
Terremoti e trasformazioni, una mostra a Udine
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Castello di Udine “Terremoti e Trasformazioni”, fotografie di Elisabetta Pala
La mostra “Terremoti e trasformazioni. Fotografia e scienza sul crinale del 1976 in Friuli”, allestita nei saloni del Castello di Udine, si propone innanzitutto come una precisa scelta politica e culturale. È realizzata dai Civici Musei del Comune di Udine e dal Centro di Ricerca e Archiviazione della Fotografia – CRAF, in collaborazione con il Centro di Ricerche Sismologiche dell’Istituto Nazionale di Oceanografia e di Geofisica Sperimentale – OGS e La Cineteca del Friuli. È sostenuto da BCC Banca di Udine e Fondazione Friuli e patrocinato dall’Associazione Comuni Terremotati e Sindaci della Ricostruzione del Friuli, dalla Camera di Commercio Pordenone-Udine, da Confindustria Udine, da Ente Friuli Nel Mondo e dell’Università degli Studi di Udine.
Organizzata per commemorare i 50 anni dal devastante e tragico sisma del 1976, questo progetto espositivo evita con fermezza la trappola della retorica celebrativa, cercando di offrire al pubblico una lettura inedita e moderna di un evento che ha riscritto la storia del nostro territorio. Chi la visita può trovare diversi livelli di lettura e grazie a questa stratificazione è invitato a fare una sua personale riflessione su questa tragedia, in particolare sulla sua eredità. L’opzione dichiarata fin da subito, quindi, è stata quella di operare secondo la cifra della diversità, se non della vera e propria rottura, rispetto ad altre iniziative che hanno caratterizzato questo indimenticabile e doloroso anniversario. Il Friuli di oggi, figlio di quel terremoto, dopo 50 anni è radicalmente cambiato e deve trovare la sua nuova chiave di affermazione, senza dimenticarsi di curare la propria memoria.

Il cuore dell’operazione curatoriale — firmata da Silvia Bianco, Antonio Giusa, Vania Gransinigh e Andrea Pertoldeo — risiede quindi proprio nell’antiretorica. Laddove molte commemorazioni istituzionali hanno teso a cristallizzare il ricordo nell’epica della “ricostruzione modello” o nel dramma puramente emotivo del crollo, questa mostra adotta un approccio analitico e interdisciplinare. Il terremoto non è trattato come un punto di arrivo o una ferita monumentale da venerare, bensì come un “crinale”: uno spartiacque e un laboratorio a cielo aperto per misurare le profonde mutazioni scientifiche, paesaggistiche e sociali che ne sono conseguite.
Un intreccio di cultura, paesaggio, sismologia
L’originalità del progetto si esplicita nella sua struttura narrativa ibrida. Il percorso si snoda infatti lungo tre linee del tempo parallele che intrecciano cultura, paesaggio e sismologia. Accanto a reperti scientifici unici (come la storica traccia del sismografo della Grotta Gigante o la strumentazione dell’Istituto Nazionale di Oceonografia e di Geofisica Sperimentale), la mostra espone circa 250 materiali d’archivio, dai pionieri della fotografia dell’Ottocento fino alla documentazione del post-sisma in larga parte provenienti dalle collezioni civiche dei Civici Musei e della Biblioteca Civica “V. Joppi“.

Il percorso racconta così l’evoluzione della fotografia e della sismologia attraverso opere e testimonianze che spaziano dalle prime calotipie di Augusto Agricola alle vedute di Giuseppe Malignani, dagli studi scientifici di Robert Mallet e Giuseppe Mercalli fino alla campagna fotografica realizzata da Wilhelm Helfer, concessa in prestito dalla Biblioteca Nazionale Universitaria di Lubiana. Una sezione specifica è inoltre dedicata al terremoto della Carnia del 1928, documentato attraverso le analisi di Michele Gortani e i reportage fotografici di Attilio Brisighelli e Carlo Pignat, restituendo l’evoluzione dello sguardo scientifico e fotografico sui terremoti tra Ottocento e Novecento.
Accanto ai materiali d’archivio trovano spazio i progetti inediti, realizzati tra il 2025 e il 2026 da quattro fotografi contemporanei, tutti appartenenti a una generazione che non ha vissuto direttamente il terremoto del Friuli.
I quattro progetti di ricerca compongono una mappa concettuale articolata, che si sviluppa su più livelli interpretativi: Olivo Barbieri si concentra sulla riprogettazione delle forme e sulla rigenerazione degli spazi urbani. Il suo sguardo si sposta su Lubiana per documentare come i danni causati dal terremoto del 1895 cambino profondamente il volto architettonico delle città. Marina Caneve esplora il lato nascosto e scientifico del territorio. Le sue immagini catturano sia le grandi infrastrutture fisiche sia le collaborazioni globali nate per studiare il nostro pianeta dopo il sisma in Friuli. Davide Degano orienta la sua ricerca sulla realtà sociologica del Friuli di oggi. Il suo lavoro mette a fuoco le nuove generazioni e i cambiamenti nella scala sociale all’interno di un contesto profondamente mutato. Giulia Iacolutti sceglie infine una prospettiva quasi psicanalitica per analizzare i materiali d’archivio. La fotografa reinterpreta l’esperienza del post-trauma per dare vita a un racconto intimo, profondo e fortemente evocativo.

I curatori, scegliendo deliberatamente di affidare la riflessione visiva ad artisti che non hanno vissuto direttamente l’evento o l’epoca del sisma, hanno stimolato l’emergere di una distanza generazionale che si è tradotta in una “fotografia nuova”, totalmente priva di filtri nostalgici. I loro scatti indagano i vuoti, le persistenze, le rimozioni e l’eredità materiale e immateriale del Friuli di oggi.
Attraverso questo innesto tra rigore scientifico e ricerca visiva attuale, la mostra si proietta con decisione verso il futuro. Diventa così uno strumento per educare alla complessità e alla consapevolezza del rischio, dimostrando che la memoria storica (e politica) ha senso solo quando si trasforma in una chiave per interpretare e abitare il presente.
insegnante, assessore a istruzione, università e cultura del Comune di Udine, responsabile degli enti locali del Patto per l'autonomia
- Federico Pirone
- Federico Pirone
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