
30 ottobre, a Trieste c’era il sole e lo sciopero generale proclamato da USB
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Migliaia di persone, circa 5mila per la Questura, 10mila per USB, in gran parte giovani, moltissimi studenti delle scuole superiori, molte delle quali non hanno neppure aperto le porte per mancanza di “materia prima”, hanno sfilato per ore per le strade di Trieste. Raduno alle 9:00 al Varco 4 del Porto Nuovo. Corteo partito alle 10:00 e concluso alle 13:00 in Piazza Libertà di fronte alla Stazione FFSS, piazza simbolo della Trieste dell’accoglienza (ma c’è chi la vorrebbe del respingimento), con una marea di giovani manifestanti in deciso contrasto col vuoto progressivamente creato nella piazza nel corso dell’ultimo anno dai provvedimenti sempre più restrittivi delle Autorità nei confronti dei migranti extra-comunitari e dei volontari delle associazioni, locali e non, che se ne prendevano cura, assistendoli, sfamandoli, vestendoli. Restrizioni giunte a vietare anche la semplice somministrazione di pasti caldi all’interno di piazza Libertà.
Lunedì sera 2 novembre. Ancora in piazza Libertà, tre giorni dopo lo sciopero. Centinaia di persone. Questa volta c’è rabbia e sgomento per la tragica fine di due giovani, 21 e 23 anni, morti poche ore prima, nella notte tra domenica e lunedì, a poche centinaia di metri da piazza Libertà, a causa di un incendio scoppiato in uno dei ruderi abbandonati del Porto Vecchio dove i due avevano trovato, come tanti altri migranti, temporaneo e indecente rifugio. Una terra di nessuno andata a rimpiazzare il famigerato e altrettanto indecente “Silos”, anch’esso un rudere che si staglia di fronte a piazza Libertà accanto alla Stazione Ferroviaria, sgomberato dalle Forze dell’Ordine nel 2024.

Motivazioni e obiettivi convergenti
Ma torniamo allo sciopero di venerdì. Le motivazioni che ne sono alla base hanno visto convergere su di esso diverse istanze, tutte importanti e tutte interconnesse.
Istanze che riguardano le condizioni materiali delle persone: il costo della vita sempre più proibitivo e masochisticamente infiammato dall’asservimento economico e militare alle politiche imperiali USA, che siano dazi commerciali o bombardamenti militari; e il welfare in riduzione per finanziare la folle e autodistruttiva corsa al riarmo generalizzato europeo.
Istanze che riguardano il destino delle persone, minacciato da guerre sempre più vicine a casa.
O i principi e i valori delle persone, calpestati da tre anni di genocidio palestinese in diretta perpetrato da Israele, uno stato nostro alleato, una società e un’economia profondamente integrati con gli stati europei, dalla cybersecurity alla ricerca scientifica. Israele che la Corte di Giustizia Internazionale (ICJ) ha dichiarato nel 2024 colpevole di occupazione illegale dei territori palestinesi e messo sotto inchiesta per il genocidio del popolo palestinese. Israele contro il cui attuale premier e il suo allora ministro della Difesa la Corte Penale Internazionale (ICC) nel 2024 ha emesso mandato di arresto per crimini di guerra e crimini contro l’umanità commessi tra l’Ottobre 2023 e il Maggio 2024, una frazione dei più di tre anni di genocidio e almeno 80mila morti di cui è responsabile Israele.
Al genocidio perpetrato da Israele è connessa la motivazione dello sciopero contro il traffico di armi in 100 porti di tutto il mondo, anche nel porto di Trieste.
Per capire il perchè, riavvolgiamo il nastro fino al 22 settembre del 2025, alla prima giornata di sciopero generale organizzata un anno fa sempre da USB e resa famosa da quel “blocchiamo tutto” che ha echeggiato a Trieste e in tante città portuali italiane. Una giornata a cui ne sono poi seguite altre nelle settimane e mesi seguenti in tutte le città italiane e che hanno visto mobilitarsi milioni di italiani assieme a milioni di europei. Una giornata decisiva nel processo di presa di coscienza del genocidio che Israele commette da più di tre anni.
Una presa di coscienza di cui essere grati a USB, e in particolare ai lavoratori portuali che, a partire dai porti di Ravenna e Genova, con le loro denunce personali di lavoratori e cittadini perbene, hanno permesso di individuare carichi di armi esportate o transitate verso Israele, attraverso i porti italiani in violazione della Legge 185/1990 che vieta sia l’export sia il transito sul territorio italiano di armi destinate a paesi che violano i diritti umani. E Israele è appunto sotto inchiesta presso la Corte di Giustizia Internazionale.

Siamo la retrovia delle guerre
Dalle denunce dei portuali di Ravenna ha preso le mosse nel 2025 la giornalista Linda Maggiori con la sua inchiesta sui mancati controlli da parte della Pubblica Amministrazione sulle esportazioni e sul transito delle armi transitate dal porto di Ravenna.
Alle richieste della giornalista di accesso agli atti della Pubblica Amministrazione per far luce su possibili violazioni di legge da parte degli operatori privati di provenienza e di destinazione delle armi e su possibili mancanze nei controlli da parte delle Autorità, la Pubblica Amministrazione ha opposto un totale diniego. In particolare, il diniego dei dati le è stato opposto dalle Dogane del porto di Ravenna e dalle Dogane del porto di Trieste. Non dalle Dogane del porto di Livorno che le hanno fornito i dati richiesti.
La giornalista si è allora rivolta al TAR Emilia Romagna contro le Dogane di Ravenna. E il TAR le ha dato ragione. Ma contro la sentenza di primo grado del TAR Emilia Romagna le Dogane di Ravenna si sono appellate in secondo grado presso il Consiglio di Stato.
E il Consiglio di Stato ha dato loro torto, riconoscendo la validità della sentenza del TAR Emilia Romagna favorevole alla giornalista: le Dogane del porto di Ravenna dovranno ora dunque fornire i dati richiesti alla giornalista.
Lo stesso accadrà senza dubbio per i dati negati alla giornalista dalle Dogane del porto di Trieste.
Una vittoria importante per la giornalista che sarà così messa in grado di dimostrare possibili gravi violazioni di legge nell’esportazione e nel transito di armi attraverso i porti italiani verso Israele.

I lavoratori in lotta per la pace, una storia che ritorna
Un ultimo dettaglio di questa complessa vicenda rende ancora più evidente il nesso tra la giornata di sciopero del 30 ottobre e questa importante sentenza del Consiglio di Stato. Precisamente, anche USB, sindacato di quei lavoratori portuali italiani dalle cui denunce ha preso avvio l’inchiesta di Linda Maggiori, ha preso parte al processo di appello presso il Consiglio di Stato, intervenendo coi propri avvocati a favore della giornalista. La vittoria di Linda Maggiori è dunque in parte anche una vittoria del sindacato USB.
Mescolandoci per ore alle migliaia di manifestanti, abbiamo parlato con alcuni di loro. Con le loro parole chiudiamo questa cronaca.
– Sascha Colautti, voce USB di questo sciopero, come anche di quello del settembre 2025. I portuali USB al suo fianco un anno fa erano di meno, segno che un anno di attività sindacale in porto ha dato i suoi frutti. “Oggi già si lavora per restare poveri” ci dice “Per questo diciamo no al riarmo e alla militarizzazione del nostro Paese; le guerre sconfiggono per primi i lavoratori dei paesi belligeranti. Per questo Trieste assieme a 100 porti nel mondo è oggi in sciopero. Tutti assieme.”
– Giorgio Stern, membro di Salaam, ragazzi dell’olivo. “Denunciamo il genocidio dei Palestinesi da 36 anni” ci dice “La Palestina ha sempre fatto gola agli imperialismi occidentali, a partire da quello britannico, dal 1916. E’ la porta di accesso all’oro nero, al centro degli stretti che vi conducono: Suez, Bab el-Mandeb, Hormuz e Dardanelli. Il caro vita è conseguenza nefasta dell’allineamento dell’Occidente all’imperialismo USA.”
– Marco Slavich, co-referente per l’ambiente del partito Adesso Trieste. “Siamo qui perchè la vita è insostenibile dal punto di vista ambientale, sociale ed economico, e a farne le spese sono come sempre i più fragili che non hanno mezzi per ripararsi dal cambiamento climatico.” ci dice “Siamo già nello scenario peggiore, verso l’innalzamento di +4 gradi sopra le temperature medie.”
– Adriana Giacchetti, voce del Coro Sociale di Trieste, nato 13 anni fa. Ci dice che il suo coro sta ora intonando “Non, non plus de combats”, canzone francese sugli episodi di ammutinamento collettivo del 1917 nelle mortifere trincee francesi, falcidiate da fame, fango, malattie. “Boucherie”, macelleria, dice la canzone.
– Matteo, studente al quinto anno del liceo Petrarca. “A partire dallo sciopero di oggi raccolgo sondaggi anonimi su fascia di età, istruzione e professione dei partecipanti a manifestazioni.Mi serviranno per una ricerca che forse presenterò all’esame di maturità. Partecipo alle manifestazioni dal 2025, ma oggi noto una scintilla di cambiamento, un effetto domino che mi evoca quanto successo in Italia e in Europa coi moti del 1848.”
Federico Oriani. Triestino. Laureato in economia. Ha lavorato in banche d'affari, in una compagnia assicurativa, in una holding di partecipazioni industriali, in un centro di ricerca scientifica internazionale e nella pubblica amministrazione regionale avendo superato un concorso pubblico.
- Federico Oriani


