
Isonzo tra due Stati, conflitti d’interesse e ultime novità
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Una sorta di ondata di piena, però energica e benefica, che ha spazzato via un bel po’ di mistificazioni e strumentalizzazioni, che da tempo si riproducono indisturbate tra la vegetazione ripariale lungo le sponde goriziane dell’Isonzo: questo è stato l’effetto di quanto accaduto dopo l’articolo qui pubblicato l’11 settembre, https://ilpassogiusto.eu/isonzo-tra-due-stati-ritardi-culturali-burocrazie-miopi-e-interessi-parziali/, continuiamo perciò a seguire la cronaca e sviluppare gli argomenti.
Dopo l’istanza inviata l’11 agosto scorso da Forum Gorizia al Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica (MASE) e ad altre istituzioni (MAECI, MIT, Regione FVG, Autorità di Bacino) https://forumgoriziablog.it/wp-content/uploads/2026/09/Lettera-ai-Ministeri_11_08.pdf, il 17 agosto i consiglieri comunali di opposizione Eleonora Sartori e Andrea Picco (Noi Mi Noaltris GO!) hanno depositato un ordine del giorno (https://forumgoriziablog.it/wp-content/uploads/2026/09/odg-Sartori-Eleonora.pdf) per impegnare il Sindaco e la Giunta di Gorizia a sollecitare il Governo italiano sui rilasci d’acqua da Salcano, sulla trasparenza dei lavori della Commissione mista e per l’esplicita esclusione di nuove opere infrastrutturali di sbarramento o invasi nel tratto italiano dell’Isonzo. Ma l’odg non è stato ammesso alla discussione e al voto dell’aula con una serie di grossolane motivazioni.
Sostanzialmente si è voluto impedire il dibattito politico sui temi già inquadrati nell’istanza di Forum Gorizia cui si era aggiunto, nell’odg, un punto assai urticante per la Regione Friuli Venezia Giulia: l’esplicita esclusione da parte del Consiglio comunale di nuove opere infrastrutturali di sbarramento o invasi nel tratto italiano dell’Isonzo e quindi del controverso progetto del bacino di rifasamento, alias dighetta alias duplice traversa sull’Isonzo, in Comune di Gorizia, a Piuma.
Un corto circuito istituzionale e amministrativo
Cerco di spiegare un meccanismo di scatole cinesi in atto.
Il progetto è sostenuto, senza esitazioni, dalla Regione con 14 milioni di euro assegnati al Consorzio di Bonifica della Venezia Giulia. Questo ente, che strutturalmente rappresenta gli interessi dei produttori agricoli sull’acqua per l’irrigazione e quelli dei proprietari privati di centraline idroelettriche che generano profitti con l’acqua dei canali di derivazione dal fiume, è progettista ed esecutore di un’opera di enorme impatto ambientale, la quale dovrà passare attraverso la V.I.A. da parte della stessa Regione che ha “esternalizzato” con delegazione amministrativa l’incarico a realizzarla. Va ricordato che l’Isonzo è un fiume di Classe 1 (demanio idrico principale di esclusiva competenza regionale ex L.R. FVG 11/2015), su cui il Consorzio non ha alcuna competenza propria, ma agisce esclusivamente in forza della delegazione amministrativa conferita dalla Regione.
Ci troviamo così di fronte al paradosso per cui l’incarico di progettare ed eseguire un’opera di enorme impatto su un bene demaniale primario viene «esternalizzato» a un ente portatore di specifici interessi economico-categoriali, per poi dover passare attraverso la Valutazione di Impatto Ambientale della stessa Regione che gliel’ha affidato e finanziato. Non è difficile notare come l’equilibrio degli interessi da tutelare e garantire si manifesti qui con prospettive davvero surreali.
Con una aggravante ulteriore. La V.I.A. del Piano generale di bonifica del Consorzio della Venezia Giulia è iniziata e non si è ancora conclusa: e quindi il progetto del bacino di rifasamento/dighetta/ duplice traversa non è stato valutato nel quadro ampio delle scelte strategiche di pianificazione e degli effetti ambientali complessivi, cumulativi e sinergici sull’intero territorio o bacino idrografico (VAS). Vista l’urgenza e le pressioni politiche, andrà a finire che otterremo una valutazione solo nel profilo della compatibilità ambientale di un’opera specifica nello specifico dettaglio esecutivo e localizzativo (VIA). Che è molto più facile.

La Regione Friuli Venezia Giulia a me pare cumuli su di sé tre funzioni che dovrebbero rimanere rigidamente distinte: la prima, quella di soggetto delegante, promotore e finanziatore; la seconda, autorità procedente per la V.A.S., la terza, autorità competente per la V.I.A. Esiste, chiedo, una definita e trasparente terzietà della Regione, pur nelle sue diverse articolazioni strutturali?
Con ciò faccio riferimento sia all’ articolo 7-bis, comma 6 del Testo unico Ambiente 152/2006 sia alla sua premessa eurounitaria, cioè la Direttiva europea VIA 2014/52/UE all’art. 9-bis (Article 9a), supportato dal Considerando 25, che afferma «1. Gli Stati membri provvedono affinché la o le autorità competenti svolgano i compiti derivanti dalla presente direttiva in modo obiettivo e non si trovino in una situazione che dia origine a un conflitto di interessi. 2. Qualora l’autorità competente sia anche il committente, gli Stati membri attuano, nell’ambito dell’organizzazione delle loro competenze amministrative, almeno una congrua separazione tra le funzioni confliggenti nell’esercizio dei compiti derivanti dalla presente direttiva».
Se la scelta politica e finanziaria a favore dell’opera è già stata assunta dai vertici regionali, la “terzietà” dell’istruttoria tecnica ambientale sussiste o non gliene importa niente a nessuno? Perché, qualora lo specifico segmento dell’attuale progetto fosse autorizzato con un provvedimento di V.I.A. prima della definizione della V.A.S., si verificherà la solita asimmetria tra i fatti amministrativo-burocratici e la realtà ecologica. Nel linguaggio formale delle procedure di V.I.A. e V.A.S. si parla spesso di “misure di mitigazione e compensazione” tuttavia ben sappiamo che l’inserimento di un’opera rigida di sbarramento in cemento all’interno dell’alveo dell’Isonzo altera in modo irreversibile la dinamica fluviale e la funzionalità ecologica del fiume.
Le novità di questi giorni
A seguito del blocco dell’ordine del giorno di Sartori e Picco, l’argomento trasmuta, con la velocità di un prestigiatore sul palco, nella successiva lettera inviata dal Sindaco al ministro degli Esteri. Molti copia e incolla dall’odg rimasto in anticamera del Consiglio, incluso quello sull’obsolescenza del quadro giuridico determinato dai Trattati negli Anni 70, con un dettaglio aggiuntivo dirompente: il sindaco provvede a declamare al Ministro, e all’assessore regionale all’ambiente che legge in copia, la propria, personalissima valutazione favorevole al progetto dell’invaso a Piuma, opzione che l’OdG originario chiedeva espressamente di escludere.
Questa specifica presa di posizione del sindaco, peraltro anche confusa, come si è letto sulla stampa locale, (https://piazzatraunikgorizia.blogspot.com/2026/09/isonzo-ll-sindaco-perora-linvaso-sul.html) è assolutamente anti democratica, perché inibisce la partecipazione del consiglio comunale eletto dai cittadini su un tema di assoluta rilevanza ambientale

Ed è anche un atteggiamento piuttosto greve, opinione ovviamente di chi scrive, negli scenari delle sue familiarità politiche con il referente dell’ambiente nella Giunta regionale, oltreché piuttosto sorprendente in vista dell’esercizio del nuovo incarico conferitogli, quello di presidente della Commissione permanente “Politiche Comunitarie e Internazionali” dell’ANCI. Se le premesse politiche della futura presidenza sono queste, esplicitate con l’autoinvestitura ad esprimere una solitaria presa di posizione favorevole al progetto del Consorzio di bonifica/Regione, non si capisce come saranno adeguatamente rappresentati dall’ANCI, in materia di politica estera e sulle tematiche di attualità comunitaria e internazionale, i quasi 8 mila comuni italiani.
Poi a Forum Gorizia arriva a metà settembre 2026, la risposta ufficiale del Direttore Generale del MASE, che con riferimento specifico ai punti dell’istanza ricevuta informa dell’inserimento nell’ordine del giorno della seduta della Commissione mista italo-slovena convocata a Gorizia il 30 settembre e 1° ottobre 2026: si tratta dei punti 3, 4, 5 e 12 che potete leggere qui: https://forumgoriziablog.it/wp-content/uploads/2026/09/Risposta-MASE-a-istanza-FORUM-GORIZIA.pdf
Una nuova prospettiva?
Quanto alla costituzione di una Commissione Internazionale per la tutela dell’Isonzo-Soča, il Ministero dell’Ambiente comunica di aver preso atto della proposta, avviando le relative valutazioni di merito, tecniche, giuridiche e istituzionali. Nel merito, sulla Commissione internazionale va detto che esistono già esperienze europee, e che questo tipo di istituzione sarebbe dotata di un’autorità e delle competenze che né l’ipotizzata Unità bilaterale di crisi né l’attivazione di un contratto di fiume transfrontaliero potrebbero rispettivamente possedere ed esercitare.
Ora che succede? La Commissione mista per l’idroeconomia sui temi dell’ordine del giorno produrrà secondo le proprie competenze (che, ricordo, sono attuative del Trattato di Osimo e dell’Allegato accordo di cooperazione economica). E noi cittadini, in attesa che sia attivata la promessa piattaforma digitale per allinearci ai principi di trasparenza e accountability della Convenzione di Aarhus dovremo ancora e ancora faticare per sapere cosa si sono detti, chi l’ha detto e magari anche perché.
Il nostro interesse non riguarda solo i punti dell’ordine del giorno che corrispondono all’istanza di Forum Gorizia, ma anche le prospettive che vengono introdotte dal punto 6: “Approvazione calendario di lavoro e attivazione gruppo di esperti per la definizione di un protocollo relativo alle attività di gestione dei sedimenti presso la diga di Salcano finalizzato a ridurre la torbidità delle acque a valle”.

Tutte le dighe del mondo condividono una sfida idrologica universale: l’interrimento, causato dalle opere di sbarramento di un fiume che provocando un progressivo accumulo di materiale ne riducono nel tempo la capacità utile d’invaso.
La diga di Salcano (Solkan) è entrata in funzione nel 1984, quindi da oltre quarant’anni raccoglie i sedimenti trasportati dall’Isonzo Soča. E noi, isontini transfrontalieri, sappiamo bene che in quei sedimenti ci sono mercurio (eredità storica delle miniere di Idria) e l’oscuro mix consegnato all’ambiente dalle produzioni industriali “pesanti” in area Kanal ob Soči.
Però abbiamo anche garanzie europee forti sulla trattazione del punto 6 da parte della Commissione mista: la Direttiva Quadro sulle Acque (2000/60/CE) e la Direttiva sulla Strategia per l’Ambiente Marino (2008/56/CE) impongono agli Stati membri di prevenire l’inquinamento alla fonte, mantenere il Buono Stato Ecologico/Ambientale (GES) e vietare operazioni impattanti come lo spurgo meccanico diretto o lo svaso incontrollato (flushing) quando i sedimenti contengano metalli pesanti. Quindi, la trattazione in Commissione Mista – affiancata dal monitoraggio congiunto della qualità delle acque (di cui al punto 4) – e qualsiasi scelta operativa sulla diga di Salcano dovrà essere inquadrata nel diritto eurounitario, coerente con i doveri di salvaguardia ambientale previsti nelle norme e con i diritti del fiume ad essere protetto e conservato in buono stato ecologico.
La cometa della legge 295/1995
Nella sua relazione al Senato, a luglio del 1995, sui contenuti di quella che sarebbe di lì a poco varata come Legge 13 luglio 1995, n. 295, il relatore senatore Roberto Visentin descrisse interventi urgenti e delicati, in parte eredità giacenti dalla fine della Guerra Fredda e in parte resi necessari dalla dissoluzione della federazione jugoslava e dalle nuove relazioni bilaterali con le indipendenti Repubbliche di Slovenia e di Croazia (tra cui, ad esempio, lo sblocco di fondi per istituzioni e organizzazioni delle minoranze slovene in Friuli Venezia Giulia). Va detto che il lavoro istruttorio coordinato dal relatore Roberto Visentin in terza Commissione (Affari Esteri) aveva già armonizzato le spinte fortissime provenienti dal territorio e contrarie alla diga con le forze politiche sia di maggioranza sia di opposizione: si andò a votare concordi sul fatto che l’opera era ecologicamente e politicamente insostenibile.
L’intervento di Visentin stranamente non viene mai citato nonostante esplicitasse fin da allora una profonda rivoluzione, ma andrebbe invece ricordato a coloro che si ostinano, creando un guazzabuglio di inesistenti appigli pseudo giuridici, a parlare degli obblighi a costruire un bacino di rifasamento in territorio italiano (obbligo che peraltro non sta scritto né nel Trattato di Osimo né nell’Accordo di cooperazione economica, in cui si prevedevano una centrale idroelettrica e un bacino di rifasamento in territorio jugoslavo con joint venture tra le due Nazioni), In quell’atto si compie formalmente il passaggio politico e finanziario che sancisce l’abbandono definitivo del vecchio progetto della diga sull’Isonzo.
Qua in Italia o là in Slovenia che fosse, lo scopo era produrre energia idroelettrica e creare una traversa di rifasamento che garantisse una portata costante e un flusso d’acqua regolare (circa 23 metri cubi al secondo) per le esigenze irrigue e agricole della piana di Gorizia.
Le parole di Visentin: “I finanziamenti originariamente previsti per la cooperazione economica con l’ex Jugoslavia vengono qui espressamente rimodulati. In particolare, le somme precedentemente vincolate alla costruzione di una diga a valle di Salcano, prevista dagli accordi di Osimo, non verranno erogate per tale opera. Tale progetto è stato fortunatamente abbandonato perché avrebbe avuto un devastante impatto ambientale sul fiume Isonzo in territorio italiano.”
La Legge del 1995 dunque costituisce il cambio di rotta dello Stato italiano, anticipatorio delle future politiche ambientali europee, una sorta di cometa che indicava una direzione rispetto alla quale siamo andati in direzione ostinatamente contraria. Non so nemmeno come sia stato possibile che a metà degli anni ‘90 arrivasse in Parlamento la visione dell’Isonzo-Soca come un’unica entità ecologica condivisa.
Con l’articolo 2 i fondi milionari originariamente stanziati e vincolati alla costruzione della diga di Salcano vengono stornati e riutilizzati per il “Programma di interventi per la esecuzione di opere di sistemazione idraulica e di risanamento delle acque del bacino dell’Isonzo”. Dalla diga alla salvaguardia ecologica, e la gestione passa in mano alla neonata Autorità di bacino.
Nel dettaglio, e con i numeri in lire, con la ripartizione dei 75 miliardi di lire, 5 miliardi furono destinati specificamente alla redazione degli studi del piano di bacino, suddivisi tra versante sloveno (1,9 miliardi tramite il Ministero Esteri) e versante italiano (3,1 miliardi), affidandone il coordinamento unitario all’Autorità di Bacino dell’Isonzo. I restanti 70 miliardi vennero vincolati alla realizzazione di interventi urgenti di sistemazione idraulica e risanamento, sulla base di un programma di interventi adottato dall’Autorità di bacino, nel rispetto dei princìpi del redigendo piano di bacino, estendibili anche oltre confine se funzionali alla tutela del territorio italiano.

Poi il corto circuito
Il contrasto tra la visione strategica del 1995 la gestione attuale dell’Isonzo misura, a dirla chiara, l’inefficacia delle trasformazioni geopolitiche avvenute, come l’ingresso della Slovenia nell’Unione Europea che, almeno sulla carta, politiche ambientali ne ha sfornate con diligenza, e dell’operato della Commissione mista per l’idroeconomia.
La sistematica riproposizione del bacino di compensazione (o rifasamento, o quel che volete) nel Comune di Gorizia è la rinuncia, o forse l’incapacità a risolvere le criticità della portata del fiume tramite un accordo vincolante con la Slovenia sui rilasci idroelettrici e sull’applicazione di un reale Deflusso Ecologico.
I 14 milioni di euro stanziati dalla Regione FVG per un’opera di accumulo e regimazione interna ne sono la conferma: la risposta politica alla gestione dell’impianto idroelettrico, invece di spostarsi pacificamente a Bruxelles, si riduce all’adattamento difensivo e alle opere cementizie, delle cui positive risultanze per la vita del fiume si è detto molto ma dimostrato quasi nulla, mentre è chiarissima l’alterazione ambientale che verrà determinata a danno del già barcollante ecosistema.
Si riconosce implicitamente che non c’è modo di discutere quando le portate effettive dei flussi d’acqua dipendono dalle fluttuazioni dei prezzi dell’energia anziché dai regimi idrologici naturali e che non ha risvolti internazionali la norma di infinito buon senso per cui diritto sull’acqua di chi sta a monte non è mai assoluto, ma è limitato dal dovere di non pregiudicare l’ultimo utilizzatore a valle. Certo, per fare questi discorsi servono bravissimi diplomatici e autentici statisti. Non certo dirigenti della pubblica amministrazione o presidenti di consorzi irrigui.
Forum Gorizia. Scrive sul suo blog ambientalista e antifascista, Piazza Traunik.https://piazzatraunikgorizia.blogspot.com/


