
Rovesciare le strategie in atto se si vuol contrastare l’emorragia dei giovani verso l’estero

Associazione per la Terza Ricostruzione
L’Associazione per la Terza Ricostruzione (ATR) è una realtà civico-culturale del Friuli Venezia Giulia nata, nel 2022, per promuovere una nuova stagione di dibattito e di azione politico-democratica e socio-economica nel territorio regionale.
Ispirandosi alle storiche rinascite del dopoguerra e del post-terremoto del 1976, propone un modello di sviluppo basato su transizione energetica ed ecologica, tutela ambientale dei grandi ecosistemi regionali (come la difesa del Tagliamento) e riordino istituzionale partecipato.
Attraverso studi, convegni, articoli e cittadinanza attiva, opera, autofinanziandosi, in modo trasversale per ripensare l’autonomia regionale, il futuro del Friuli e delle sue comunità locali.
Articoli di ATR sono ospitati regolarmente, in forma grafica differenziata e senza alcun obbligo reciproco, dal Passo Giusto.
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Questo contributo al tema della fuga dei giovani, verso l’estero, dall’Italia come anche dal Friuli Venezia Giulia, vuole essere un invito a rovesciare le strategie utilizzate fino ad oggi, dalle autorità pubbliche nazionali e regionali, nei riguardi dell’emigrazione dei giovani perché nessun governo negli ultimi decenni, sia esso di destra che di sinistra, è stato in grado di trovare una soluzione efficace a tale problema. Aggiungerei anche che neppure il mondo delle imprese, pur chiedendo continuamente forza lavoro qualificata, sembra aver veramente capito il problema e trovato un modo per affrontarlo efficacemente.
Il problema è grave e i numeri sono lì a confermarlo. L’ultimo rapporto del Consiglio Nazionale dell’Economia e del Lavoro (CNEL), 2025, documenta questa continua emorragia, cercandone anche le ragioni. Il documento dal titolo molto eloquente “Rapporto sull’Attrattività dell’Italia per i Giovani dei Paesi Avanzati”, analizza l’emigrazione dei giovani italiani tra 18-34 anni dal 2011 al 2024 all’interno di un quadro più ampio.
La fotografia che ne risulta è impietosa per l’Italia. Riguarda tutte le regioni del paese tra cui la nostra:
- La perdita di capitale umano per l’emigrazione giovanile ammonta ad un valore economico di 160 miliardi per il periodo 2011-2024, una media di circa 15 miliardi all’anno. Questa perdita di capitale umano rappresenta il 7,5% del PIL cumulato nello steso periodo.
- Questa perdita di capitale umano è legata all’emigrazione di ben 600.000 giovani nello stesso periodo (il saldo tra uscite e rientri si attesta attorno a 440.000 unità).
- Mediamente, per 9 giovani italiani che vanno via, solo uno, dall’estero, è disposto a trasferirsi in Italia.
Per quanto riguarda il Friuli Venezia Giulia abbiamo:
- 14.889 giovani che se ne sono andati all’estero, con una media annua di 1.064, durante il periodo 2011-2024 (il saldo si attesta a 10.364 unità);
- un aumento drammatico nel 2024 con ben 1.587 unità, rispetto ai 1.293 del 2023;
- rispetto alla popolazione 2024, il totale dei giovani andati all’estero rappresenta il 9%, superiore alla media nazionale (7%);
- rispetto alle nascite 2024, lo stesso totale sale a 28,2%, anche qui superiore alla media nazionale (24,3%);
- se prendiamo adesso in considerazione la denatalità in corso, che si sta purtroppo consolidando, l’alto numero di giovani tra 18-34 anni che se ne va, rinforza ulteriormente gli effetti negativi di tale denatalità!
Analizzando ora questa emigrazione dei giovani italiani tra 18-24 anni dalla prospettiva del grado di istruzione, notiamo che non sono solo laureati. Se consideriamo la seguente tripartizione in titolo di studio basso (mancato conseguimento del diploma di scuola secondaria superiore), medio (conseguimento di tale diploma), e alto (conseguimento di laurea o titolo più elevato), abbiamo nelle rispettive categorie delle quote non marcatamente differenti: 28% con titolo di studio basso, 38% con diploma e 34% con laurea (per il Friuli Venezia Giulia, rispettivamente, 28,7%, 36,7%, 34,6%).
Prendendo in considerazione il genere, la componente femminile negli ultimi anni è proporzionalmente aumentata più rapidamente di quella maschile.
Si evince pertanto, in sintesi, che questi flussi verso l’estero sono caratterizzati da numeri elevati, gradi di istruzione diversificati, in uscita da regioni ricche per reddito e opportunità. Quindi non si tratterebbe di flussi riconducibili meccanicamente alla ricerca di un lavoro o di un miglior salario.
E’ vero che in Italia arrivano anche molti giovani da aree non europee disagiate, e quindi si potrebbe concludere che in fondo, in qualche modo, questo flusso possa compensare quell’emorragia. Ciò che si dimentica, purtroppo, è che l’Italia scambia capitale umano ad alto valore aggiunto con capitale umano a bassa produttività.

Il paradigma dell’eticità: uno strumento da affiancare ai parametri economici
Si sa che il PIL misura il valore della ricchezza e del benessere di un paese, basandosi però su fattori unicamente economici. Proponiamo, allora, di partire da un altro paradigma, da affiancare alla interpretazione più squisitamente economica, capace di rimettere in discussione l’insieme delle convinzioni, regole e abitudini che guidano l’attuale modo di pensare e di agire attorno alla fuga dei giovani, paradigma che chiamerei dell’”eticità”. Questo paradigma parte dai lavori di Abraham Maslow, psicologo clinico americano, che rimane un caposcuola sui temi legati alla motivazione e che è riuscito a dimostrare che, oltre agli aspetti fisiologici, emotivi e sociali, fanno parte delle aspettative umane anche gli aspetti ideali e spirituali.
Nella sua “gerarchia dei bisogni”, definita per la prima volta in un articolo del 1943 e completata nel 1970, vengono individuati sei livelli di bisogni fondamentali – che egli considera tutti innati e radicati biologicamente nella specie umana -, disposti gerarchicamente: al 1° livello troviamo i bisogni fisiologici, come la fame, la sete, la sessualità, il sonno; al 2° livello, bisogni di sicurezza come la protezione dai pericoli, dalle minacce e dalle privazioni; al 3° livello, il senso di appartenenza e di amore come socialità, affetto, accettazione, amore, appartenenza a gruppi sociali; al 4° livello troviamo la stima di sé, come l’autostima, la fiducia in sé stessi e la ricerca di indipendenza, oppure anche l’etero-stima (status, riconoscimento, rispetto); al 5° livello troviamo l’auto-realizzazione cioè lo sviluppo delle proprie potenzialità cognitive e la consapevolezza di sé; al 6° livello la spinta verso valori quali “verità, bontà, bellezza, perfezione, eccellenza, semplicità, eleganza e bisogno di aiutare gli altri”, in altre parole valori che trascendono gli interessi personali dell’individuo e per i quali conia il termine di “valori B” o “meta-bisogni.
Ogni giovane, quindi, si proietta naturalmente verso il futuro chiedendosi cosa farà da grande, soppesando in continuazione i pro e i contro di una determinata scelta che sarà necessariamente influenzata anche dalla percezione che ha dell’ambiente nel quale vive oltre che dalle proprie esigenze più immediate. Un diffuso malessere giovanile può nascere allora, dalla consapevolezza che le classi dirigenti del proprio paese non tengano conto dei bisogni del 5° livello o forse, addirittura, che questa stessa classe dirigente appaia, in effetti, poco etica nei confronti dei suoi bisogni del 6° livello (perché, anche da diplomato, dovrei accettare di lavorare in condizioni da terzo mondo, con paga bassa e orari sfiancanti? O perchè, da laureato, mi si spinge a fare uno stage che non serve a niente? O perché io donna con figli piccoli devo rinunciare a lavorare perché non c’è un asilo nido disponibile?).
Ci sono certo numerose ragioni per far ritenere, ai giovani italiani, che la loro classe dirigente sia non solo poco attenta ma anche poco “etica” (Carboni C., 2007, Elite e Classi dirigenti in Italia, Laterza) rispetto ai loro bisogni. Ma ignorare totalmente i loro bisogni del 5° e del 6° livello è, probabilmente, il vero problema! Questa, dell’eticità, è la “misura multidimensionale” che andrebbe affiancata ai parametri economici e di sicurezza tanto in auge nelle politiche pubbliche (che, in fondo, si avrà capito, misurano solamente il 1° e il 2° livello dei bisogni di un essere umano), se si vuole veramente capire, nella sua interezza e profondità, lo stato di benessere oppure in questo caso, di malessere dei giovani italiani. E’ chiaro, allora, che per affrontare adeguatamente il problema dell’emigrazione dei giovani italiani, la soluzione non potrà che risiedere in un approccio olistico da parte dei decisori istituzionali: accettare e riconoscere che i giovani hanno il bisogno di realizzarsi (per capirci meglio, i francesi direbbero “s’épanouir”, i tedeschi “sich entfalten”), cioè di realizzare i loro sogni soddisfacendo sia i loro bisogni primari che i loro “meta-bisogni” in un contesto strutturato e caratterizzato da una etica pubblica solida e riconoscibile. Qualsiasi tentativo di dare delle risposte parziali a questi bisogni superiori appare, invece, destinato al fallimento.
Necessità di un ulteriore paradigma, quello eco-sistemico
Personalmente ritengo che sia meglio attrarre che trattenere! Ma, comunque, le due strategie non sono antitetiche: attraendo, sicuramente e contemporaneamente l’emorragia emigratoria dei nostri giovani si ridurrà e viceversa. D’altronde, se l’Europa del Nord riesce ad attrarre i talenti mondiali e allo stesso tempo a trattenere i propri, non vedo perché non potremmo riuscirci anche noi.
Due punti devono ancora essere chiariti. Il primo è che dobbiamo smetterla con i “talenti”! Per “talenti” non possiamo continuare a intendere solamente i “cervelloni”, perché, nelle giuste condizioni ambientali, tutti possono e debbono contribuire al benessere collettivo, purché venga data loro l’opportunità di farlo. Probabilmente, questa enfasi sui talenti, serve più ad alcune categorie d’impresa, che alla demografia ed al benessere dell’intero paese.
Il secondo punto è che, al paradigma etico va aggiunto anche quello eco-sistemico. Non solo “cluster” (gruppi di elementi omogenei collegati tra di loro), ma ben di più: organismo vivente alla costante ricerca di un equilibrio dinamico e quindi anche instabile tra i vari componenti l’organismo, con l’obbiettivo finale sottostante di continuare a vivere. Questi due paradigmi, infine, devono costantemente dialogare tra di loro.
Chiarito che il problema è di natura etica ed eco-sistemica e che ha alle spalle la percezione, non infondata, delle serie manchevolezze etiche di una intera classe dirigente, bisogna: a. mettersi al lavoro per trattenere i giovani in fuga, richiamare quelli che se ne sono andati e attrarne anche di nuovi da altri paesi. b. smetterla di corteggiare solo i, relativamente pochi, “talenti” guardando anche alle dimensioni assolute, dei giovani in fuga, se si vuole compensare la contrazione demografica in atto; c. prepararsi, sia a livello nazionale sia a livello regionale, a politiche e progetti traguardati, probabilmente, su un arco temporale di almeno 15-20 anni e non centrati sui bonus di breve periodo.
Questo modo di ripensare alla fuga dei giovani è certamente più impegnativo, più “demanding” che proporre un bonus qua ed un bonus là, senza alcun risultato significativo. Ma non ci sono alternative al progressivo impoverimento culturale, demografico ed economico del Paese, come anche della regione Friuli Venezia Giulia. Questa prospettiva necessita sicuramente dell’apporto fattivo di tutte le persone di buona volontà e in buona fede, perchè questa volta non basta il tanto sbandierato “pragmatismo” italico. Questa volta la sfida è totale e si esercita su un piano che non è tanto di natura materiale quanto ideale e immateriale.
Foto in evidenza: Stazione ferroviaria di Wolfsburg (Bassa Sassonia, Germania), 1966. Lavoratori ed emigrati italiani scendono dal treno con le valigie per raggiungere gli stabilimenti industriali. Scatto di Max Scheler (1928–2003) dal reportage “Eine Stadt verliert ihre Männer” per la rivista stern.
Di madrelingua francese, laureato in Lingue e Letterature Straniere presso l’Università di Udine, ha sempre lavorato per importanti Aziende nell’ambito dell’arredo e design, creando ed ottimizzando reti di vendite in Italia e all’estero. Alla pratica quotidiana delle vendite, ha costantemente affiancato approfondimenti teorici nei campi delle relazioni umane, del marketing strategico e della gestione aziendale in generale. Tutto ciò gli ha permesso di capire, dall’interno, le articolate complessità delle diverse tipologie aziendali. E’ attualmente vicepresidente dell’Associazione per la Terza Ricostruzione.

