alta Val Tagliamento; successivamente toccò al Tagliamento stesso, a Caprizzi, assieme ai suoi affluenti di destra; dopo, al Degano. Infine il grande idroelettrico si fermò sulla Vinadia.

Alcuni torrenti passavano per centrali e centraline in loco, alcuni venivano solo captati: tutti venivano infilati in un tubo e spediti a Verzegnis, da dove poi cadere in galleria, debitamente turbinando, nelle acque del lago di Cavazzo. Ovvero, producendo. Con l’effetto collaterale di rovinare l’habitat con acque fredde, mosse e talvolta torbide.

Nel frattempo, sorgevano un po’ dovunque centraline, pubbliche, para-pubbliche o private, sfruttando le acque e le pendenze avanzate.

E per i carnici? Le briciole delle compensazioni e un mucchio di battaglie perse.

Ma se pensate che tutto questo possa già bastare per dirsi un “cumò vonde“, vi sbagliate di grosso. In un Friuli che si stupisce ogni anno di più di quanto poco stia piovendo, l’acqua post-idroelettrica della montagna fa gola all’apparato irriguo della pianura e perciò diventa sempre meno fantasiosa l’idea di non restituire al Tagliamento questo 40% della sua portata montana in nomine blavae.

Ma partiamo con ordine.

Una luce per il lago

Come detto, le acque di fiumi e torrenti da oltre mezzo secolo hanno compromesso l’habitat lacustre. Prima di tutto lo sbalzo termico, poi i sedimenti posati ed in sospensione, nonché lo stesso moto ondoso generato e la variazione di livello hanno intaccato il ciclo fotosintetico di piante e alghe, avendo conseguenze sulla fauna. La questione viene sollevata da decenni da cittadini, comitati ed amministrazioni, ma ha sempre trovato difficoltà nell’essere accolta.

La soluzione auspicata è da principio quella di un by-pass che escluda questa immissione traumatica.

Nel 2014 viene approvato il Piano Regionale di Tutela delle Acque, che detta delle linee guida che accendono un lumicino di speranza in questo senso.

Ma è nel 2019 che questa luce si è accesa. Col favore della Regione, i tre Comuni rivieraschi hanno istituito il Laboratorio Lago dei Tre Comuni, una commissione tecnica creata per mettere finalmente nero su bianco il progetto. Ne sono uscite tre diverse opzioni: due in tubo dalla bocca di fuoriuscita e una direttamente in galleria dalle turbine. Costo: 50 mila euro per Cavazzo, Trasaghis e Bordano. Non certo spiccioli per le amministrazioni, ma il gioco valeva la candela. Tutto bene quel che finisce bene.

E invece.

La Regione ha acquisito gli studi, ma con un voltafaccia all’apparenza inspiegabile li ha accantonati, commissionandone a sua volta (e per la stessa cifra) uno allo Studio piemontese Pantidoro. Lo studio in questione minimizza l’impatto delle acque fluviali sul bacino, proponendo eventualmente una bislacca gestione che prevede di convogliare le acque di fuoriuscita della centrale attraverso un telo sospeso con delle boe, verso il canale di fuoriuscita del lago stesso. In più, imbelletta il tutto proponendo la realizzazione di una sorte di piscine-lacustri nelle aree più turistiche. Verrebbe naturale chiedersi quali siano i motivi di questo dietrofront. I costi? No. La complessità della realizzazione? Nemmeno.

Ma quella che è una presa di posizione all’apparenza insensata, ritrova un senso allargando l’inquadratura.

La questione irrigua

Da almeno tre secoli la pianura friulana basa la sua agricoltura su una sostanziale monocoltura: il mais. Una pianta con fabbisogni importanti, che ha trovato il suo ambiente ideale nel Friuli per un semplice motivo: è, o meglio era, pieno d’acqua. La coltivazione di questo cereale ha dato lavoro e sostentamento a centinaia di migliaia di persone, plasmando il territorio con canalizzazioni, bonifiche, persino urbanizzazioni conseguenti, divenendo quindi un elemento fondamentale della cultura friulana. Eppure, è ormai da diversi decenni che questo sistema vive sull’orlo della crisi.

Come se non bastassero la svalutazione verticale del prodotto e la competizione con l’estero, le evenienze climatiche degli ultimi tempi hanno messo a dura prova gli agricoltori.

Bastano due dati degli ultimi due anni per avere un’immagine chiara della fragilità della situazione del granturco: dopo l’estate calda e asciutta del 2022 e l’obbligo di irrigazioni alternate, in gran parte della Bassa il cereale è stato raccolto con un grado di umidità di poco superiore a quello che avrebbe dopo un passaggio nell’essiccatore; dopo l’asciuttissimo inverno 2023, in alcune zone la semina è stata possibile solo dopo la prima pioggia, un mese e mezzo in ritardo.

Per mettere una toppa a questa situazione, il Consorzio di Bonifica Pianura Friulana, ente gestore del sistema di canalizzazione ed irriguo della Regione, sta cercando in ogni modo di trovare acqua utilizzabile. Se negli anni è capitato di veder abbassare vertiginosamente i bacini artificiali di Barcis e Ravedis, se è stato fatto del gran proselitismo sui pozzi artesiani e sulla costruzione di cisterne e bacini di stoccaggio, se si è cominciato timidamente ad intervenire sulle acque disperse dal sistema, il grande obbiettivo è altrove. E qui le due storie si intrecciano.

Un lago da bere

Da almeno quattro decenni il Consorzio di bonifica punta gli occhi sul Lago dei Tre Comuni e, di conseguenza, sulle acque di scarico della centrale. Poter accaparrarsele significa attingere al 40% delle acque montane: uno sproposito.

Va fatta una premessa: la canalizzazione Ledra-Tagliamento, ovvero quella di riferimento per gran parte della pianura ad est del fiume, si approvvigiona ad Ospedaletto, ovvero a monte dell’immissione in alveo del torrente Leale, emissario del lago, non potendo quindi beneficiare di questa mole d’acqua. Ciò ha sempre causato un certo malcontento.

Ma va tenuto conto anche di un altro aspetto: le richieste non si sono mai limitate a questo aspetto, dato che il Consorzio ha sempre puntato a poter sfruttare direttamente lo scarico lacustre, ricevendo sempre fumate nere, sebbene ogni volta più flebili.

Non stupisce quindi che, nel progettare il by-pass, il Laboratorio Lago prevedesse la canalizzazione eventuale a scopo irriguo dello scarico della sola centrale, per una questione di realismo: non si sarebbe potuto arginare per sempre le richieste dalla Furlania, a questo punto valeva la pena provare ad “indirizzarle”. Ma a volte il realismo non basta.

Perché l’ente consortile di Bonifica, dal 2019, ha ricominciato a chiedere con insistenza e per l’ennesima volta le acque direttamente dall’emissario del lago, da intubare e trasferire nel Ledra. Ed attenzione, la differenza tra le due soluzioni è sostanziale: se si pesca dal by-pass, si ha acqua solo quando la centrale è in funzione; ma se si pesca dal lago, l’acqua c’è sempre! Anche e soprattutto nei mesi più caldi, quando il fabbisogno del mais raggiunge il suo picco e coincide con la portate minima dei torrenti montani (ovvero: quando l’idroelettrico lavora a ranghi ridotti, e di conseguenza il lago viene “rabboccato” di meno e meno spesso).

Poco importerà se vorrà dire esacerbare le oscillazioni del livello del lago, drenare all’occorrenza i canneti (tra i pochi scampoli di habitat vagamente sano), martoriare ancora un po’ le attività turistiche. Quell’acqua va usata!

La faccenda ha avuto una brusca accelerata nell’estate scorsa, col Consorzio forte della propria mole, di una delibera-fotocopia sottoscritta da 84 comuni della Bassa (e non solo), del beneplacito implicito della Regione e, paradossalmente, delle siccità.

Il 19 febbraio 2024, la Regione Friuli-Venezia Giulia approva il progetto. Si hanno 30 giorni per presentare osservazioni e opposizioni.

Non siamo stupiti

L’aspetto peggiore, almeno per chi vive in Carnia come lo scrivente, è che nulla di tutto ciò ci stupisce. Non ci stupisce che continuino a massacrare il lago, non ci stupisce che si voglia macellare un altro pezzo di montagna per questioni di altrove, un altrove che ha banalmente più voti di noi da dare. Non ci stupisce l’interesse ricevuto e poi ritirato. Non ci stupisce che si rovini ancora un po’ il territorio per una soluzione farlocca, che al massimo garantirà all’agricoltura qualche anno, o mese in più.

Il Friuli-Venezia Giulia disperde il 70% delle acque potabili ogni giorno, non ci sono progetti su larga scala per favorire metodi di irrigazione più puntuali, non ci sono progetti finanziati per sperimentazioni di colture di cereali alternative al mais su larga scala, non c’è un finanziamento sistematico per la creazione di cisterne di acqua piovana, non c’è una progettazione concreta che riguarda il risparmio delle acque dei pozzi artesiani. Il tutto mentre in media nel mondo le falde acquifere calano di mezzo metro ad anno, e qui piove ogni anno di meno.

La cubatura dell’intero lago di Cavazzo non basta per bagnare il Friuli per due settimane, a luglio. Perciò non ci stupisce che qualcuno provi a vendere tutta questa faccenda come una soluzione. Ci stupisce che qualcuno ci creda veramente.

Nelle scorse settimane i tre storici ex Sindaci dei tre Comuni rivieraschi Franceschino Barazzutti (Cavazzo Carnico), Ivo Del Negro (Trasaghis) ed Enore Picco (Bordano) hanno cominciato un tour dei singoli paesi attorno al lago per smuovere le coscienze e chiamare la “int dal lât” in sua difesa. Il tutto è stato parzialmente interrotto dall’approvazione lampo della Regione, per concentrarsi sul da farsi. Quello che hanno chiesto è di parlarne ed essere presenti. Facciamolo.

Mirco Dorigo

Di Caneva si Tolmezzo, è operatore socio sanitario in una Comunità che si occupa di persone con disabilità, da sempre impegnato nell’associazionismo, con particolare attenzione alle questioni ambientali. Attuale Presidente della Consulta Frazionale di Caneva di Tolmezzo.

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