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arcobaleno sopra a campo coltivato

Agricoltura, energia e crisi climatica


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Agricoltura e stabilità climatica sono due elementi legati fin dall’alba della civiltà umana. L’accesso della specie Homo sapiens alle pratiche di coltivazione è stato favorito dalla regolarità del clima che ha caratterizzato il periodo successivo alle glaciazioni, a partire da circa 12.000 anni fa. Sebbene inizialmente l’agricoltura fosse meno conveniente in termini energetici (in termini di lavoro richiesto per procacciarsi il quantitativo necessario di calorie) rispetto ai collaudati sistemi di caccia e raccolta, essa offriva la possibilità di stoccare risorse edibili e sosteneva una maggiore densità di popolazione. Questo cambiamento ha favorito lo sviluppo dei modelli sociali, ponendo le basi per il passaggio dalla Preistoria alla Storia. 

Dal cacciatore-raccoglitore al contadino medievale, in mancanza di fonti energetiche concentrate e slegate dalle stagioni, le società sono rimaste confinate in una crescita lenta e fragile orientata alla sussistenza, che esponeva i sistemi a frequenti crisi dovute a fattori esterni e incontrollabili, come oscillazioni climatiche, alluvioni, siccità ed epidemie. 

I limiti di questo modello emersero chiaramente nel XIX secolo, quando l’Europa si trovò ad affrontare una diffusa deforestazione: il legno era impiegato per il riscaldamento, la metallurgia, la cantieristica… Fu l’avvento del carbone a sbloccare questo stallo, il primo combustibile fossile sfruttato su larga scala. Una transizione che si consolidò grazie a una nuova scienza: la termodinamica. La comprensione delle leggi fisiche e la maggiore densità energetica delle fonti fossili permisero di costruire macchine capaci di convertire l’energia termica in lavoro meccanico e, successivamente, in elettricità: fu così che l’umanità passò dallo sfruttamento di energia catturata in tempo reale dalla natura agli stock accumulati nel sottosuolo in milioni di anni.

L’energia fossile costruisce il nuovo mondo

Contestualmente, fino ai primi del Novecento, l’apporto di nutrienti ai campi era garantito dalla rigenerazione naturale, dalle rotazioni o dall’uso di concimi organici come il letame. Oggi, per sostenere i regimi intensivi, la produttività agricola globale si basa su massicci input, tra cui spiccano per importanza i fertilizzanti azotati. Nella coltivazione del mais, ad esempio, si applicano regolarmente oltre 150 kg di azoto puro per ettaro, una quantità inimmaginabile prima dell’era industriale coi metodi tradizionali. 

Questo fu reso possibile grazie al processo Haber-Bosch, che permette di sintetizzare l’ammoniaca (NH₃) fissando l’azoto atmosferico (N₂) reagendo con l’idrogeno (H₂). L’impatto fu dirompente: si stima che circa metà della popolazione mondiale sia sostenga grazie all’azoto sintetizzato chimicamente, e che senza di esso la capacità portante della Terra non supererebbe i 4 miliardi di persone. 

Oltre all’energia necessaria per la produzione di fertilizzanti (e pesticidi), l’agricoltura dipende dal fossile per la meccanizzazione, che oggi si affida in modo quasi esclusivo ai motori a combustione interna. L’atto biologico di produrre cibo si è così trasformato in un processo di conversione di risorse energetiche non rinnovabili in calorie edibili. 

Sebbene i consumi energetici diretti del settore agricolo rappresentino solo pochi punti percentuali nelle economie moderne, l’intera filiera alimentare resta strettamente legata ai combustibili fossili.

Equivalente energetico del raccolto.

Come espresso da Howard T. Odum, pioniere dell’ecologia sistemica che applicò la termodinamica per quantificare la sostenibilità degli ecosistemi: “Un’intera generazione di cittadini ha pensato che la capacità di sostentamento della Terra fosse proporzionale alla quantità di terreno coltivato e che fossero arrivate maggiori efficienze nell’uso dell’energia solare. Questo è un triste inganno, poiché l’uomo industriale non mangia più patate prodotte grazie all’energia solare, ma fatte di petrolio.” 

Questo modello di industrializzazione e sottomissione dell’agricoltura ai vettori energetici fossili si afferma principalmente attraverso la cosiddetta Rivoluzione Verde, avviata nel 1944 da un istituto fondato dalla Rockefeller Foundation. Questa ha coordinato su scala globale le innovazioni chimiche e meccaniche nate nei decenni precedenti, con l’obiettivo di incrementare in modo sistematico la produttività agricola: sementi ad alto rendimento ottenute per selezione genetica, espansione della meccanizzazione e uso esteso di fertilizzanti e pesticidi.

Le guerre che strappano il velo

La dipendenza di questo settore si è palesata proprio recentemente attraverso le tensioni geopolitiche dovute alla guerra in Iran e la conseguente chiusura dello Stretto di Hormuz. Questo braccio di mare nel Golfo Persico rappresenta il baricentro della produzione mondiale di ammoniaca per la disponibilità di metano (CH4), che oltre ad alimentare termicamente i reattori, è la materia prima essenziale da cui estrarre l’idrogeno per il processo Haber-Bosch. Di conseguenza, qualsiasi instabilità geopolitica in quell’area si riflette istantaneamente sui mercati alimentari globali: se il prezzo del gas aumenta, i produttori fermano gli impianti, l’offerta di urea crolla e gli agricoltori si trovano costretti a ridurne l’uso, vedendo diminuite le proprie rese per ettaro. Mentre i colossi dell’energia capitalizzano sulle crisi internazionali distribuendo dividendi record, il peso di questa asimmetria si sposta lungo la filiera, fino a trasformarsi nel conto più salato pagato quotidianamente dai cittadini alle casse dei supermercati. 

Sebbene abbia garantito una maggiore sicurezza alimentare e una maggiore produttività, la rivoluzione verde ha aumentato notevolmente la dipendenza dalle fonti fossili, comportando problematiche ambientali quali l’erosione e l’impoverimento biologico del suolo. Questo processo ha segnato il passaggio definitivo dall’agricoltura tradizionale all’agroindustria, modificando l’identità del territorio rurale per convertirlo in una piattaforma focalizzata sulla produzione di merci. 

Giorgio Ferraresi definisce questa trasformazione come “un modello vincente di modernità, di industrializzazione e di urbanizzazione crescente e sempre più diffusa che si estende globalmente ad occupare la terra. Questo fenomeno provoca una discontinuità, una rottura di quella lenta e continua riconfigurazione della complessità territoriale, riducendo il territorio stesso a piattaforma dei flussi di merci e funzioni urbane che sono la potenza del modello vincente. È un esito distruttivo del territorio vivente ed è contestuale alla espulsione del mondo rurale dalla modernità: l’agricoltura diviene agroindustria, il settore agroalimentare della produzione di merci.”

cavallo che ara un campo

L’agricoltura causa e vittima del riscaldamento globale

Oggi l’agricoltura è contemporaneamente causa e vittima della crisi climatica. Se da un lato l’agroindustria alimenta il riscaldamento globale attraverso l’uso intensivo di energia fossile, dall’altro ne subisce direttamente gli effetti attraverso la moltiplicazione di eventi meteorologici estremi. L’equilibrio biologico dei campi viene alterato proprio da quella stessa fonte energetica – i combustibili fossili – che aveva illuso l’umanità di potersi affrancare per sempre dall’imprevedibilità della natura, che si manifesta concretamente negli eventi meteorologici estremi che hanno colpito i campi friulani in queste settimane. Leggendo la stampa odierna due temi saltano all’occhio: la prima, i danni causati dal “maltempo” che in questi giorni in diverse zone del Friuli hanno fatto perdere fino all’80% dei raccolti; la seconda, le proteste contro i progetti energetici legati alla transizione. 

Insomma, lo sviluppo delle fonti rinnovabili – che costituisce la soluzione primaria per mitigare la crisi climatica, la quale non può essere affrontata adottando unicamente strategie di adattamento – è oggi oggetto di accese proteste locali. Al centro del dibattito vi è spesso il timore di una presunta competizione tra la produzione di cibo e quella energetica. I dati oggettivi, tuttavia, smentiscono questa contrapposizione: la superficie necessaria alla totale transizione energetica per il 2050 non supererebbe il 3-4% della Superficie Agricola Utilizzata (SAU) regionale. Si tratta di una quota inferiore alla metà delle terre agricole attualmente abbandonate o non utilizzate, con un impatto sul territorio paragonabile all’area occupata dai soli campi da calcio presenti in regione. 

A questo proposito, come dimostra un recentissimo articolo scientifico pubblicato sulla rivista “Environmental Research”, solo la metà esatta (50,1%) delle calorie coltivate sui suoli agricoli globali è effettivamente disponibile per il consumo umano diretto. Il restante 49,9% viene dissipato a causa delle inefficienze della filiera zootecnica e della destinazione dei raccolti a usi non alimentari. In questo contesto, i biocarburanti rappresentano un ulteriore elemento di forte contraddizione: nati con l’intento di sostituire il petrolio, finiscono per sottrarre suolo fertile all’alimentazione umana, richiedendo per la loro stessa coltivazione intensiva un massiccio impiego di quegli stessi concimi chimici e carburanti fossili da cui vorrebbero affrancarsi. A questo consumo di suolo si somma un limite termodinamico fondamentale: la resa energetica per unità di superficie delle biomasse (come il mais destinato alla produzione di biocarburanti o etanolo) è da uno a tre ordini di grandezza inferiore rispetto a quella del solare fotovoltaico a seconda degli usi finali.

impianto fotovoltaico a terra

Impianti a terra, uso del suolo, condivisione delle scelte

Nonostante ciò in Italia si è fatta strada trasversalmente la tendenza politica a imporre l’agrivoltaico come via d’uscita obbligatoria. Sebbene il duplice uso del suolo rappresenti un’ottima integrazione laddove sussistano le giuste condizioni, l’affidamento esclusivo a questo modello rischia di rendere i target di decarbonizzazione semplicemente irraggiungibili. Il mix di fotovoltaico a terra tradizionale ed eolico, in accoppiata alle batterie, resta il pilastro fondamentale per garantire volumi di energia costanti, scalabili e al minor costo possibile per una penetrazione fino all’80-90%. Vincolare ogni installazione all’agrivoltaico riduce l’attrattiva economica, forzando una dipendenza dai sussidi pubblici proprio oggi che gli impianti rinnovabili di grande taglia hanno raggiunto la grid parity, dimostrando di potersi ripagare da soli sul mercato libero e abbassare effettivamente le bollette in tempi brevi. 

Per superare l’attuale impasse e tutelare l’accettabilità pubblica nel lungo periodo, diventa quindi urgente e necessario rendere le scelte sul territorio siano partecipate. Il coinvolgimento della popolazione deve essere anticipato direttamente alla fase di progettazione, ben prima del deposito formale delle istanze autorizzative. Sono da promuovere modelli partecipati per l’installazione degli impianti, così che i cittadini e le cittadine possano farsi parte integrante della transizione, ad esempio nello stile proposto da èNostra. Un approccio che trasforma la diffidenza in sostegno attivo, definendo fin da subito meccanismi trasparenti di redistribuzione del valore, come tariffe energetiche agevolate per i residenti o investimenti concordati in opere pubbliche locali. Un tema che si allaccia al tema delle compensazioni, per cui i comuni dovrebbero ricevere sostegno al fine di far valere e concretizzare le proprie istanze, tanto per gli impianti attuali quanto per, ad esempio, quelli potenziali del futuro legati specialmente ai data center. 

Sono ormai decenni che la comunità scientifica prevede l’evoluzione degli scenari climatici. I dati e gli studi più recenti confermano le analisi, evidenziando come le alterazioni della biosfera stiano accelerando a ritmi superiori rispetto alle stime iniziali. La tempestività della transizione energetica determina la reale efficacia delle misure di mitigazione e riduce la dipendenza da interventi di adattamento per cui oltre i 2°C non sappiamo come affrontare.

Il problema principale è sempre lo stesso: la dipendenza dai combustibili fossili. La vulnerabilità dell’agricoltura di fronte a eventi estremi deriva da un sistema che consuma risorse esauribili per produrre cibo. I danni ai raccolti e l’instabilità dei costi dei fertilizzanti sono legati direttamente alle alterazioni causate dall’uso del fossile. 

In questo scenario, rallentare lo sviluppo delle fonti rinnovabili aggrava la situazione. Un innalzamento delle temperature medie globali verso i +3 °C, verso cui stiamo andando con i ritmi di emissione attuali, annullerebbe la fattibilità di qualsiasi strategia di adattamento, specialmente nei territori europei dove gli impatti della crisi climatica si manifestano con maggiore intensità. 

Nessun percorso di decarbonizzazione può rivelarsi stabile e realizzabile senza un effettivo coinvolgimento partecipativo e un consenso preventivo della popolazione. È in questo ambito che entrano in gioco la politica e le istituzioni, chiamate a garantire un’informazione corretta e intellettualmente onesta, priva di narrazioni che abbiano come unico effetto quello di rallentare l’implementazione delle azioni necessarie. E, ovviamente, i cittadini, che devono essere i primi attori ad essere coinvolti in scelte che andranno, volente o nolente, a plasmare il futuro che ci aspetta.

 

Riferimenti 

Ferraresi, G. (2015). Neoruralità, radici di futuro in campo: contadini e complici. In Le tre agricolture: contadina, industriale, ecologica. Jaca Book. 

Pimentel, D. Testi vari. 

Regione Autonoma Friuli Venezia Giulia. (2024). PER – Piano Energetico Regionale

Smil, V. (2017). Energy and Civilization: A History. MIT Press. 

Tavoni, M., et al. (2026). Implications of overshoot for climate mitigation strategies. Nature Climate Change. https://doi.org/10.1038/s41558-026-02563-7 

West, P. C., Gerber, J. S., Cassidy, E. S., & Stiffman, S. (2026). Only half of the calories produced on croplands are available as food for human consumption. Environmental Research: Food Systems, 3(2), 021001. https://doi.org/10.1088/2976-601X/ae4f6b

Matteo De Piccoli
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Laureato in Ingegneria Nucleare al Politecnico di Torino, dove ha vinto il premio Laura Conti per la miglior tesi su energia e agricoltura. Si occupa di transizione energetica, innovazione e politiche ambientali, collaborando con le realtà territoriali. Appassionato di dati e report energetici, approfondisce continuamente le connessioni tra clima, energia e società. Membro dell'associazione con Ci Sarà un Bel Clima, ha contribuito agli Stati Generali dell’Azione per il Clima e la scrittura del libro bianco. Ama la montagna in tutte le sue forme e stagioni, che sia con la vela da parapendio, gli scarponi o gli sci.

Un collettivo di persone impegnate a creare collaborazioni per portare giustizia climatica nella società. Il gruppo promuove un'idea di transizione ecologica fondata sulla partecipazione e su una comunicazione onesta e responsabile. Dal 2023 coordina gli Stati generali dell'azione per il clima, uno spazio di incontro tra realtà italiane attive attorno alla causa climatica.

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