
Dossier statistico immigrazione 2026: i numeri crescono, le disuguaglianze pure
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Un mondo sempre più plurale, ma allo stesso tempo sempre più diseguale. Questa l’estrema sintesi della fotografia scattata anche quest’anno dal Dossier statistico Immigrazione del Centro Studi e Ricerche IDOS, giunto alla 36° edizione. Alla crescita del fenomeno migratorio (a livello nazionale come pure nella nostra regione) non sembra corrispondere un avanzamento delle condizioni e prospettive di vita di studenti e lavoratori stranieri. Le disuguaglianze con la popolazione autoctona continuano a crescere, preannunciando l’acuirsi di situazioni di contrasto le cui avvisaglie (prima all’estero e poi in Italia, come spesso accade) già iniziano a manifestarsi. Ma partiamo dal quadro globale.
Da 8,2 miliardi di popolazione mondiale nel 2025, arriveremo a sfiorare i 9,7 miliardi nel 2050 (+17,6%). La crescita demografica si concentrerà soprattutto nel Sud del mondo, mentre l’Europa perderà il 4,4% della sua popolazione. La popolazione africana passerà invece da 1,5 a 2,5 miliardi di persone. A questa asimmetria demografica si sovrappone quella economica: l’Africa ospita il 18,8% degli abitanti del pianeta, ma detiene appena il 5,5% del Pil globale a parità di potere d’acquisto; il suo Pil pro capite è di circa 7.500 dollari, contro quasi 58.000 in Europa e oltre 87.000 in America settentrionale. È anche dentro questo squilibrio di popolazione, reddito e opportunità che vanno lette le migrazioni internazionali.

Famiglie, lavoratori, studenti. I numeri
Alla fine del 2024, peraltro, i migranti nel mondo erano 307 milioni, con oltre il 96% della popolazione che continua a vivere nel paese di nascita e cittadinanza. Percentuali che di certo non giustificano la definizione di “invasione”, tesi che purtroppo sempre più spesso si cerca di accreditare a livello di opinione pubblica e di elettorato. A livello nazionale, i dati provvisori pubblicati dall’ISTAT per il 2025 indicano una presenza straniera di poco superiore ai 5,5 milioni di persone, in crescita del 3,5% rispetto al 2024. Anche in Friuli Venezia Giulia le presenze, stimate per il 2025 in oltre 126.000 (rispetto ai quasi 122.000 del 2024), costituiscono il 10,6% (superiore di oltre un punto percentuale alla media nazionale) della popolazione complessiva, con un picco del 14% in provincia di Gorizia.
In crescita anche la popolazione scolastica, ma qui vediamo il primo elemento di quella disuguaglianza stranieri/italiani che minaccia di diventare un carattere strutturale del nostro Paese. Mentre nelle scuole si registra il contemporaneo calo della popolazione scolastica totale (-9,8% negli ultimi 10 anni) e la crescita della componente straniera (+15% circa), prosegue la tendenza, da parte degli studenti con cittadinanza non italiana (2/3 dei quali sono comunque nati in Italia) a rivolgersi a percorsi scolastici immediatamente professionalizzanti (come gli istituti tecnici e la formazione professionale), che possono più facilmente sfociare in un rapido inserimento nel mercato del lavoro, una volta conclusa la formazione. È facilmente prevedibile che tali scelte (che in realtà spesso sono obblighi imposti dalla precarietà economica delle famiglie) andranno a ripercuotersi sulla collocazione degli stranieri nel mercato del lavoro.
Degli oltre 500.000 lavoratori e lavoratrici in regione, l’11,5% (dato in crescita) è rappresentato da stranieri, il cui tasso di disoccupazione (9,8%) risulta però superiore al doppio della media regionale (4,6%) e due volte e mezza quello degli italiani (3,9%). Anche la distribuzione degli italiani e degli stranieri per tipologia professionale vede i primi prevalere nel gruppo dei dirigenti e delle professioni intellettuali e tecniche (41,2% contro 9,2%), mentre i secondi nel lavoro manuale specializzato (42,6% contro 22,9%) e soprattutto nel lavoro manuale non qualificato (19,6% contro 6,9%). È dunque evidente che un accesso differenziato ai livelli di istruzione scolastica spiana la strada ad una segmentazione del mercato del lavoro, in cui agli stranieri rimangono di fatto i cosiddetti lavori delle cinque “P”, definiti dal sociologo Maurizio Ambrosini come quelli pesanti, pericolosi, precari, poco pagati e penalizzati socialmente. Non stupisce dunque che negli ultimi sei anni gli infortuni occorsi a lavoratori italiani siano calati del 3,3%, mentre quelli riguardanti gli stranieri siano aumentati del 10,9%.

Il futuro demografico italiano è già scritto
La segregazione occupazionale è certo una novità in Italia e nella nostra regione, ma la cattiva notizia è che, invece di rallentare, continua a crescere. Una partecipazione “differenziata” al mercato del lavoro, inoltre, non è certo nell’interesse di un paese come l’Italia, che presenta dinamiche demografiche preoccupanti.
Come rileva il presidente di IDOS, Luca Di Sciullo, nella presentazione nazionale del Dossier a Roma, “nel 2025 abbiamo infatti inanellato il sesto record negativo di nascite dal 1870, e ci avviamo a segnare probabilmente il settimo, nel 2026, dal momento che a mancare sempre più non sono solo i neonati, ma anche i loro potenziali genitori: già oggi 1 italiano su 4 ha più di 65 anni e tra 24 anni sarà 1 su 3, con persone ultra85enni e sole che raddoppieranno, per cui esploderà il fabbisogno di badanti e colf, e crollerà quello di baby-sitter. Non solo: il saldo demografico degli italiani, tra decessi che superano le nascite ed emigrati che superano i connazionali di ritorno, è negativo di 385mila unità: il che vuol dire che ogni 3 anni perdiamo oltre 1.150.000 italiani. In particolare, sono 109.000 quelli che hanno lasciato il Paese nell’ultimo anno, dei quali ben la metà ha tra 18 e 35 anni, un terzo è diplomato e un altro terzo è laureato. Quindi ogni 12 mesi perdiamo decine di migliaia di giovani altamente istruiti: praticamente non solo il futuro, ma il futuro più brillante. Inoltre più della metà degli attuali occupati in Italia è ultra50enne, il che vuol dire minore resa produttiva, minore capacità di stare al passo con l’innovazione tecnologica, minore competitività sui mercati internazionali; quindi meno commesse, meno ricchezza, più chiusure di aziende e imprese, più licenziamenti e gente a casa. Alla fisiologica perdita di posti di lavoro (perché mancano sia giovani che rimpiazzino chi va in pensione, sia italiani che vogliano – e soprattutto sappiano – ancora fare certi lavori), si aggiunge il deterioramento strutturale del sistema produttivo nazionale. Non a caso, le imprese degli italiani diminuiscono o al massimo ristagnano, quelle a guida immigrata, in Italia, non solo volano (da anni e anche in tempi di crisi) ma danno anche lavoro a sempre più italiani.

La “remigrazione” è peggio di un autogoal
In sintesi, dunque, gli immigrati tamponano la crisi demografica, coprono carenze strutturali dell’occupazione, alimentano la ricchezza nazionale. Inoltre non solo con le rimesse inviate in patria (8,7 miliardi nel 2025, quasi 182 milioni in regione, con una crescita del 4,7%) aiutano l’economia dei Paesi d’origine più di quanto faccia l’Italia, ma con i loro contributi previdenziali rendono anche possibile, da noi, pagare pensioni e indennità di sempre più italiani a riposo, disoccupati o inattivi”.
E allora, se questa è la realtà che ci raccontano i numeri, è evidente che non è certo predicando la remigrazione che risolveremo i problemi che affliggono le nostre società (da quella europea a quella della nostra regione). Perfino lasciando da parte argomentazioni di tipo umanitario (peraltro inoppugnabili), un semplice pragmatismo socio-economico ci indica che la via da percorrere è quella dell’inclusione di milioni di persone che sono a tutti gli effetti nostri concittadini, smettendola di tenerli in bilico fra dentro e fuori, nella speranza che se ne vadano.
Inclusione significa prima di tutto il rapido riconoscimento della cittadinanza (senza perdere altro tempo prezioso) come minimo a quanti in questo Paese sono nati, anche come riconoscimento degli sforzi di adattamento fatti dai loro genitori primo-migranti. Sono ragazzi e ragazze sospesi in un limbo in cui il paese dei loro genitori non li riconosce, e quello in cui sono socializzati li tiene a distanza. La loro pazienza non durerà in eterno, e fuori dall’Italia possono esserci altre opportunità a cui rivolgersi.
Immagini e schede statistiche: Riproduzione autorizzata dal Dossier Statistico Immigrazione 2026, edito dal Centro Studi e Ricerche IDOS in collaborazione con Confronti e Istituto S. Pio V (dossierimmigrazione.it).
Nato a Roma, 1957, dopo quindici anni di lavoro in Italia e all’estero nel settore della cooperazione internazionale, si dedica da oltre venti anni allo studio del fenomeno migratorio e all’attività di consulenza per conto di enti pubblici e privati. Dal 2013 referente regionale del Centro Studi e Ricerche IDOS per il Friuli Venezia Giulia, ha al suo attivo diverse pubblicazioni e rapporti di ricerca, docenze per conto di enti pubblici e privati (fra cui l’Università di Udine e diversi enti di formazione), come pure la partecipazione a numerosi progetti di integrazione economica e sociale degli stranieri.
- Paolo Attanasio


