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In rosso le aree dove ha vinto il voto contrario alla modifica della legge . Licenza: Wikipedia, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=201553566
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I referendum, un cartellino giallo al governo di Janša


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Stando ai sondaggi, quella del »referendum day«, l’11 ottobre scorso in Slovenia, sembrava per la coalizione di governo una vittoria facile. Diverse ONG, appoggiate con basso profilo dall’opposizione, avevano raccolto 44 mila firme per un referendum di iniziativa popolare sulle modifiche alla legge sulle commissioni parlamentari d’inchiesta. 

Un tema arduo, specifico e complicato per la maggioranza dei cittadini. La coalizione di destra aveva infatti proposto una legge di modifica che cancellava, fatta eccezione per il Consiglio della magistratura e quello della Procura di stato, tutte le garanzie costituzionali introdotte nel 2024 per limitare l’abuso politico di questo strumento parlamentare, lasciando agli inquisiti la possibilità di fare ricorso al tribunale amministrativo solo a inchiesta conclusa.

 Sono rarissime in Slovenia le inchieste parlamentari concluse. Ai singoli indagati e alle istituzioni la legge in vigore, grazie all’iniziativa referendaria che ha congelato le modifiche, garantisce ora un ricorso previo alla Corte costituzionale se considerano che la commissione d’inchiesta venga costituita su presupposti che ledono i diritti umani o l’indagine, uscendo dalla cornice legale, permetta abusi politici. 

In due mesi i giudici costituzionali sono in dovere di sentenziare e dare luce verde o rossa alla commissione, che comunque –  a detta della stessa Corte costituzionale – si può costituire ed iniziare i lavori ancor prima della sentenza. La nuova compagine governativa aveva minacciato, sin dall’inizio della sua presa del parlamento, grazie ai 5 voti del partitino populista di estrema destra Resnica (Verità), di indagare non solo i funzionari politici, ma anche qualche leader della società civile, o, come aveva tentato già in passato, i media più critici, ad esempio il settimanale Mladina.

Referendum Slovenia 11 Ottobre.

Sostituire il giudizio politico a quello giudiziario

Nel mirino della destra slovena infatti non c’è solo l’odiato ex premier liberale Robert Golob, bensì tutta quella società civile che si oppone alle svolte politiche, economiche, sociali, culturali e internazionali di un governo sempre più palesemente allineato con l’estrema destra europea e stretto alleato del governo israeliano. C’è poi il livore nei confronti dei sindacati che frenano la rivoluzione neoliberale e privatizzatrice del governo e delle organizzazioni patronali. Le inchieste parlamentari danno ai politici la facoltà di convocare, interrogare e indagare con disposizioni a polizia e tribunali per rovistare nei dati personali, nei cellulari e nei computer degli indagati. 

La maggioranza di governo motivava le modifiche con la necessità di snellire le pratiche e rendere più efficace la lotta alla corruzione. Non conta che questa stessa maggioranza abbia impedito già per tre volte consecutive, con l’escamotage del voto contrario all’ordine del giorno, la creazione di una commissione d’inchiesta che indaghi sui rapporti preelettorali tra il premier Janša e l’agenzia di spionaggio e depistaggio israeliana Black Cube, che ha avuto un ruolo importante a favore della destra nell’ultima campagna elettorale. La maggioranza ha fatto così capire che le commissioni d’inchiesta fattibili saranno solo le sue.

Per garantirsi la vittoria certa al referendum, la coalizione aveva appiccicato tout court a quello  abrogativo, con una mera manovra parlamentare, altri tre referendum consultivi fortemente populisti e in odor di xenofobia, con il chiaro intento di mobilitare al massimo il proprio elettorato, maggioritario soprattutto nelle aree rurali e periferiche, dove la chiesa ha forte influenza e il rancore nei confronti del centro-sinistra urbano è particolarmente tangibile. Il più insidioso dei tre referendum consultivi era quello sull’abolizione del canone RTV, attualmente obbligatorio; 14 euro al mese per garantire al servizio pubblico radiotelevisivo una certa autonomia dalla politica governativa, sia di destra che di sinistra. Il governo Janša infatti non nasconde le sue mire; soffocare finanziariamente la RTV, da lui considerata un covo di estremisti di sinistra, per mettergli le proprie briglie con un finanziamento diretto, limitato e condizionato dal governo. 

Gli altri due referendum erano due esche ancor più efficaci; il divieto di votare alle elezioni amministrative locali per i cittadini stranieri con residenza fissa e lavoro in Slovenia, diritto in vigore sin dal 2002, e il condizionamento degli aiuti sociali in denaro allo svolgimento di lavori di pubblica utilità. 

I primi sondaggi davano un »si« certo a tutti i quesiti proposti dalla maggioranza, compreso l’appoggio alle modifiche della legge sulle inchieste parlamentari. Il governo ed i suoi partiti contavano sulla mobilitazione del proprio elettorato e sulla proverbiale svogliatezza e pigrizia di quello liberale e di sinistra. Soprattutto il referendum abrogativo dipendeva dal numero di elettori e dal risultato finale in quanto per poter abrogare una legge sono necessari il quorum, la vittoria e il 20 per cento dei voti, vale a dire, in Slovenia, 340 mila voti.  Un traguardo difficile, insperato anche per i promotori del referendum. Ma l’11 ottobre è stato per Janez Janša e la sua coalizione una vera e propria inaspettata doccia fredda, se non proprio una Caporetto politica.

Di WeaponizingArchitecture - Opera propria, CC BY-SA 4.0,https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=187591795
Di WeaponizingArchitecture – Opera propria, CC BY-SA 4.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=187591795

Dalla »vittoria del buon senso« alla »truffa della sinistra«

Il conteggio dei voti, tantissimi voti, grazie ad un’inaspettata affluenza alle urne che ha toccato quasi il 55%, ed i primi risultati alle 21 davano per scontata la vittoria (governativa) dei »si« per tutti e quattro i referendum. Sul volto di Janez Janša si disegnava già un cinico sorriso di soddisfazione mentre sentenziava: »hanno vinto la ragione ed il buon senso«. Ma poi, man mano che passavano i minuti e le ore, e il conteggio si spostava dalle periferie alle città, i numeri e le percentuali cambiavano sempre più a favore dell’abrogazione della legge sulle commissioni parlamentari, fino ad arrivare, alle undici di sera, al sorpasso vero e proprio che portava i »no« al 51,26% ovvero a 472.601 voti contro i 449.404 dei contrari all’abrogazione. Ma una doccia altrettanto fredda aspettava il governo nelle prime ore del mattino; il sorpasso era avvenuto a notte tarda anche per il referendum sul divieto del canone obbligatorio per l’RTV. Incredibile ma vero; il 50,07% contro il 49,93% ha ribadito la volontà popolare di mantenere il canone.  Gli altri due referendum sono così rimasti per la coalizione due magri premi di consolazione; quello sugli stranieri (55:45) e quello sui lavori pubblici obligatori per gli aiuti sociali (61:39).

Per Janša , quella che fino alla sera dell’11 ottobre era una vittoria del »buon senso«, ora non è altro che una »truffa della sinistra« e quindi, in vero stile trumpiano, ha già annunciato il licenziamento in tronco della Commissione elettorale repubblicana. Per quanto concerne la sorte della RTV la maggioranza non cambia opinione; il canone obbligatorio sarà eliminato comunque, il referendum da essa stessa promosso era, in fondo, solo consultivo, per cui chissenefrega del risultato.

La società civile, le ONG, che hanno portato il peso maggiore della campagna referendaria, mobilitando tantissimi elettori, naturalmente esultano, ma senza troppe ingenui speranze. Lo fa pure l’opposizione, conscia però della propria impotenza di fronte alle manovre illiberali del governo Janša, coadiuvato dal partito Resnica di Zoran Stevanović, da poco anche formalmente  membro dell’ ESN (Europa delle nazioni sovrane), il gruppo politico di estrema destra cui aderisce con molto peso l’ AfD tedesca.

A dicembre un altro decisivo referendum

Per molti osservatori i referendum di ottobre sono stati soprattutto un banco di prova per il »grande referendum« del 6 dicembre, voluto dai sindacati, che hanno raccolto più delle 40 mila firme necessarie, contro la legge d’intervento omnibus, votata dalla destra, ancor prima della formazione del governo. Una legge, chiamata »per lo sviluppo della Slovenia« che comprende agevolazioni e limiti fiscali, soprattutto per i più abbienti, una generalizzata deregulation, un’impulso alla privatizzazione della scuola e della sanità, l’abbassamento dell’ IVA, la cancellazione del contributo dell’1% per l’assistenza a lungo termine per i pensionati, e qualche altro confetto in grado di convincere gli elettori a sostenerla. 

A nulla vale la preoccupazione esplicita del Consiglio fiscale di stato che avverte su un ulteriore deficit di un miliardo e duecento milioni che si aggiungerebbe a quello già previsto nei bilanci del 2026 e 2027, se la legge di stampo ultra neoliberale entrasse in vigore. Per rimobilitare i propri elettori la maggioranza ha riappiccicato nuovamente a quello abrogativo tre referendum consultivi, populisti ed esotici; sul divieto del burka nelle scuole (dove d’altronde non si è mai visto!), sulla riduzione degli impiegati nel settore pubblico, e sul calo dell’IVA per i generi alimentari, per altro già previsto dalla »Legge d’intervento per lo sviluppo della Slovenia«. Una mossa che piace tanto ai commercianti, ma che non garantisce di per sé un calo dei prezzi.

Janša sa bene che su questo referendum si giocherà la stabilità politica del suo governo »di minoranza«. E quindi è probabile che assisteremo ad una campagna senza esclusione di colpi.

Franco Juri
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Nato a Koper/Capodistria in Jugoslavia/Slovenia nel 1956 da padre friulano e madre croata, e' stato insegnante, assistente universitario, giornalista, deputato al parlamento sloveno, diplomatico, in veste di primo ambasciatore sloveno in Spagna e a Cuba, e segretario di stato al Ministero degli affari esteri. Abbandonata la politica attiva, e' stato per dodici anni direttore del Museo del mare di Pirano. Commentatore e vignettista, ha collaborato e collabora con diversi giornali e media, sia sloveni che italiani e croati. Vive e opera nella sua citta' natale.

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