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L’ultimo libro di Angelo Floramo, le tante rinascite del Friuli


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Correva l’anno 2016 quando Andrea Venier, direttore del mensile in marilenghe “La Patrie dal Friûl”, propose ad Angelo Floramo di ricostruire la storia dei tanti terremoti che avevano preceduto il sisma di cui allora si celebrava il quarantennale. Era un anniversario sentito, in cui il gigantismo di questo cinquantennale non si presagiva minimamente: e proprio per questo, era ancora possibile riflettere senza retorica sul rapporto tra il Friuli e la sua storia sismica, una “relazione complicata” che ci ha segnati in modo profondo e che forse lascia le sue scorie nel nostro Dna.

A dieci anni di distanza quei testi, rivisti, ampliati e corredati di infografiche ed immagini, sono diventati un libro che ha assunto il titolo di quella rubrica: “Di scjas in scjas: i taramots inte storie furlane”. La “Patrie” lo ha edito nella sua collana “La machine dal timp”, e immergersi nelle pagine di questa cavalcata nella storia è proprio come salire sulla macchina del tempo. Un tempo che su questa terra non ha nulla di lineare, ma è continuamente segnato dai crepacci aperti dalle catastrofi che l’hanno costretta a continue eclissi e rinascite. Per volere o per forza, per natura o per scelta, rialzarsi qui non è un’opzione: è un talento. Floramo lo mostra in un’escursione lunga mille anni in cui documenta con certosina accuratezza tutti gli scossoni a cui le faglie nascoste nelle viscere della terra hanno sottoposto le cose e le persone che si accampavano in superficie. 

Distruzione, sfacelo, apocalisse: ogni volta questo territorio veniva devastato dalle scosse, è sempre sembrata la fine di tutto. E invece no. C’è sempre voluto del tempo per ricostruire, ma da sempre la volontà di ricominciare è apparsa immediata. Quasi che la ventura di essere ancora vivi rappresentasse una seconda chance a cui non si poteva abdicare, e il legame con l’eredità del proprio passato un testimone che era imperdonabile non raccogliere. L’analisi di Floramo ha un intento preciso che non è quello della memorialistica o della ricerca erudita, bensì quello dell’educazione a una resilienza che qui è una vera vocazione. Vuole mostrare “per tabulas”, nel concreto, che questo territorio è da sempre meraviglioso ma fragile, e per questo nel custodirlo dobbiamo prepararci a rivivere prima o poi le insidie che esso presenta, per affrontarle in modo consapevole.

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Il rischio tellurico qui è una presenza costante: e per questo è particolarmente strano che finora nessuno abbia voluto trattare in modo sistematico questa forza che più volte ha messo in ginocchio il territorio. Il racconto di Floramo è di fatto l’unica sintesi narrativa che tratta, con l’organicità di un saggio e la verve di un romanzo, la storia sismica della nostra terra. Partendo dal 998 l’autore accompagna chi legge alla scoperta di catastrofici sconvolgimenti come quelli del 1117, del 1222, del 1348 e del 1511: questi ultimi avvertiti come segni di una vera e propria apocalisse, visto che il primo si accompagnò alla peste nera e il secondo alla “Crudel Zobia Grassa” che mandò in cenere una trentina dei castelli della nobiltà friulana, investiti dalla furia dei contadini in rivolta.

Nel Settecento e nell’Ottocento la narrazione dei terremoti è diversa, cambia tono: grazie ai Lumi diventa scientifica, cronaca realistica e senza simbolismi. La morte però resta terribile, anche nella fredda cronaca che fa spiccare altri aspetti di fondo. Come la diversa attenzione che gli Stati centrali che si ritrovano a dominare il Friuli nel XIX secolo dedicano alle genti colpite da questo dramma. Quando è sotto il dominio asburgico, l’Austria registra con sollecitudine danni, perdite e interventi di aiuto. Il neonato Regno d’Italia invece si limita a riportare che “per quel che è dato sapere” i danni sono limitati: noi oggi sappiamo che in alcuni dei Comuni colpiti, dopo quegli squassi non resta praticamente nulla, ma per la burocrazia sabauda di allora nulla pare essere accaduto. Una catastrofe dovrebbe comportare aiuti ed interventi: ma nemmeno di questo resta traccia.

Ogni volta che la terra trema, tremano anche le strutture sociali e le convinzioni politiche: si modificano il paesaggio e le identità. Ma la linfa che alimenta l’“idem sentire” di questa terra resta la stessa, resistente a ogni disastro. Almeno fino ad oggi. Lo si capisce al meglio scorrendo le pagine ove Floramo combina in un racconto unitario, divulgativo e coinvolgente, geologia e geografia, storia e politica, antropologia e sociologia: la cura degli apparati e la ricerca iconografica di Venier fanno il resto. L’effetto finale è quello di evidenziare come a ogni scossone il popolo friulano abbia risposto con la forza di un’identità che non si arrende. E solo questa attitudine può far sì che ogni fine sia un nuovo inizio.

Lo conferma, ammonendo sulla necessità di un approccio diverso al tema della sicurezza antisismica, l’accademico Sandro Fabbro, che ha firmato la prefazione del libro. “Dal 1976 i cambiamenti tecnologici e sociali – sostiene Fabbro nel testo – hanno indebolito la comunità friulana, tra invecchiamento della popolazione, fuga dei giovani e abbandono del territorio. Per questo, anche se gli edifici sono in parte più sicuri, la resilienza sociale e culturale di fronte a un nuovo terremoto appare più fragile. Speriamo che il libro di Angelo Floramo contribuisca a risvegliare le nostre coscienze”. Un auspicio che la “Patrie” spera venga raccolto, nell’ottica di non fermarsi alle celebrazioni che si consumano nel presente – specie quando sono aliene dalla natura stessa di queste comunità – ma di costruire una nuova consapevolezza che invece costruisca avvenire.

Walter Tomada
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Insegnant, scritôr, diretôr da "La Patrie dal Friûl".

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