
Benvenuti e benvenute a scuola, inizia l’anno scolastico
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Questo che pubblichiamo ci è sembrato un originale modo, contemporaneamente ragionato e coinvolto, di rivolgersi a studenti e studentesse, famiglie, corpo docente e non docente per iniziare un percorso insieme. Sulla scuola, sui giovani, in questi giorni si dibatte a proposito o meno. Qui c’è una scelta di lemmi che inducono alla riflessione. L’intero dizionario si può leggere qui: https://itstkennedy.edu.it/pagine/anno-scolastico-istruzioni-per-luso

Nel 1978 Georges Perec pubblicò un romanzo che è insieme un palazzo e un inventario: undici piani di rue Simon-Crubellier osservati come se qualcuno avesse tolto la facciata, stanza per stanza. “La vita istruzioni per l’uso” è un titolo affettuosamente ironico: proprio perché la vita non ha istruzioni, vale la pena scriverne.
Il primo giorno di lezione succede qualcosa di simile. La scuola si rivede tutta insieme: i ragazzi sulle scale, i laboratori lucidi, la segreteria alle prese con una piattaforma. Non comincia una linea del tempo, si accende una planimetria. Perec sapeva che elencare è già pensare, e che l’ordine alfabetico è il più onesto, perché non gerarchizza.
Provo con le voci che quest’anno tornano nei corridoi, o nella mia testa, più che nelle circolari. Scrivo da una posizione dichiarata: ciascuno di quei ragazzi vale per sé e non per il rendimento che produce, e una scuola pubblica esiste soprattutto per quelli che, senza di essa, non avrebbero altrove.
Accessibilità.
Non riguarda solo rampe e ascensori, ma anche la lunghezza di una consegna, il corpo di un carattere, la sintassi di una verifica. Rendere accessibile un testo non significa abbassarlo, ma togliergli gli ostacoli estranei a ciò che si vuole insegnare. Quando lo si fa per uno, quasi sempre ne guadagnano venticinque.
Affettività.
Il dibattito pubblico è rumoroso, la pratica quotidiana muta. Intanto in aula le relazioni ci sono comunque, e si imparano guardando come gli adulti si parlano davanti ai ragazzi. Quella lezione la stiamo già impartendo, e non sempre sappiamo quale sia.
Bartlebooth.
In Perec è l’uomo che dedica cinquant’anni a un progetto perfettamente simmetrico e inutile, e muore con in mano il pezzo sbagliato. È il personaggio più scolastico del Novecento. Ogni settembre prepariamo slide divise in ambiti, ogni giugno constatiamo che l’anno è andato dove voleva lui. Non è un fallimento: se il piano coincidesse con il risultato avremmo un processo industriale, non delle persone.
Calendario.
Poco più di duecento giorni, con il Carnevale a febbraio come una boa. Il calendario dice il contenitore, non il contenuto, e quei giorni non sono omogenei: trenta valgono il doppio, una settimana di novembre non vale niente.
Comunità.
È una parola logora e ancora esatta. Una scuola non eroga un servizio a degli utenti: tiene insieme adulti e ragazzi che non si sono scelti. La comunità c’è quando il problema di un collega diventa di tutti prima di diventare la pratica di qualcuno, e lo si vede il giorno in cui qualcosa va storto. È la differenza, cara a Mounier e Maritain, tra un collettivo che somma individui e una comunità che riconosce persone: nel primo chi resta indietro è un dato, nella seconda è un nome.
Corpo.
Sta seduto cinque o sei ore, e ne parliamo poco. In laboratorio diventa centrale: il gesto tecnico, la distanza dall’utensile, la postura di chi sa cosa sta facendo. Lì la scuola ammette che si impara anche con le mani, in una tradizione che, molto prima di ogni riforma, aveva messo sullo stesso piano lavoro e preghiera. C’è poi il corpo adolescente, guardato, fotografato e misurato come mai prima, quasi sempre fuori dall’orario scolastico. Quello sguardo non possiamo governarlo. Possiamo però evitare di aggiungerne uno nostro, e accorgerci di chi, in palestra o in officina, trova sempre un motivo per restare fuori.
Culture.
Nelle classi convivono lingue d’origine, dialetti, italiani domestici di grana diversa. Le tentazioni sono due: trattarli come un deficit, oppure celebrarli in una giornata dedicata e archiviare la questione. In mezzo c’è il lavoro vero, che è lento: riconoscere che chi possiede più codici ha più strumenti di analisi, se qualcuno glielo fa notare. Chi parla dialetto in casa e italiano a scuola sta già traducendo, e vale per il friulano come per l’arabo. E nella tradizione a cui molti di noi appartengono l’accoglienza di chi viene da fuori non è una virtù accessoria: è il criterio stesso del giudizio.
Dispersione.
Quella esplicita si conta. Quella implicita, chi arriva al diploma senza aver imparato quasi nulla, si vede solo se si guarda. È la disuguaglianza meglio nascosta, perché ha l’aspetto rassicurante di una promozione. Il pastore evangelico che lascia novantanove pecore per cercare l’unica che manca è un modello gestionale indifendibile. Come criterio di giudizio su una scuola, non ne conosco di più esigenti.
Errore.
In latino errare significa vagare, andare per tentativi; l’idea di colpa è arrivata dopo. In officina il pezzo storto si misura e si rifà, senza che nessuno pensi di avere davanti una persona sbagliata. In aula l’errore compare quasi sempre troppo tardi, dentro una verifica che lo trasforma in numero. Una didattica seria si giudica da quanto costa sbagliare prima della valutazione: se costa poco i ragazzi provano, se costa la faccia imparano solo a non esporsi. Vale anche per gli adulti: un collegio in cui nessuno dice mai di non aver capito ha smesso di ragionare da un pezzo.
Fatica.
Quella dei ragazzi non è distribuita in parti uguali. Lo stesso compito costa ore diverse a seconda di ciò che si trova in casa: libri, un adulto disponibile la sera, una lingua domestica simile a quella del manuale. Bourdieu e Passeron l’hanno chiamato capitale culturale. Una scuola convinta di chiedere a tutti la stessa cosa chiede molto di più a chi arriva senza i codici, e poi chiama merito la differenza.
C’è poi la fatica dei docenti, ancora trattata come un difetto di carattere e non come una variabile organizzativa. Una scuola che non sa nominarla la paga in qualità della relazione.
Genere.
Ci sono due piani da tenere separati. Il primo è quantitativo: nei percorsi tecnici le ragazze restano poche, e la scelta è fatta molto prima dei quattordici anni, in famiglia, nelle immagini, in ciò che a una bambina viene detto che le riesce bene. Il secondo si gioca in aula: chi prende la parola e chi aspetta, chi viene interrotto, a chi si affida il montaggio e a chi la relazione scritta. Sono dettagli minuscoli, misurabili da chiunque decida di contarli per una settimana.
Innovazione, vera e falsa.
La falsa cambia il supporto e lascia intatta la domanda: la lavagna diventa schermo, il compito resta lo stesso. La vera sposta la fatica cognitiva dalla parte giusta del banco. Se a fine ora chi ha lavorato di più è ancora l’insegnante, abbiamo comprato un dispositivo, non cambiato una didattica. Vale anche per l’intelligenza artificiale, che entra nei funzionigrammi con caselle nuove: referenti, registri dei sistemi, gruppi per l’alfabetizzazione prevista dall’articolo 4 del Regolamento europeo 2024/1689. Sono pezzi nuovi in una scatola vecchia: il rischio non è che non entrino, è che entrino troppo bene.
Merito.
È una parola giusta se significa riconoscere lo sforzo di ciascuno. Diventa equivoca se dimentica che ogni risultato somma uno sforzo e un punto di partenza che nessuno si sceglie. L’articolo 3 della Costituzione non chiede di premiare chi arriva primo, ma di rimuovere gli ostacoli al pieno sviluppo della persona. Don Milani diceva che nulla è più ingiusto che far parti uguali fra disuguali. Ne discende un criterio operativo: la scuola non deve produrre disuguaglianze nuove al proprio interno. Una classe in cui a giugno la distanza tra il primo e l’ultimo è più larga che a settembre ha selezionato, non insegnato. Anche la parabola dei talenti, spesso arruolata a sostegno del contrario, dice che il conto riguarda ciò che ognuno ha fatto con quanto aveva ricevuto: chi ne aveva due non fu mai paragonato a chi ne aveva cinque.
Orientamento.
Non è un’azione di dicembre né una fiera. È un’operazione lunga in cui un quattordicenne prova a immaginarsi adulto con strumenti spesso vecchi di trent’anni. Orientare non è indirizzare: è allargare il numero di futuri che riesce a pensare.
Puzzle.
Perec apre il romanzo ricordando che un tassello da solo non dice nulla: esiste solo in relazione agli altri. Vale per dipartimenti, referenti e funzioni strumentali, che ogni settembre si ridefiniscono come si rifà il letto. Un incarico che non sa a quale disegno appartiene è un tassello girato dalla parte grigia.
Rispetto.
Si insegna pochissimo con i moduli e moltissimo con i dettagli: come si entra in aula, come si restituisce un compito andato male, che cosa si fa quando in corridoio qualcuno ride di qualcun altro. Tutto si decide nei tre secondi in cui un adulto sceglie se accorgersene. Nella parabola più nota della nostra tradizione la dottrina stava dalla parte di chi tirava dritto; la differenza la fa chi si è fermato.
Saldatura.
Scriviamo che la scuola è un presidio di competenze, ma la frase regge solo se qualcuno, in laboratorio, alle undici di un martedì, si accorge che il tornio e l’esametro chiedono la stessa cosa: misura, tolleranza, rispetto del materiale. La saldatura tra cultura tecnica e umanistica non è uno slogan: è una lavorazione, e riesce o non riesce.
Silenzio.
Ne esistono tre. C’è quello disciplinare, che è una condizione di lavoro e nulla più. C’è quello dell’attenzione, che non si ottiene chiedendolo: stare due minuti dentro una cosa difficile è ormai una competenza da insegnare. E c’è quello di chi non parla in classe, che non è quiete ma informazione, di solito la più importante dell’ora.
Tempo.
La scuola ne conosce due e li confonde. Il tempo dell’adempimento è breve, scandito da scadenze e da riforme più rapide di un ciclo di studi. Quello dell’apprendimento è lungo e disuguale, fatto di tratti in cui non accade nulla e poi accade tutto insieme. Il primo, misurabile, colonizza il secondo, e difendere il tempo lungo è il compito meno visibile e più decisivo di chi dirige. A una società che accelera senza sapere verso che cosa, Mauro Magatti oppone la generatività: mettere al mondo qualcosa e prendersene cura. La scuola è generativa per costituzione, e quando si misura solo sulla velocità perde due volte.
Valutazione.
Il voto è un atto amministrativo, la valutazione un atto comunicativo. Una valutazione serve se arriva quando c’è ancora tempo per usarla, se dice che cosa fare e non solo quanto vale, se parla della prestazione e non della persona. Dentro un sei stanno un ragazzo che risale e uno che scivola. E un dieci che nessuno commenta è un’occasione sprecata quanto un quattro.
Il lemmario, come tutti, è incompleto: le voci che mancano le scelga chi legge. Ognuno ha una parola che gli torna addosso quando entra a scuola la mattina, e quasi sempre dice da che parte sta. Qual è la vostra?
Buon anno scolastico.
E’ dirigente dell’ITST “J.F.Kennedy” di Pordenone. Fa parte della redazione della rivista «L’Ippogrifo» per la quale, tra l’altro, ha curato nel 2010 il volume monografico Scrivere la città. Vent’anni di scrittura a Pordenone, nel 2021 il volume Così vicini, Così lontani e nel 2023 il volume Istituzioni che resistono. Trasmissione e trasformazione dei saperi dopo la pandemia. Ha scritto anche: Insegnante a Pordenone (2007), sulla propria esperienza di docente; Che cos'è una gerla (2019), sui temi civili nelle opere di Pierluigi Cappello.
- Piervincenzo Di Terlizzi


