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No genocidio Palestina

La Slovenia di Janša nelle mani di Netanyahu e verso un voto referendario


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L’11 ottobre in Slovenia si voterà per quattro referendum, di cui uno legislativo e tre consultivi, questi ultimi appiccicati alla svelta al primo dalla coalizione al potere, per mobilitare il proprio elettorato su tre domande in odor di populismo e xenofobia: l’eliminazione del canone obbligatorio per la RTV pubblica; l’annullamento del voto alle elezioni locali per i cittadini stranieri che vivono e lavorano in Slovenia; e un drastico taglio agli aiuti sociali per chi, disoccupato, avrebbe le condizioni fisiche e di età per lavorare. 

Il referendum legislativo è invece frutto di un’iniziativa popolare lanciata da varie organizzazioni della società civile, sostenute dall’opposizione, che – raccolte in tempo le quaranta mila firme necessarie – potrebbe abrogare la nuova legge sulle inchieste parlamentari votata dalla coalizione di destra e dal partito populista Resnica (Verità). 

La proposta della maggioranza governativa elimina infatti le garanzie esistenti – il diritto di ricorso previo alla Corte costituzionale, nel caso possano essere palesemente lesi diritti umani e costituzionali – per quasi tutti i potenziali inquisiti, fatta eccezione per il Consiglio della magistratura e la Procura di stato. 

Le commissioni parlamentari, ovviamente gestite dalla destra, avrebbero così le mani libere per indagare politici, funzionari, ma anche attivisti, organizzazioni non governative, e persino i media più critici. Vari tra gli esponenti più agguerriti della destra hanno infatti già annunciato pubblicamente delle inchieste alle ONG più fastidiose. Un’inchiesta parlamentare permette a chi la svolge di entrare nei dati personali, di ordinare la requisizione di computer e telefoni, di interrogare a piacimento gli inquisiti.

Gli intoccabili

Paradossalmente, ma solo in apparenza, questa stessa destra, fortemente ispirata dalla pratica illiberale già collaudata nell’Ungheria di Orban, ha boicottato, già per la terza volta, con l’escamotage del voto contrario all’ordine del giorno, la costituzione di una commissione parlamentare voluta dalle opposizioni, sulle interferenze della Black Cube, l’agenzia privata israeliana legata ai servizi di Israele, nell’ultima campagna elettorale. Alti esponenti di questa agenzia si erano incontrati a più riprese, in Slovenia e in Israele, con l’attuale premier sloveno e presidente »a vita« del Partito democratico sloveno (SDS) Janez Janša. 

Con operazioni di spionaggio, intercettazioni e conversazioni, segretamente registrate esclusivamente con esponenti vicini al governo precedente, poi in parte manipolate e fatte girare sui social, la Black Cube ha offerto ai partiti della destra un importante sostegno di propaganda e disorientamento degli elettori . Svoboda (Libertà), il partito liberal-democratico di Robert Golob, ha, malgrado ciò, conquistato la maggioranza relativa, ma con i due partiti alleati nella precedente legislatura, il socialdemocratico e la sinistra, non ha potuto ottenere la maggioranza assoluta in parlamento. I partiti di destra invece, con una mossa a sorpresa – l’acquisto vero e proprio dei 5 seggi del partito Resnica, reso possibile dalla nomina del suo ambizioso, muscoloso e prolisso leader Zoran Stevanović alla carica di presidente della Camera di stato, hanno potuto formare il proprio governo. Un governo di minoranza, con l’appoggio esterno dei populisti di Resnica, che ha fatto subito capire come intende agire per dare vita in Slovenia ad una »seconda repubblica«. Tra le svolte radicali messe subito in atto da Janez Janša c’è  stata quella nella politica estera, in primis nel rapporto con Israele.

PALESTINE

La svolta nella politica estera

Se il governo Golob si era distinto in Europa per la sua severa critica al governo di Benjamin Netanyahu, ed era allineato con Spagna, Irlanda, Belgio e, fuori dall’EU, Norvegia, nel riconoscimento dello stato palestinese e nella netta condanna del genocidio in corso a Gaza e della pulizia etnica antipalestinese in Cisgiordania, il governo Janša, con la diplomazia in mano all’ex ambasciatore negli USA Tone Kajzer – già richiamato in patria dal precedente governo perché passava informazioni riservate all’opposizione – ha impresso da subito una svolta di 180 gradi a favore di Israele, simboleggiata il giorno della prima seduta della nuova compagine governativa, dalla scomparsa della bandiera palestinese, che assieme a quella ucraina, sventolava in segno di solidarietà, sulla facciata del palazzo di governo. In risposta a questo atto, la stessa bandiera è stata poco dopo issata sul palazzo presidenziale. La presidente Nataša Pirc Musar, che al Parlamento europeo aveva per prima denunciato il genocidio a Gaza ed è ora sempre più esposta alle rappresaglie di Israele e della SDS, ha voluto così esprimere la propria contrarietà alla svolta impressa da Janša; un’accelerazione in senso contrario rispetto alla politica estera del precedente governo senza precedenti nei 35 anni della Slovenia indipendente. 

Janša ha annunciato di voler trasferire l’ambasciata slovena in Israele da Tel Aviv a Gerusalemme – cosa comunque difficile da realizzare per un membro UE -, e di congelare il riconoscimento della Palestina. Il governo ha annullato ogni sanzione contro Israele, ripristinando con questo stato intensi contatti commerciali, politici e militari. Tel Aviv, la cui ambasciatrice accreditata era residente a Vienna, ha immediatamente aperto la propria sede diplomatica a Lubiana. 

Come se non bastasse, l’ambasciata con la stella di David è stata ospitata in un edificio del ministero della difesa sloveno. La solenne inaugurazione ha visto la presenza del ministro degli esteri israeliano Gideon Sar, accompagnato da diversi esponenti del mondo economico e dell’intelligence israeliana, nonché del rappresentante degli insediamenti israeliani illegali in Cisgiordania Jasi Dagan. Questi si era precedentemente incontrato con il ministro dei trasporti e delle infrastrutture Jernej Vrtovec, alleato »democristiano« di Janša. Vrtovec, parlando della Cisgiordania con i nomi cari ai sionisti, Samaria e Giudea, ha accolto l’ospite calorosamente, sottolineando i »valori comuni« che uniscono, a suo parere, la Slovenia e Israele.

Il nuovo utile idiota europeo di Netanyahu

Solo pochi giorni dopo l’apertura della sede diplomatica israeliana a Lubiana, ecco un nuovo colpo di scena; Janez Janša veta al Consiglio europeo una dichiarazione congiunta contro i nuovi insediamenti israeliani in Cisgiordania. Il premier sloveno riceve immediatamente un messaggio di sentito ringraziamento dall’amico Benjamin. L’opposizione insorge, la società civile protesta, si dissocia pure la presidente Pirc Musar. Nel giorno dell’apertura dell’ambasciata israeliana erano scese in strada migliaia di persone di ogni età, con le bandiere palestinesi per scandire la loro contrarietà al nuovo corso filoisraeliano del governo. Tra i tanti anche un gruppo di giovani ebrei che condannano apertamente il genocidio. E Janša ha subito tacciato la folla di antisemitismo e »nazismo di sinistra«.

 Molti osservatori interpretano le radicali mosse del nuovo governo come conseguenza del debito che Janša avrebbe verso Israele per i servigi preelettorali resi dalla Black Cube. Ma in verità la vicinanza politica e ideologica di Janez Janša e Benjamin Netanjahu ha una storia più lunga e va intesa nel quadro delle strette alleanze che l’estrema destra israeliana sta tessendo con quelle europee, il cui il proverbiale e tradizionale antisemitismo viene volentieri dimenticato.

Nel febbraio del 2024, con la distruzione di Gaza in pieno corso, l’attuale premier sloveno era stato ospite e relatore ad un simposio della destra sionista a Tel Aviv, in compagnia, tra gli altri, del francese Jordan Bardella, il giovane delfino di Marine Le Pen, e del contestato leader della Republika Srpska bosniaca Milorad Dodik. Come sostiene lo stesso Janša, la Slovenia deve esprimere eterna gratitudine ad Israele per l’aiuto militare offerto al paese nel corso dell’indipendenza nei primi anni 90. Vi fu allora, a favore della Slovenia, un intenso traffico d’armi proveniente da Israele, o da altri paesi con la sua mediazione, in barba alle sanzioni ONU, americane e dell’ UE. Un traffico d’armi fuori da ogni controllo con cui non pochi a Lubiana e dintorni si arricchirono.

L’ex presidente sloveno Milan Kučan ricorda che i rapporti con Israele erano buoni e lui stesso aveva una relazione di amicizia personale con Simon Peres e Izak Rabin. Li considerava politici interessati seriamente alla pace e alla ricerca di un compromesso. Ma dopo l’omicidio di Rabin per mano di un fanatico sionista, e l’avvento delle destre a Tel Aviv, il sogno quasi realizzato dei due stati con riconoscimento mutuo e della pace tra israeliani e palestinesi, grazie agli accordi di Oslo, sfumò, e in Israele prese piede una politica che ora, con Netanyahu e personaggi sinistri e sadici come Smotrich e Ben Gvir, e la benedizione del ricattabile Donald Trump, è sfociata in un genocidio premeditato vero e proprio. 

Anche il presunto detonatore, l’attacco terroristico di Hamas del 7 ottobre 1922, sta ora lasciando spazio ad una nuova lettura dei fatti, dopo gli indizi e le rivelazioni sulla complicità dello stesso Netanyahu che, informato da diversi servizi arabi, non avrebbe mosso un dito per prevenire l’attacco.

Ora l’uomo del governo israeliano nell’UE è diventato Janez Janša, utile sostituto di Victor Orban. La piccola Slovenia, con il suo diritto di veto, è per Israele un nuovo,  fino a ieri inaspettato »utile idiota«. È per questo che il governo Janša e la sua maggioranza in parlamento, per Netanyahu, vanno sostenuti ad ogni costo.

La Slovenia come base logistica israeliana in cambio del controllo sociale 

La nuova ambasciata israeliana, situata a fianco del ministero della difesa, offre un’efficacissima base logistica a probabili operazioni di spionaggio e controllo in Slovenia e nello stesso cuore dell’ Europa. È in questo torbido contesto che, come rivelato dal quotidiano israeliano Haaretz, un’altra agenzia di spionaggio israeliana, la CyberGlobes, avrebbe stilato una lista di attivisti sloveni contrari al secondo reattore nucleare di Krško. Tra le organizzazioni sotto la lente israeliana ci sarebbe l’ambientalista Umanotera, il gruppo Giovani per la giustizia climatica e la sezione slovena di Amnesty International. Tra i nomi emersi, e controllati dagli israeliani, ci sarebbe in particolare quello di Jonas Schonnenschein, vicepresidente del consiglio climatico di Umanotera. L’agenzia è nota per aver offerto servigi analoghi a diversi stati dittatoriali e autoritari per controllare e anche sopprimere oppositori e dissidenti.

Per ora il cliente della CyberGlobes che ha ordinato il servizio in Slovenia rimane anonimo. La multinazionale americana Westinghouse, interessata all’appalto per Krško, sostiene di non saperne nulla. Ma nel settembre 2023 i senatori americani Lindsey Graham, repubblicano, e Bob Menendez, democratico, visitarono la Slovenia. L’ormai defunto Graham, amico personale e alleato politico di Netanyahu, lodando l’appoggio della Slovenia all’Ucraina, parlò a Lubiana soprattutto da inveterato lobbista della Westinghouse. A supervisionare il megaprogetto delle seconda centrale nucleare slovena è ora Andrej Vizjak, vecchio quadro SDS, ex ministro nel penultimo governo di Janša, nominato da poco al vertice della GEN Energije, il gigante energetico sloveno che Janša ha strappato di mano con un blitzkrieg ai fedeli collaboratori di Robert Golob, primo fondatore e maneger dell’azienda.

C’è infine l’enigmatico reincontro di Janez Janša con il compagno di scalate e controverso ex primo ministro conservatore austriaco Sebastian Kurz. Questi è ora un dinamico lobbista della società israeliana Dream Group, che piazza sui mercati occidentali i propri prodotti cibernetici.

Nella Serbia di Vučić i massimi esponenti dell’opposizione studentesca hanno scoperto in questi giorni con sgomento di essere spiati e monitorati tramite lo spyware Pegasus, eccellenza cibernetica israeliana.

La spada di Damocle, un referendum decisivo

E siamo infine nuovamente ai referendum sloveni dell’11 ottobre; un capitolo delicato su cui forse si gioca il futuro democratico del paese. Gli elettori sono chiamati ad esprimersi su un quesito fondamentale per la qualità della democrazia slovena. Se le commissioni d’inchiesta parlamentari dovessero imporsi senza le dovute garanzie costituzionali, la Slovenia, ma soprattutto le opposizioni e le ONG più critiche, si troveranno alla mercè di un potere che farà un uso spregiudicato di quanto gli possa offrire l’efficienza cibernetica israeliana. Janša e Netanyahu lo sanno molto bene. La via al regime non avrà più limiti.

Franco Juri
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Nato a Koper/Capodistria in Jugoslavia/Slovenia nel 1956 da padre friulano e madre croata, e' stato insegnante, assistente universitario, giornalista, deputato al parlamento sloveno, diplomatico, in veste di primo ambasciatore sloveno in Spagna e a Cuba, e segretario di stato al Ministero degli affari esteri. Abbandonata la politica attiva, e' stato per dodici anni direttore del Museo del mare di Pirano. Commentatore e vignettista, ha collaborato e collabora con diversi giornali e media, sia sloveni che italiani e croati. Vive e opera nella sua citta' natale.

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