Neutralità è una parola di sinistra
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Il 27 settembre il popolo svizzero ha votato su un’iniziativa popolare (referendum propositivo) volta a sancire la neutralità permanente del Paese nella Costituzione federale. La raccolta delle firme era iniziata nel 2022. Allora in pochi giorni il Consiglio federale ha deciso di riprendere integralmente le sanzioni dell’UE alla Russia. Questa decisione aveva sorpreso e colpito positivamente anche Biden, come ebbe modo di dire pubblicamente.
L’iniziativa referendaria è stata respinta dal popolo, ottenendo il 29,85% dei voti a livello nazionale, contro il 70,15%. Sebbene l’iniziativa fosse originata principalmente dalla destra nazionalista (UDC/SVP), attorno all’imprenditore ed ex consigliere federale Christoph Blocher, una parte della sinistra svizzera l’ha sostenuta attivamente, considerando il voto un’importante occasione per opporsi al progressivo allineamento della Svizzera alla NATO e alla politica militare occidentale.
La campagna di sinistra è stata coordinata attraverso il Comitato internazionalista e pacifista per la neutralità, che riuniva, tra le altre organizzazioni, il Partito Comunista (Svizzera), il Partito Svizzero del Lavoro, l’Associazione Svizzera-Cuba, il Movimento Svizzero per la Pace e l’Unione Indipendente degli Studenti SISA (membro della FSM).
Un comitato internazionalista e pacifista per la neutralità
Il comitato comprendeva anche esponenti del mondo accademico provenienti dall’area socialdemocratica, tra cui il professor Wolf Linder e il professor Pascal Lottaz. La loro partecipazione era particolarmente significativa perché sono associati al Partito Socialista Svizzero, mentre il partito stesso si è fortemente opposto all’iniziativa. Gli esponenti del campo socialdemocratico contrari all’iniziativa hanno condotto la campagna contro di essa sostenendo che fosse favorevole agli interessi russi, quindi «pro-Putin», paese in cui lo stesso Blocher intrattiene interessi economici dell’industria di famiglia.
Le organizzazioni partecipanti al comitato di sinistra affrontavano la questione da una prospettiva internazionalista e pacifista, collegando la neutralità all’opposizione ai blocchi militari, alla NATO e alla progressiva integrazione della Svizzera nelle strutture militari e politiche occidentali. Non poche sono state le avvisaglie del cedimento della neutralità svizzera, non solo storicamente (Rapporto Bergier, sostegno del regime apartheid in Sudafrica) ma anche in tempi recenti sono stati trasportati detenuti illegali rapiti dalla CIA (svelato grazie all’indagine di Dick Marty), il primo anno di presidenza di Donald Trump è coinciso con l’arrivo di Ignazio Cassis alla testa della diplomazia svizzera, nel 2017.
Il politico liberale-radicale, vicino agli ambienti pro-Israele in Svizzera, ha dato una svolta conservatrice alla politica sul Medio Oriente. Cassis nel 2018 ha affermato che l’UNRWA era parte del problema, perché mantenendo i campi profughi stava dando alla gente la speranza di un ritorno nei territori palestinesi. Ha ripetuto ciò che (il consigliere senior e genero di Trump) Jared Kushner aveva detto, quindi stava approvando pienamente la posizione di Trump. Cassis è stato criticato anche per altre dichiarazioni, tra cui l’elogio delle relazioni svizzero-israeliane solo poche settimane dopo che decine di palestinesi erano stati uccisi in scontri con le forze israeliane al confine di Gaza.
Un paese che se fosse neutrale avrebbe già riconosciuto la Palestina (ma non l’ha fatto), un paese che è schierato con la NATO in Kosovo, le cui armi sono già sui campi di battaglia in Ucraina e dove, proprio mentre si svolgeva il dibattito politico sulla neutralità, è stata presentata una modifica di legge per permettere alle reclute di svolgere parte del servizio militare all’estero. La Svizzera è uno dei pochi paesi europei in cui vige ancora la leva obbligatoria.

Che cosa sarebbe cambiato nella Costituzione svizzera?
L’iniziativa avrebbe introdotto un nuovo articolo 54a nella Costituzione federale. Esso avrebbe stabilito che la Svizzera è permanentemente neutrale e armata e non può aderire ad alcuna alleanza militare. La cooperazione con tali alleanze sarebbe rimasta possibile in caso di un attacco militare diretto contro la Svizzera o di atti preparatori a tale attacco.
Il nuovo articolo costituzionale avrebbe inoltre vietato alla Svizzera di adottare misure coercitive non militari nei confronti di Stati belligeranti. Sarebbero rimasti esplicitamente salvi gli obblighi della Svizzera nei confronti delle Nazioni Unite, così come le misure volte a impedire l’elusione delle misure coercitive non militari adottate da altri Stati.
Infine, la disposizione costituzionale avrebbe imposto alla Svizzera di utilizzare la propria neutralità permanente per prevenire e risolvere i conflitti e di offrire i propri servizi come mediatrice.
Dal punto di vista del comitato, alcuni aspetti del testo non erano privi di contraddizioni. Il concetto di «neutralità armata», in particolare, era criticabile. Ciò nonostante, l’iniziativa offriva un’opportunità unica per stabilire costituzionalmente che la Svizzera non potesse aderire a un’alleanza militare, creando un ostacolo esplicito all’adesione svizzera alla NATO, che non consideriamo una possibilità remota.
Anche la disposizione relativa alle misure coercitive non militari era particolarmente significativa. Negli ultimi anni, le sanzioni economiche sono diventate sempre più, dal nostro punto di vista, uno strumento aggressivo dell’imperialismo utilizzato per piegare i governi non allineati alla volontà delle potenze occidentali, rendendone l’adozione incompatibile con una politica coerente di neutralità. La modifica proposta avrebbe mantenuto la partecipazione della Svizzera alle sanzioni delle Nazioni Unite, impedendo però l’adozione autonoma di misure unilaterali come quelle imposte dall’UE contro la Russia.

La neutralità percepita
Il timore è ora che all’estero il rigetto dell’iniziativa referendaria venga percepito non semplicemente come il rifiuto di una particolare definizione costituzionale della neutralità, ma come un segnale che la Svizzera stessa si stia allontanando dalla neutralità. Indipendentemente dalle intenzioni di coloro che hanno votato No, governi e popolazioni straniere potrebbero interpretare il risultato come una concessione alla Svizzera di una maggiore libertà politica per continuare il proprio avvicinamento alla NATO, adottare le politiche di sanzioni dell’Unione Europea e integrarsi progressivamente nell’architettura di sicurezza euro-atlantica.
Questo rischio di percezione internazionale è particolarmente serio perché la neutralità non esiste esclusivamente attraverso la definizione che la Svizzera dà della propria politica estera: la sua credibilità dipende anche dal modo in cui la Svizzera viene percepita dagli altri Stati. Il rigetto dell’iniziativa potrebbe quindi indebolire l’immagine della Svizzera come Paese realmente non allineato e rafforzare la percezione che essa stia diventando parte del blocco geopolitico occidentale.
La Finlandia dimostra come un Paese europeo storicamente non allineato possa progressivamente muoversi verso l’integrazione militare e infine l’adesione alla NATO. La Svizzera non è la Finlandia e le due situazioni non possono essere semplicemente equiparate, ma l’esperienza finlandese mostra perché cambiamenti apparentemente graduali nella politica di sicurezza non dovrebbero essere liquidati come politicamente irrilevanti.

Altre occasioni all’orizzonte
Il rigetto dell’iniziativa sulla neutralità rappresenta una vittoria per le forze che hanno promosso una più stretta integrazione della Svizzera nel sistema euro-atlantico: l’Unione Europea, che sta portando avanti una grande politica di riarmo; la NATO, nel contesto della continua escalation del suo confronto con la Russia; la dirigenza delle principali banche svizzere, che si era opposta al divieto proposto di adottare sanzioni unilaterali, temendo che esso potesse limitare la loro capacità di conformarsi alla legislazione extraterritoriale statunitense e quindi incidere sulle loro attività internazionali; e quegli esponenti della leadership militare svizzera che favoriscono una maggiore interoperabilità e cooperazione con la NATO.
Va tuttavia riconosciuto che, durante tutta la campagna, coloro che si opponevano all’iniziativa hanno anche dichiarato pubblicamente di sostenere il principio della neutralità svizzera, ma di essere in disaccordo con la disposizione costituzionale proposta, che consideravano troppo «rigida». Ci si attende un forte senso di responsabilità e sia posta fine alla politica dei «doppi standard» perseguita finora dal Consiglio federale.
La prossima votazione decisiva sarà sugli accordi Bilaterali III con l’Unione Europea, sempre più militarizzata, che dovrebbero essere sottoposti a referendum nel 2027. In quest’ultimo caso il risultato non sarà altrettanto scontato e netto.
Agronoma e pianificatrice del territorio, deputata del Gran Consiglio del Cantone Ticino per il Partito Comunista

