
Cultura povera o povera cultura?
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La Regione Friuli Venezia Giulia dispone, dal 2014, di uno strumento fondamentale per orientare in modo strutturato le politiche culturali: l’Osservatorio regionale della cultura, previsto dalla Legge regionale 16/2014. L’Osservatorio avrebbe dovuto raccogliere dati, elaborare studi comparabili a livello nazionale ed europeo, supportare le amministrazioni nella definizione delle politiche culturali e valutare l’impatto sociale, economico e culturale delle attività finanziate.
Eppure, a distanza di oltre un decennio, l’Osservatorio non è mai stato attivato, privando la Regione di uno strumento strutturale di monitoraggio continuo.
Nel 2024 abbiamo presentato un’interrogazione e un emendamento, di cui l’assessore e vicepresidente Anzil ha chiesto il ritiro in favore di un ordine del giorno – poi accolto – che impegnava la Giunta ad attuare quanto già previsto dalla legge. A oltre un anno di distanza, però, nulla è cambiato.
Nel frattempo, le scelte strategiche in ambito culturale vengono sostenute da incarichi esterni affidati direttamente, senza un sistema stabile, comparabile e trasparente di raccolta e analisi dei dati. In un contesto di gigantesche disponibilità finanziarie che però vengono diffuse a pioggia e in modo piuttosto opaco, questo modo di procedere rischia di svilire enormemente le politiche culturali. La questione è dirimente: senza un presidio tecnico permanente, le politiche culturali rischiano di essere episodiche, non comparabili nel tempo e difficilmente valutabili in termini di efficacia.
L’affidamento diretto del 2019 e i limiti metodologici
In questo contesto, nel novembre 2019 PromoTurismoFVG ha disposto un affidamento diretto da quasi 90 mila euro per la “creazione di un sistema per l’analisi degli impatti degli eventi culturali”, incarico assegnato senza bando al professor Guido Guerzoni, in quanto “ideatore del metodo” e ritenuto unico operatore disponibile sul mercato.
L’incarico, come emerso da accesso agli atti, non è stato conferito all’Università Bocconi, dove Guerzoni è professore, bensì a una società privata di cui risulta amministratore unico, legale rappresentante e socio di maggioranza.
Al di là dei profili accademici, il nodo è metodologico e politico: la costruzione di un sistema di valutazione dell’impatto culturale può poggiare su incarichi episodici e concentrati, senza un confronto pubblico e senza una struttura permanente di riferimento?
Ulteriori criticità emergono dall’oggetto stesso dell’analisi: nel 2020 lo studio ha riguardato festival cinematografici svolti interamente online a causa della pandemia; nel 2021 ha coinvolto 18 musei e spazi espositivi in un contesto segnato da green pass, ingressi contingentati, sospensione delle visite scolastiche e turismo internazionale quasi azzerato.
Quale validità può avere un’analisi sugli impatti di festival e musei in queste condizioni? Perché non è stato utilizzato lo storico dei dati in possesso dei musei rientranti nello studio in merito alla profilazione degli accessi? Come è stato selezionato il campione dalla Direzione Centrale Cultura e Sport e da PromoTurismoFVG, visto che lo studio coinvolge Musei molto grandi come Miramare e realtà molto più piccole, e con un numero di questionari raccolti per ciascuna istituzione che variano da un unico questionario a oltre 600? Perché il Magazzino delle Idee, gestito direttamente da Erpac (Ente Regionale Patrimonio Culturale) stesso, ha raccolto solo 19 questionari, l’1% del totale?

Questa scelta del campione ci appare poco significativa nel contesto di un’analisi aggregata dei dati. Analisi da cui risulta che chi visita i nostri musei arriva in auto (ricordiamo le limitazioni e le paure sull’uso del trasporto pubblico nel periodo pandemico, ora pienamente rientrate), e risiede per lo più sul territorio (ricordiamo altresì le limitazioni alla mobilità internazionale). Ma anche dalle analisi di impatto disaggregate saltano all’occhio alcuni dati evidentemente irrealistici: l’età prevalente di chi visita Miramare e l’Immaginario Scientifico risulta dai 36 ai 50 anni, mentre chiunque conosca questi due Musei sa benissimo che le visite scolastiche sono fortemente predominanti – peccato che in quel periodo fossero sospese, e infatti nella presentazione non si ritrovano dati sui visitatori minori di 18 anni. Affidarsi a dati come questi nell’analisi degli impatti, valutazione che dovrebbe poi indirizzare le decisioni politiche, ci sembra decisamente preoccupante.
Ma anche se il periodo di analisi non fosse stato così peculiare e storicamente unico, avere i dati solamente di qualche mese è davvero poco significativo rispetto all’evoluzione delle dinamiche nel tempo. Dinamiche che dovrebbero appunto essere analizzate in modo continuativo e coerente da un Osservatorio permanente anche attraverso tavoli di consultazione partecipati da tutti gli attori culturali del territorio, opportunamente profilati e aggregati per settori e caratteristiche sostanziali.
Finanziamenti extra-bando e sistema disallineato
La situazione si inserisce in un quadro più ampio di criticità strutturali. La filiera culturale delineata dalla Legge regionale 23/2015 dovrebbe costituire il sistema di valutazione su cui basare i finanziamenti.
Eppure, il museo della moda ITS, che non è stato oggetto dell’analisi affidata esternamente, ha ricevuto oltre 7 milioni di euro regionali in due anni con emendamenti puntuali a bilancio, extra bando. Anche in questo caso, non si tratta di mettere in discussione la qualità del lavoro di ITS, ma il metodo incomprensibilmente discriminatorio di assegnazione dei finanziamenti, che induce conflitti tra i diversi operatori culturali che dovrebbero invece cooperare e collaborare per il bene del territorio.
Allo stesso tempo, mancano investimenti seri sulla formazione e sull’aggiornamento delle carriere per un inserimento lavorativo coerente nel settore dei beni culturali che dovrebbero invece consentire di costruire e rendere solida una produzione culturale territoriale da poter valorizzare localmente ed esportare. Da un lato sforniamo laureati in storia dell’arte e beni culturali, dall’altro affidiamo la gestione delle imprese culturali solo a logiche economiche, con bandi al ribasso che producono lavoro precario e nessuna prospettiva di crescita. Così non si costruisce sviluppo culturale, ma si consuma capitale umano.

Spazi culturali in crisi: esempi a Trieste e Gorizia
La fragilità delle politiche culturali si riflette anche sulla disponibilità di spazi.
Dopo l’abbattimento della Sala Tripcovich Trieste ha una sete di spazi senza precedenti, sia per grandi festival come il Trieste Film Festival appena conclusosi, che per eventi più piccoli ma ugualmente importanti per la fruizione e la produzione culturale cittadina, che unisce professionisti e amatori, ma anche per le tante scuole di arti performative attive in città. Anche su questo nell’ultima manovra finanziaria abbiamo presentato un emendamento per trovare e ristrutturare uno spazio adatto, in considerazione dei numerosi edifici regionali in dismissione visto il (secondo noi comunque irragionevole) trasferimento degli Uffici in Porto Vecchio. Purtroppo anche questa proposta è stata bocciata dalla maggioranza.
A Gorizia, il caso della Galleria Bombi solleva ulteriori interrogativi. Inserita nei documenti comunali e regionali come elemento di connessione della rete ciclabile e classificata nel Biciplan comunale come itinerario primario, la Galleria è oggetto di un intervento culturale che ne modifica la fruizione, senza che risultino modifiche formali dell’accordo di concessione con l’Agenzia del Demanio, che ne prevede l’uso per finalità di viabilità e transito ciclabile (se ne è parlato anche su Il Passo in questo articolo). Queste considerazioni si sommano ai molti dubbi sulla concreta gestione della nomina a Capitale Europea della Cultura e sulla legacy che questa importante opportunità avrebbe dovuto lasciare alla città, che si sarebbe auspicato fosse di gran lunga maggiore a fronte dei cospicui investimenti pubblici. Questo tralasciando il notevole impatto ambientale dell’uso dell’intelligenza artificiale, degli schermi e dell’energia necessaria. L’impianto ha infatti una potenza di 680 kW, che corrisponde alle luci di 226 appartamenti accese giorno e notte. L’impatto ambientale si somma ai costi economici: ricordiamo la stima di 200.000 euro solo per l’elettricità. Le valutazioni finali non possono che essere demandate una volta che i dati di impatto saranno analizzati e – ci auguriamo – resi pubblici con trasparenza.

Senza basi solide, anche il turismo si svuota
Il quadro complessivo evidenzia una criticità strutturale: senza dati solidi, senza un Osservatorio permanente, senza trasparenza nei criteri di finanziamento e senza una pianificazione coerente degli spazi, la politica culturale regionale perde coerenza e capacità strategica.
Se si smantellano progressivamente le basi culturali e ambientali che rendono attrattivo un territorio, che oggi viene sbandierato come successo, finirà per svuotarsi, e per diventare un fenomeno sempre più estrattivista e sempre meno di scambio, a svantaggio delle comunità residenti.
Il Friuli-Venezia Giulia ha bisogno di una governance culturale fondata su trasparenza, partecipazione e analisi continuativa dei dati. Senza questi presupposti, la politica culturale si riduce a gestione contingente delle risorse, anziché diventare leva di sviluppo sostenibile e identitario, uno strumento per elaborare collettivamente il futuro dei territori.
Giulia Massolino, dottorata in ingegneria dell’energia e dell’ambiente, con master in comunicazione della scienza, economia blu sostenibile e studi di futuro. Da sempre attiva nell’associazionismo, dopo esser stata Consigliera comunale con Adesso Trieste, di cui è co-fondatrice, è attualmente eletta in Regione con il Patto per l’Autonomia.
- Giulia Massolino
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