
Germania in armi, il ‘900 non è servito a niente
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Riprendiamo questo intervento dalla rivista online Ossigeno, periodico di attualità e cultura edito da People, distribuito in libreria e online.
Improvvisamente non conta più nulla. Un mondo intero – il nostro – è invecchiato e si è quasi polverizzato in un giro brevissimo d’anni. Fino a ieri la pace era serenamente pace, ora la guerra è orgogliosamente guerra. Non nel senso di una singola guerra, ma di un’economia di guerra, una società di guerra, presto una stampa di guerra, una scuola di guerra e ovviamente un esercito di guerra. Il cambio di paradigma dà le vertigini in tutta Europa, ma visto dalla Germania procura una sensazione di persistente e resistente incredulità. Non ci si può credere che sia successo e stia succedendo proprio qui. Da ottant’anni era uno dei Paesi più pacifici d’Europa. Talmente pacifico che nel 2010 il Presidente della Repubblica Horst Köhler si dimise per avere affermato che le forze armate dovevano potere intervenire a difesa degli interessi economici nazionali. Provò a giustificarsi, a contestualizzare, ma non ci fu verso: un Presidente che parlava di guerra era incompatibile con la missione di pace della Repubblica Federale Tedesca. Ancora nel 2018, quando l’allora e attuale Presidente Frank-Walter Steinmeier volò a Madrid per inaugurare la mostra antologica del grande pittore espressionista Max Beckmann, non parlò di correnti artistiche e scambi culturali, ma di pace: “Quest’esposizione ci rammenta da dove viene l’Europa. E ci ammonisce a proteggere ciò che abbiamo raggiunto in decenni di pacifica costruzione europea. Purtroppo in molti svalutano, quando non dimenticano del tutto, il valore essenziale della nostra Europa unita, ovvero questi settant’anni di pace”. La pace prima di tutto. Il milite ignoto italiano è ospitato a Roma nella faraonica quinta dell’Altare della patria, alias Vittoriano. Il milite ignoto tedesco è ospitato a Berlino nella Neue Wache (Nuova Guardia), un tempietto dorico spoglio all’esterno e vuoto all’interno. Ma non è un vuoto qualsiasi: l’unica sala ha un’apertura sulla volta che la illumina e la espone alle intemperie. Tutt’attorno non c’è nulla, al centro solo una statua talmente scura e talmente compatta da sembrare un meteorite. All’indomani della riunificazione fu Helmut Kohl a volere che i caduti delle due guerre mondiali e della dittatura nazista fossero vegliati da quest’essenziale Pietà della grande scultrice Käthe Kollwitz. In Germania, Kollwitz è conosciuta soprattutto per un manifesto del 1924 che con tratto deciso urlava e urla “Nie wieder Krieg!”, “Mai più guerra!”.

La svolta tedesca di questi ultimi anni è stata talmente traumatica e definitiva che ha dovuto radicarsi nel linguaggio. Ci volevano dei chiari segnavento verbali per indicare la nuova rotta verso l’ignoto di guerra. Nel febbraio 2022, a quattro giorni dall’invasione russa dell’Ucraina, il cancelliere socialdemocratico Olaf Scholz promise un riarmo da cento miliardi di euro parlando al Bundestag di Zeitenwende, cambiamento epocale. Nell’ottobre 2023 è stato il ministro della Difesa Boris Pistorius, compagno di partito di Scholz, a chiamare i tedeschi tutti a diventare kriegstüchtig, pronti alla guerra. Di Kriegstüchtigkeit, preparazione alla guerra, fino a quel momento si era parlato solo in ambienti militari per considerazioni strettamente tecnico-logistiche. Ma Pistorius ne evoca la necessità all’ora di punta in un’intervista al secondo canale televisivo pubblico. Da allora la guerra non è più un tabù, e le veline dei servizi segreti di mezzo mondo contribuiscono a normalizzarne l’impatto prevedendo il prossimo conflitto nel 2027, 2029, 2030, comunque presto, comunque di sicuro. Se l’attuale cancelliere democristiano Friedrich Merz ha tradotto il nuovo clima politico e culturale nell’impegno piuttosto rozzo e inquietante a creare “l’esercito convenzionale più potente d’Europa”, la rivista ufficiale della Bundeswehr, le forze armate tedesche, parla più sottilmente di “impulso per l’intera società”: “La capacità di difesa e la preparazione alla guerra sono un compito cruciale dello Stato e della società nel suo complesso”. È il mondo al contrario. Non è più la società che impartisce direttive ai militari, ma sono i militari che indicano la via alla società “nel suo complesso”. Dove tutto questo ci possa, o forse ci debba portare, lo svela lo stesso articolo della stessa rivista: “Dobbiamo prendere esempio dall’Ucraina che ha usato gli otto anni tra l’annessione della Crimea e l’inizio dell’invasione russa per preparare il proprio esercito e soprattutto la propria popolazione a una possibile guerra. Anche in Germania questa preparazione è ora urgente e necessaria”. Prendono a esempio l’Ucraina. Evidentemente anche la sua distruzione. I leader civili e militari della nuova Germania inseguono la guerra, la danno per scontata. Quando sarà il momento la dichiareranno con gli stessi hurrà che in tutta Europa salutarono l’inizio del primo conflitto mondiale nell’agosto 1914.
Il militarismo tedesco non ha bisogno di presentazioni. Gli si imputano due guerre mondiali, è stato l’assoluto protagonista negativo delle tragedie del Novecento. Meno conosciuto è l’antimilitarismo tedesco. Un antimilitarismo sofferto, radicale, aggressivo, che nasce e cresce nelle trincee della Prima Guerra Mondiale, assume il volto di milioni di reduci e mutilati, e negli anni Venti dello scorso secolo prende la parola con libri, quadri, disegni, filmati, fotografie. Dopo essersi liberata del Kaiser, Berlino vuole liberarsi della guerra, e il grande scrittore, umorista e giornalista Kurt Tucholsky parla per tutti quando compone i versi di “Guerra alla guerra!”: “Fratelli, fratelli, serriamo le fila! Fratelli! Che non si ripeta mai più!”. L’espressionista Otto Dix pubblica una fulminante raccolta di cinquanta disegni senza redenzione che intitola semplicemente “Der Krieg” (la guerra). George Grosz subirà tre processi per le sue raccolte di disegni e acquerelli che mettono a nudo l’intreccio tra guerra e capitale, terribili mutilazioni della povera gente e lussi sfrenati dei capitani d’industria. A Berlino ho avuto la fortuna di incontrare Ralph Jentsch, gallerista e storico dell’arte che da trent’anni studia l’opera di Grosz e ne gestisce il lascito di proprietà della famiglia. È stata un’ora di conversazione straordinaria, in mezzo a quarantamila volumi, decine di stampe, e cimeli storici come la fibbia da soldato “Gott mit uns” che a Grosz ispirò l’omonima raccolta di stampe antimilitariste. Jentsch ha una copia della cartella “Hintergrund” (retroscena), di cui stende sul tavolo tre disegni: un prete che sparge munizioni invece di buoni consigli, due generali che si tengono per mano e il famoso Cristo in croce con la maschera antigas che valse a Grosz quattro anni di processi nella Repubblica di Weimar. Li minacciavano, li accusavano, li processavano, ma loro non si fermavano. Dovevano dirlo che la guerra è merda per gli uni e oro per gli altri, e che soprattutto non passa: gli uni hanno combattuto e restano senza un braccio, gli altri ne hanno approfittato e tengono la pancia piena. “Der Krieg”, la guerra, si chiama una possente raccolta di disegni della già citata Käthe Kollwitz, mentre lo stesso Max Beckmann, che pure partì volontario e nei primi mesi scriveva a casa che la guerra “nutriva” la sua arte, tornò mentalmente stravolto e avrebbe continuato per anni a sognare i cadaveri dei compagni.

È strano. Tutto questo a Berlino vibra ancora nello storico Antikriegsmuseum (Museo antiguerra) di Brusseler Strasse, nel quartiere di Wedding. Ma sempre a Wedding stanno ultimando uno stabilimento di munizioni che è diventato il simbolo del contrordine generale in cui siamo precipitati tutti, Germania in testa. L’Antikriegsmuseum fu fondato nel 1925 da Ernst Friedrich, anarchico pacifista che, tra un arresto, un processo e un’incarcerazione, pubblicò il libro di culto del pacifismo europeo: “Guerra alla guerra”, uscito in italiano qualche anno fa con la preziosa prefazione di Gino Strada (Mondadori, 2004). Il museo originale di Friedrich ovviamente fu spazzato via dagli sgherri di Hitler che lo trasformarono in camera di tortura per gli oppositori al regime. A rifondarlo e rilanciarlo è stato quarant’anni fa Tommy Spree, nipote di Friedrich e come lui instancabile divulgatore dei disastri della guerra. Spree è un professore in pensione di 86 anni, che all’opera e alla memoria del nonno ha dedicato buona parte delle sue energie adulte. Ci accoglie tra pile di libri e montagne di ricordi, che parlano del nonno e di quando il nonno parlava al nipote: “Non ha mai smesso di sognare un mondo senza guerra. Anche dopo la Seconda Guerra Mondiale, che lui combatté da partigiano disarmato nelle file del maquis francese, continuò a dare vita a progetti comunitari nonviolenti”. Al centro del libro e del museo di Friedrich c’erano e ci sono i volti dei mutilati che testimoniano dell’orrendo dopoguerra seguito all’orrenda guerra. Tommy Spree ci rivela che fu un primario dell’ospedale Charité a contattare il nonno perché divulgasse le fotografie dei suoi pazienti che al fronte avevano perso braccia, gambe, occhi, bocca, cranio. Ecco la guerra, come non l’avevamo mai vista. Quando Kurt Tucholsky ebbe in mano il libro dell’amico Friedrich scrisse una frase fulminante che mandò in bestia i i dignitari del tempo: “Chi vede queste immagini senza rabbrividire non è un essere umano. È un patriota”.
Guerra alla guerra. Mai più guerra. In prosa, poesia, immagini, canti, comizi. Dopo la caduta del nazismo e la conversione europea, sembrava che per i tedeschi tutto questo fosse ormai una seconda pelle. Eppure qualche indizio c’era: Ralph Jentsch potrebbe parlare per ore del perché tra i cento e passa musei di Berlino non ce ne sia uno dedicato al grande berlinese George Grosz. Tommy Spree mi fa notare una cosa: “La famosa quadriga sulla Porta di Brandeburgo ha una corona d’alloro. Fino alla caduta del Muro era vuota in segno di pace, dopo è stata integrata con l’originaria croce di ferro delle forze armate tedesche. Ho chiesto di toglierla. Non mi hanno nemmeno risposto”. Piccoli indizi da nulla. Che in tempi di Zeitenwende sembrano precoci segnali di fumo. È stato tutto troppo repentino, semplice, definitivo. Sempre a Wedding, a un paio di fermate di metropolitana dall’Antikriegsmuseum, c’è una fabbrica che fino al 2025 fa produceva componentistica per i campioni dell’automotive che hanno fatto della Germania un gigante economico. Ma ormai quel gigantismo è in crisi, colpito dalla concorrenza cinese, e allo stesso tempo non basta, perché Berlino punta a ridiventare un colosso politico e militare. Il budget della Difesa è passato dai 45 miliardi di euro del 2020, ai 140 del 2027, e il nuovo campione tedesco non è più Volkswagen ma Rheinmetall, azienda che faceva tante cose ma che oggi è soprattutto il primo produttore di munizioni e il quarto fornitore d’armamenti d’Europa.

È la prima volta dalla seconda guerra mondiale che a Berlino si tornano a fabbricare armi. A Wedding, Rheinmetall produceva componenti automobilistiche, ora sfornerà bossoli per proiettili da 155 mm. È un piccolo tassello di un enorme gruppo bellico, che anno su anno ha visto crescere il fatturato del 39 per cento, i profitti del 74. E siamo solo all’inizio: “Ormai i soldi sono qui, la Germania si sta dirigendo verso un futuro di ricerca, sviluppo e produzione sempre più legato al militare” mi dice Milla Mallikas, portavoce del Berliner Bündnis gegen Waffenproduktion (Coalizione berlinese contro la produzione di armi). Gli allegri cantori della Zeitenwende parlano di tecnologia, innovazione, occupazione. Dimenticano due guerre mondiali, e dimenticano di dire che Rheinmetall ormai supera Volkswagen per capitalizzazione in Borsa, ma continua ad avere meno di un decimo dei dipendenti del colosso di Wolfsburg. A Wedding ne lavorano quattrocento. La fabbrica è protetta da transenne, droni, polizia, guardie private e filo spinato “a rasoio”, quello che non punge ma dilania la carne. È uno scenario decisamente kriegstüchtig, pronto alla guerra, che esalta gli azionisti di Rheinmetall ma allarma la vasta galassia di associazioni e comitati di quartiere che hanno dato vita al Berliner Bündnis: “Siamo scesi in piazza già tre volte e scenderemo ancora. Tra di noi ci sono simpatizzanti di sinistra, militanti contro il genocidio, giovani, anziani e tanti cittadini comuni preoccupati per il proprio quartiere”. Chiedo a Mallikas se il riarmo, Rheinmetall, quest’impianto e i componenti automobilistici convertiti in bossoli per munizioni, siano diventati un tema da campagna elettorale per le prossime elezioni del Land di Berlino: “Non ne parla nessuno, nemmeno la Linke (la formazione di sinistra favorita per la corsa a sindaco, ndr). Eppure i tagli allo stato sociale di cui si lamentano tutti sono direttamente proporzionali all’aumento delle spese militari contro cui protestiamo in pochi”. Un quartiere si mobilita, ma attorno tutto tace. Nessuno sta facendo l’impossibile per evitare la prossima guerra. Mi immagino Grosz, Dix, Kollwitz, Tucholsky e Friedrich davanti al filo spinato di Rheinmetall. Ce l’hanno messa tutta, non è servito a nulla. Dal prossimo anno i giovani tedeschi tornano nei centri di reclutamento. Fino al 2011 ci si andava per il servizio di leva. Dal 2027 rischiano di finire in guerra.
Le immagini nel testo sono tratte dal sito https://retepacedisarmo.org/
Giornalista, è stato caporedattore del mensile Reset, redattore di Io Donna – Corriere della Sera e collaboratore per 12 anni del Venerdì di Repubblica. Nel 2024 ha pubblicato “Gaza, la scorta mediatica. Come la grande stampa ha accompagnato i massacri e perché me ne sono chiamato fuori” (People). I suoi ultimi libri, scritti sempre per People con il giornalista palestinese Alhassan Selmi, sono “Hassan e il genocidio” e “Il popolo meraviglioso”.


