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1976 anno del terremoto Gemona dall alto

1976 – 2026 cinquant’anni


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A cinquant’anni da quel terremoto del maggio e sin dall’inizio con la prima legge regionale, già nel giugno, del percorso di ricostruzione del Friuli si può ormai dire che stiamo parlando di un pezzo di storia con la S maiuscola.

Anche per questo spiace dover registrare che i primi accenni della preparazione degli eventi commemorativi, già dal dibattito in Consiglio regionale per lo stanziamento dei fondi, cominciano male.

O perché vittime o perché artefici della pervasiva campagna milionaria di “io sono fvg” si vorrebbe che anche il terremoto del Friuli diventi il terremoto del Friuli-Venezia Giulia. E sembrerebbe pure logico, evidente, elementare. Cos’è il Friuli se non una parte del Friuli-Venezia Giulia? Certamente sì, come è parte dell’Italia, dell’Europa e di altro ancora… ma, ricordando quel che accadde a partire da quel 6 maggio, non si può usare né le categorie geografiche né quelle istituzionali.

Baraccopoli
Baraccopoli

L’evento fisico del sisma ha fatto precipitare e crescere fatti e fenomeni nelle comunità colpite che le hanno cambiate, le hanno fatto cambiare la storia, talvolta contro più spesso insieme alle proprie rappresentanze politiche, determinando la nascita di nuove istituzioni (l’Università del Friuli) e incidendo – questo sì – sulla stessa Regione, i suoi rapporti con lo Stato, con le autonomie locali, con la propria economia.

Il ricordo e la celebrazione deve rispettare quello che è sempre stato: il 6 maggio il terremoto fece paura da Milano a Trieste, da Lubiana a oltre, ma l’epicentro, il dramma, la profonda sensazione di poter essere perduti in un attimo come individui e come popolo fu delle friulane, dei friulani, del Friuli.

Come spiegare altrimenti se non così la volontà di ottenere cose mai pensate o osate prima. Novantamila firme raccolte da un’organizzazione diffusa ma sostanzialmente informale per avere il timbro di una legge sul fatto che il friulano sia una lingua e che i friulani siano una minoranza linguistica storica. Un movimento popolare attorno alla richiesta di una Università, rivendicazione sì precedente ma fin lì mai sentita in modo così profondo e partecipato come cosa dovuta ed essenziale per il futuro comune.

Assemblea della tendopoli
Assemblea della tendopoli

Il terremoto è del Friuli perché nei mesi successivi il dibattito su obiettivi e modalità della ricostruzione non fu materia delegata alle scuole di urbanistica, ma la politica e l’economia presero atto che la ricostruzione “com’era e dov’era” prima delle aziende e poi dei capoluoghi, delle frazioni e dei borghi fino alla fine dell’ultima valle montana, era un atto di volontà comunitaria che non voleva lasciarsi dietro le spalle la propria storia e la propria identità.

Il terremoto è del Friuli perché interpretando quel sentire fu una classe politica friulana, nelle sue articolazioni istituzionali e partitiche, a cogliere il particolare e temporaneo momento politico italiano, a usufruirne per una ricostruzione che, sia mai ci si debba trovare in una simile situazione!, oggi sarebbe semplicemente impossibile.

Oggi austerità europea e casse vuote dello Stato, incapacità delle maggioranze e delle opposizioni a convergere su obiettivi comuni, debolezza delle amministrazioni pubbliche in primo luogo comunali, e poi l’atomizzazione delle comunità.

Manifestazione a Trieste
Manifestazione a Trieste

Non si può dimenticare, infatti, fra gli eventi di quel 1976 l’autorganizzazione popolare in tante tendopoli per gestire la vita quotidiana ed i rapporti con enti e istituzioni nella gestione dei bisogni, o la grande manifestazione del luglio a Trieste, promossa da coordinamenti popolari in parziale alternativa ad altra manifestazione sindacale ed ai partiti.

E ancora, senza entrare nel merito di altre questioni, lo stesso costo della riparazione e ricostruzione non fu solo e tutto a carico dello Stato, intervento certamente immediato e decisivo, ma avvenne con il contributo importante – che piacerebbe poter quantificare con buona approssimazione – del risparmio privato delle famiglie.

Ricordare quel che fu vuol dire anche fare un bilancio di quel che è rimasto e potrebbe ancora essere.

Matrimonio all'aperto
Matrimonio all’aperto

In quest’anno cercheremo di dedicare spazio a questi e ad altri aspetti di questo cinquantennio di storia dei friulani e del Friuli, anche ed ovviamente nei suoi rapporti con la Regione e lo Stato essendo parte di queste istituzioni, ma con la certezza che se, all’epoca, l’orgoglio di quelle comunità si riconobbe nel motto di bessoi e se questa ricostruzione venne chiamata, non qui ma “da fuori”, Modello Friuli non ci deve essere manipolazione della storia.

A meno che questo non avvenga perché quelle stesse comunità lo lasceranno fare. Perché la storia non finisce mai. 

La liturgia ancora non riconosce l’uso del friulano; 

le leggi e il lavoro di preziose professionalità hanno dato una grafia unificata, dizionari, e possibilità di insegnamento che, però, non stanno dando (vuoi per sottovalutazioni o incapacità ufficiali – si pensi alla RAI o alle Agenzie preposte – vuoi per “incoscienza” popolare), tutti i risultati possibili in termini di alfabetizzazione e utilizzo della lingua, dato ufficialmente acquisito dalla Conferenza di Gorizia di quest’anno sulle politiche linguistiche per il friulano; 

la stessa Università viene periodicamente messa in discussione da efficientistiche idee di “razionalizzazione” regionale ancor prima di aver dato tutti i frutti per cui è stata voluta; 

l’Assemblea della Comunità Linguistica Friulana, creata con atto volontario dei Comuni ma nemmeno autonoma di un suo proprio bilancio, non dà quei segni di vitalità necessari all’autoriconoscimento di una comunità minoritaria; 

nel dibattito dei partiti – anche qui la memoria degli anni della ricostruzione intristisce – o è assente e snobbata come pare a sinistra, oppure si riaffaccia a destra in una delle versioni in auge nel ventennio, la Piccola Patria custode dei confini orientali per conto dei fratelli maggiori.

Tante cose su cui ragionare per tutto un anno, vedremo quello che si riuscirà a fare, si spera in buona compagnia.

 

Le fotografie per gentile concessione del periodico Pense & Maravee di Gemona

Elia Mioni
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Direttore editoriale del Passo Giusto

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