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Porto Vecchio Trieste

Su Porto Vecchio è meglio vederci Chiaro


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Ed eccoci qui, in un eterno dejàvu. Proprio quando l’operazione ovovia, di cui spesso abbiamo parlato su queste pagine, pare destinata al tramonto (anche se non si può ancora abbassare la guardia), ecco che Trieste si trova alle prese con un altro grattacapo, ancora più rilevante per il suo futuro. 

Porto Vecchio sarebbe il sogno di ogni urbanista: un’area immensa e bellissima, nel cuore della città, improvvisamente disponibile e tutta da immaginare guardando al futuro. Senza dubbio, è la più grande trasformazione urbana che Trieste abbia davanti a sé per i prossimi secoli. Non si tratta semplicemente di un’area da recuperare, né di un grande contenitore immobiliare da riempire: è un pezzo fondamentale della città, uno spazio capace di ridisegnare per decenni il rapporto tra la città, il mare e il proprio patrimonio storico, ma anche la sua economia e il contesto mitteleuropeo. 

Proprio per questo, sulle scelte che riguardano Porto Vecchio dovrebbe esserci il massimo livello di trasparenza, discussione pubblica, valutazione ambientale, progettazione, capacità di guardare oltre l’immediato, di travalicare il pensiero a breve termine e ragionare col “pensiero delle cattedrali”, per le generazioni che verranno. 

Invece, ancora una volta, ci troviamo di fronte a una decisione calata dall’alto, in modo opaco e sospetto, senza alcun coinvolgimento e cercando di svicolare anche ogni valutazione ambientale. 

Il Comune ha deciso di procedere con un partenariato pubblico-privato con Costim, un’azienda bergamasca, il cosiddetto progetto “Porto Vivo”. Un’operazione di dimensioni enormi (si parla di oltre 600 milioni di investimenti), che riguarda una porzione strategica della città e che non può essere considerata alla stregua di una normale trasformazione urbanistica. La cosa drammatica, è che si è optato per un curioso tipo di project-financing che prevede la cessione definitiva del bene al privato. E la prospettiva è quella di farne alloggi per ricchi stranieri (perché gli stranieri anche se extracomunitari pare vadano bene solo quando facoltosi). In pratica, Trieste svende il suo patrimonio più caro, e lo perde per sempre. 

Porto Vecchio Trieste

Il punto politico

Il punto politico, prima ancora che tecnico, è: chi decide il futuro di Porto Vecchio e sulla base di quali interessi?

Un project financing non è un semplice investimento privato. Quando il pubblico mette a disposizione un bene strategico, ne orienta la trasformazione e costruisce attorno a quell’operazione le proprie politiche urbane, la questione riguarda l’intera comunità. E se a questo si aggiunge la prospettiva della cessione del bene, diventa ancora più necessario chiedersi quale sia il reale interesse pubblico dell’operazione e quali garanzie rimangano alla città nel lungo periodo.

Porto Vecchio non è un terreno qualsiasi. È patrimonio della città e rappresenta un’occasione che capita una volta sola. Se sbagliamo oggi, domani non sarà possibile semplicemente tornare al punto di partenza. Una volta trasformati gli spazi, definite le destinazioni, realizzate le opere e consolidati determinati assetti proprietari e immobiliari, correggere la rotta sarà estremamente difficile, se non impossibile.

È per questo che la questione è molto peggiore perfino dell’inutile, insostenibile, impattante ovovia. Ed è per questo che il modo in cui si sta procedendo dovrebbe preoccuparci molto. 

C’è chi dice NO

Da quasi due anni il Comitato Porto Chiaro, costituitosi formalmente a fine estate di quest’anno, sta analizzando documenti, procedure e progettualità, sollevando insieme alle associazioni ambientaliste questioni rilevanti che mai erano state aperte al dibattito cittadino. Due anni in cui, come vuole richiamare subito il nome, un gruppo di cittadini preoccupati chiede di avere la possibilità di dire la sua, e lo fa anche organizzando conferenze pubbliche in cui si provano a delineare scenari diversi, altre possibilità, altri esiti. 

Ma il momento, purtroppo, non è quello di lavorare in modo creativo, perché se il progetto del Comune va avanti nulla si potrà più salvare. È per questo che il Comitato ha deciso di fare un passo in più: impugnare la decisione della Regione di non procedere con una Valutazione di Impatto Ambientale. Perché prima di qualunque cosa bisogna fermare questo procedimento. 

In questo senso, il NO del Comitato, anche in questo caso, non è frutto del tipico “nosepolismo” triestino doc. È invece il frutto della volontà di cogliere al massimo questa occasione unica. E per farlo è indispensabile mettere al centro l’interesse pubblico, collettivo. 

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Le basi del ricorso

Laddove la politica è miope tocca ancora una volta rivolgersi ai tribunali. 

Molte le osservazioni che erano state presentate allo screening VIA, procedura con cui la Regione ha poi deciso di non procedere con una VIA completa. Si parla della frammentazione della procedura di valutazione ambientale, delle bonifiche, dello stato idrogeologico dei terreni, delle vulnerabilità dell’area, del traffico indotto e dell’inquinamento atmosferico, degli effetti sull’ecosistema marino e degli aspetti paesaggistici e monumentali.

Sono questioni che avrebbero dovuto essere affrontate con il massimo grado di approfondimento prima di dichiarare l’interesse pubblico dell’operazione.

Invece la commissione tecnica regionale ha stabilito che il progetto non debba essere sottoposto a VIA, respingendo le osservazioni presentate dalle associazioni ambientaliste e dagli altri soggetti interessati. 

Il trucco alla base di questa scelta è un’operazione che viene spesso furbescamente messa in campo per evitare le valutazioni ambientali, nota come “salami slicing”. In soldoni, si tratta di un progetto che quando conviene viene presentato come unitario (quando c’è da dichiararne l’interesse pubblico) e quando invece non conviene viene presentato separatamente, come uno spezzatino, così da eludere le valutazioni obbligatorie oltre una certa dimensione progettuale. Un esempio recente il progetto di CCS di Ravenna, come denunciato da Recommon [https://www.recommon.org/greenpeace-italia-e-recommon-hanno-presentato-un-ricorso-al-tar-del-lazio-contro-il-decreto-del-ministero-dellambiente-per-la-compatibilita-ambientale-del-progetto-ccs-pianura-padana/]. 

WWF e Legambiente, insieme a Porto Chiaro, hanno quindi scelto di ricorrere al TAR contro questa decisione. Su questo punto i promotori ci tengono alla massima chiarezza: il ricorso non è un ostacolo alla trasformazione di Porto Vecchio. Al contrario: è la richiesta che una trasformazione di questa portata venga valutata per quello che realmente è.

Il problema non è essere contrari alla rigenerazione urbana, ma confondere la rigenerazione con la speculazione immobiliare, e l’interesse pubblico con la convenienza dell’operazione proposta da un soggetto privato.

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Il rispetto delle procedure è tema di fondo che accomuna molte battaglie

C’è un tema di fondo, che ricorre in questa come in altre battaglie: il processo decisionale.

Lo abbiamo già visto con l’ovovia: prima si individua una grande opera, poi si tenta goffamente di costruire consenso attorno al progetto, mentre le alternative, le criticità ambientali e le domande della cittadinanza vengono trattate come ostacoli da superare. Succede in molti territori, sicuramente chi ci legge saprà elencare almeno un caso vicino a dove vive: decisioni strategiche presentate come inevitabili, con spazi di discussione pubblica che arrivano quando le scelte fondamentali sono già state compiute.

Ma finché si tratta di un parco giochi, o di un parcheggio, non c’è niente di irrimediabile. Questa, invece, è un’occasione epocale per immaginare la Trieste del futuro prossimo e lontano, per ribaltare l’emigrazione e la curva demografica, per incidere sulla traiettoria dell’economia. Una trasformazione capace di restituire davvero Trieste a un ruolo cardine nella Mitteleuropa. Ci vorrebbe una rivoluzione come quella immaginata cinquant’anni fa da un grande visionario, Paolo Budinich, che ha consacrato il suo futuro alla scienza. Da quel punto di non ritorno dovremmo costruire avanti, per il bene del territorio tutto e non di pochi speculatori e affaristi internazionali con interessi predatori e neocoloniali.

Non sarà certamente l’ultima volta che vi parleremo di questo tema. Nel frattempo invitiamo chi avesse a cuore la causa a sostenere le ingenti spese legali del Comitato Porto Chiaro (IBAN: IT72F0103002230000004805357) e a seguire gli aggiornamenti sui loro social e sito https://portochiaro.org/ 

Giulia Massolino
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Giulia Massolino, dottorata in ingegneria dell’energia e dell’ambiente, con master in comunicazione della scienza, economia blu sostenibile e studi di futuro. Da sempre attiva nell’associazionismo, dopo esser stata Consigliera comunale con Adesso Trieste, di cui è co-fondatrice, è attualmente eletta in Regione con il Patto per l’Autonomia.

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